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“Tosca” a Modena. Un sapore speciale nella città di Pavarotti e Arrigo Pola. Raffinata, femminile e credibile Ainhoa Arteta, passione e risonanza per il Cavaradossi di Luciano Ganci. Bene il Coro Lirico diretto da Stefano Colò. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica
di FULVIO VENTURI
Se mai un giorno raccoglierò in volume le mie esperienze di teatro, un capitolo ampio sarà dedicato a “Tosca”. Ogni volta che mi preparo ad assistere ancora una volta a quest’opera non posso evitare che il mio pensiero corra ad una sera d’estate di cinquantacinque anni fa, a Torre del Lago, ed ai cartelloni pubblicitari con sopra scritto a caratteri giganti, rosso su giallo, i nomi di Anna de Cavalieri, Mario del Monaco, Tito Gobbi, Franco Mannino, di “Tosca” e di Puccini, ovviamente, e persino del regista Carlo Acly Azzolini. Da allora è iniziato un romanzo che di volta in volta ha visto per protagonisti Domingo e la Bumbry, Bergonzi e la Raina, la Olivero, la Scotto, Pavarotti, Orianna Santunione, Luchetti, Protti, Gianni Raimondi, Shicoff, Anna Tomowa-Sintow, Glossop, Protti, Pons, Cappuccilli, Bruson, Carreras, Daniela Dessì e via e via. Un romanzo vero con un tumulto di passioni e di ricordi, di persone che non ci sono più e di attuale. Tanto per dire negli ultimi due anni ho visto “Tosca” in teatro sei volte.
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Pensando per assoluti e per ideali avrei desiderato, da decenni, ascoltare una “Tosca” traslucida e secca, che da campione di teatro musicale “liberty” si trasformasse in anticipatrice del “déco”, tutta dissonanze e inquietudini psicologiche, come non mi è mai capitato, né in teatro né in disco. Avrebbe forse potuto giungere a tanto Claudio Abbado, ma come sappiamo il grande interprete milanese non avvicinò la musica di Puccini. Nondimeno “Tosca” è per me anche il tempio della tradizione, custodia e tutela di un sacro e profano che in fondo rappresenta l’essenza stessa del teatro, senza la quale difficilmente potresti tollerare sorridendo le “caccole” del sacrestano e qualche pagina sinceramente brutta come “non la sospiri la nostra casetta”, o l’inno a Roma, accanto alla demoniaca tensione degli interrogatori di Scarpia, la composizione del cadavere da parte di Tosca in una lugubre penombra, o alla predestinata aura di morte dell’alba romana.
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Sotto questo profilo, che scherzosamente chiamerò “della conservazione delle tradizioni”, arte per me niente affatto deteriore purché non scada nel cattivo gusto, le rappresentazioni di “Tosca” in provincia hanno sempre avuto un sapore speciale.
E questa “Tosca” modenese sapore ne ha avuto molto, anzi moltissimo.
Inquadrato nella regia di Joseph Franconi Lee, nata da un’idea di Alberto Fassini per una “vecchia” produzione parmigiana, con scene e costumi di William Orlandi, questo allestimento poggia sulla professionalità di Ainhoa Arteta che, pur non senza cenni di usura, presenta una Tosca raffinata, esperta fraseggiatrice non priva di occhieggiamenti e malie del buon tempo andato, eppure bella, femminile e credibile.
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E sotto il profilo della credibilità al Cavaradossi di Luciano Ganci non è mancata dovizia vocale, baldanza, passione, risonanza nel registro acuto tanto da porlo al primo posto nel gradimento della serata. Collocazione che ci sentiamo di poter condividere in pieno. Dario Solari è stato uno Scarpia non troppo sonoro e tuttavia abbastanza autorevole nella sortita del primo atto e sufficientemente insinuante nel secondo.
Matteo Beltrami ha diretto l’Orchestra Filarmonica Italiana con sicurezza e ottimo feeling con il palcoscenico: una lettura essenzialmente teatrale. Giovanni Battista Parodi, un corretto Angelotti, Valentino Salvini, un diligente Sacrestano, Raffaele Feo, uno Spoletta sinistro e aggressivo, ma un po’ sacrificato nel registro superiore, Stefano Marchisio, Sciarrone, Simone Tansini, Un Carceriere, e Isabella Gilli, un pastorello, hanno completato il cast. Molto bene il Coro Lirico di Modena, diretto da Stefano Colò, pulito nella “cantoria”, risonante nel Te Deum, e bellissimo nella “Cantata”. Successo molto caloroso e volti soddisfatti al termine, con particolari tributi a Luciano Ganci. Non male nella città di Pavarotti e di Arrigo Pola, altro Cavaradossi di riguardo, cui dedichiamo una memoria affettuosa nel centenario della nascita.
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