Modena, una “Fedora” che ha mostrato coraggio e qualità. Con le voci di Teresa Romano, Simone Piazzola e Yuliya Tkachenko. Sul podio Aldo Sisillo. Regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI

A Fedora mi lega una lunga frequentazione. E una lunga passione. Ho sempre amato di quest’opera il clima poliziesco, la concisione, la teatralità, il legame persistente con gli interpreti di un tempo, la sua essenza di vecchia pièce teatrale che ancora dona emozioni. Per gli interpreti di un tempo, pur ricordando le Bellincioni e i Caruso, le Cobelli e i Masini, le Olivero e i Del Monaco, le Callas e i Corelli, le Freni e i Domingo con tanti altri ancora, ne citerò due, Victor de Sabata e Gianandrea Gavazzeni, a riprova che quest’opera non sia proprio appannaggio degli scarsi, come da qualche parte critica si adombra. Né, devo dire, mi disturbano le “sante croci”, le “sirene bionde”, i “nomi fatali” che appaiono nel testo, anch’essi spesso dileggiati come indici di cattivo gusto, e per me appartenenti invece a quella “letteratura da coltre” sulla quale altri esegeti, dotati quanto meno di curiosità intellettuale, hanno versato rivoli d’inchiostro.


Detto questo passiamo all’allestimento.
La coproduzione di Fedora allestita dai teatri di Piacenza e Modena e da me vista a Modena merita i begli applausi che si è guadagnata sul campo per il coraggio della proposta e per la qualità.
Aldo Sisillo, dal podio, mantiene tutta la partitura in esemplare equilibrio, mettendo in risalto le tensioni interne sempre in alternanza con i passi più lirici senza dismettere alcuni sensuali languori e financo accentuandoli come è avvenuto durante l’aria di sortita della protagonista e l’interludio del secondo atto con il suo elegante fugato preparatorio. A lui, a mio parere, va il plauso più cospicuo della serata.
Riguardo la partitura da eseguire è stata scelta la versione che Umberto Giordano preparò per una fascinosa interprete, il mezzosoprano Gianna Pederzini e che fu presentata a Bergamo nel settembre 1941. Versione che mantiene per intero il connotato sonoro della partitura medesima, ma elimina le poche puntature perigliose della parte protagonistica (una per tutte, il do scoperto di “né patria, né madre” nella chiusa del secondo atto). Oltre a Gianna Pederzini questa versione fu adottata da Elena Nicolai, in parte da Mirella Freni e forse da qualche altra cantante. Certo non sciupa, ma un po’ di pathos lo sottrae.

Tuttavia la protagonista di questa produzione, Teresa Romano, mezzosoprano, è riuscita a cogliere le molte sfumature del persoggio Fedora, che passano dai desideri di vendetta omicida all’autolesionismo per sublimazione, con un canto civile e participe, passioni contrastanti, contenuto erotismo e buone doti d’attrice. Luciano Ganci, alle prese con uno dei topoi del teatro verista, il conte Loris Ipanoff (e durante la serata mi sono venuti in mente tanti episodi del mio vissuto, dagli scompigliamenti di Del Monaco e Di Stefano, alla classe di Placido Domingo, ai pomeriggi estivi nel giardino livornese di Galliano Masini), ha cantato correttamente, con il bel timbro di tenore lirico che si addice alla parte e tentando smorzature ed alleggerimenti anche nei passi più caldi, soluzioni che non sempre si odono. Abbiamo poi saputo al termine della rappesentazione che Ganci ha cantato con un po’ di febbre senza far annunciare l’indisposizione e questo aumenta senza dubbio il valore della sua prova. Simone Piazzola ha colto la distinzione del personaggio di De Siriex, coronando l’aria della “Donna russa” con un bel sol naturale e declamando con autorevolezza l’intenso racconto del terzo atto, facendo riecheggiare qualche interprete del passato. Brava Yuliya Tkachenko che nella evanescente parte di Olga è riuscita a rendere accettabile l’aria “della vedova Cliquot” – non proprio un gioiello – e bravissimo il pianista Ivan Maliboshka che ha suonato molto bene il notturno falso-Chopin sulle cui note si articola durante la festa del secondo atto il primo dialogo fra Fedora e Loris. Più o meno adeguati i molti cantanti delle parti di fianco, con una nota speciale a Paolo Lardizzone, ottimo Desiré. Nitida l’Orchestra Filarmonica Italiana e ineccepibile il Coro del Teatro Municipale di Piacenza (Maestro Corrado Casati) sia pure nelle poche note che Giordano in Fedora gli ha affidato.


Dulcis in fundo, la regia, le scene e i costumi di Pier Luigi Pizzi che ha fatto vecchio teatro in una vecchia, amabile, partitura di taglio assolutamente teatrale. Belli i costumi, specie i due femminili, scene tradizionali con divanoni liberty e “vista lago” nel terzo atto, regia ordinata. Però niente polvere, nessuna sguerguenza, termine livornese che significa sciatteria, volgarità, o errore pacchiano. Sotto questo profilo l’accenno gratuito al quadro di Kandinsky (con modifica del testo, “un Kandisky, coraggioso” in luogo di quei “ninnoli deliziosi” indubbiamente difficili da spolverare) in un’opera rappresentata per la prima volta nel 1898 (dunque quando Kandinsky era ancora legato ad un figurativismo ben precedente al Blaue Reiter) mi ha stonato un po’. Ma tale licenza è giunta dopo tre minuti dall’alzar del sipario ed è stata presto dimenticata.
Al termine molti applausi e atmosfera da spettacolo domenicale. Che bello.

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