MADAMA BUTTERFLY / 1. Il 29 e 31 marzo torna al Goldoni di Livorno una delle più amate partiture di Puccini. Il regista Alberto Paloscia: opera lirica o monodramma?

di ELISABETTA ARRIGHI

La prima volta che vidi Madama Butterfly, capolavoro immortale di Giacomo Puccini, avevo poco più di vent’anni. Una sera d’estate, calda e bellissima, sulla riva del lago di Massaciuccoli. Il teatro era quello vecchio, non ancora il Gran Teatro all’aperto che da una decina di anni ospita le rappresentazioni del Festival Pucciniano. Conoscevo l’opera attraverso la discografia, ma udire il coro senza voce nella cornice di Torre del Lago fu per me uno choc. In positivo, naturalmente. Perché quel “mormorio muto” è qualcosa di struggente, capace di carpire l’anima di chi ascolta. Un racconto senza parole, accompagnato dalle note sensuali del Maestro lucchese. Poi nel settembre 1990 fui spettatrice di un bellissimo allestimento (con il ripescaggio della prima versione) al Teatro La Gran Guardia che all’epoca, causa lavori di restauro del Goldoni, ospitava le stagioni liriche. Negli anni non mi è più capitato di vedere Butterfly a teatro: ho continuato a “seguirla” ascoltando varie edizioni registrate.

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Finalmente, venerdì 29 e domenica 31 marzo 2019 (debutto alle ore 20.30, replica alle 16.30) potrò incontrare di nuovo “dal vivo” Cio-Cio-San, questa volta sul palcoscenico del Teatro Goldoni che anche in tempi recenti ha proposto questo titolo pucciniano. È accaduto nel 2004, anno in cui si celebrava il centenario della prima, e nel 2016 (con Valerio Galli sul podio dell’orchestra e Donata D’Annunzio Lombardi in quelli della protagonista). Un’opera che, nella versione 2019, il Goldoni annuncia con una locandina dai caratteri esotici, dominata dal tondo perfetto del Sol Levante, colorato in rosso e contro il quale si staglia il profilo della “farfalla” pucciniana. 

La produzione che sta per debuttare a Livorno è stata presentata ufficialmente nella Sala Mascagni del Goldoni alla presenza, fra gli altri, del direttore generale Marco Leone, del regista (nonché direttore per la stagione lirica del teatro livornese) Alberto Paloscia e del direttore d’orchestra Stefano Romani. Schierato anche tutto il cast, o meglio il doppio cast: in alcune parti, infatti, ci sarà un cambio di interprete fra debutto e replica (come si può leggere nella locandina a seguire, nda).

Madama Butterfly rappresenta, per il Teatro Goldoni, l’ultimo appuntamento della stagione lirica 2018/2019 che ha visto andare in scena in precedenza “L’elisir d’amore”, “Sì” di Pietro Mascagni e “La Bohème”. Una stagione di successo – ha detto il direttore generale Leone – con crescita di spettatori rispetto allo scorso anno (più 18%) e una sempre attenta e forte valorizzazione delle giovani leve del canto lirico. Poi la parola è passata ai vari protagonisti, compresi i giovani cantanti, alcuni però già di grande esperienza. Nella sala erano presenti anche gli studenti di scuola superiore che hanno seguito, nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro, la preparazione dell’allestimento (sotto: la foto del doppio cast nel Foyer del Teatro Goldoni di Livorno).

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Ecco la locandina

MADAMA BUTTERFLY

tragedia giapponese in tre atti di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa,

dal dramma Madame Butterfly di David Belasco
musica di GIACOMO PUCCINI
Edizioni Ricordi, Milano

Personaggi e interpreti
Madama Butterfly (Cio-Cio-San) Silvia Pantani / Yukiko Aragaki

Suzuki Laura Brioli / Mana Yamakawa

Kate Pinkerton Maria Salvini

F. B. Pinkerton Giuseppe Raimondo / León De La Guardia

Sharpless Sergio Bologna / Carmine Monaco d’Ambrosìa
Goro Didier Pieri

Il Principe Yamadori Alessandro Ceccarini

Lo zio Bonzo Piermaria Piccini

Yakusidé Andrea Marmugi

Il Commissario imperiale Paolo Morelli

L’ufficiale del registro Francesco Segnini; La Madre Antonella Malanima

La Zia Nicoletta Celati; La Cugina Deborah Vincenti; Dolore Penelope Ondina Coppola


direttore Stefano Romani

regia Alberto Paloscia in collaborazione con Carlo Da Prato

scene Giacomo Callari

costumi Teatro del Giglio Lucca

Orchestra Filarmonica Pucciniana

Coro Lirico livornese

maestro del coro Flavio Fiorini

Allestimento della Fondazione Teatro Goldoni Livorno

e della Cooperativa Francesco Tamagno-Torino

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MADAMA BUTTERFLY: OPERA LIRICA O MONODRAMMA?

di ALBERTO PALOSCIA (direttore artistico della stagione lirica Fondazione Teatro Goldoni di Livorno  e regista dell’opera) 

Madama Butterfly di Giacomo Puccini è uno dei titoli più popolari e rappresentati del catalogo teatrale del grande compositore lucchese, ma anche uno dei più moderni e problematici: se la fatidica sera della contrastata première milanese del 17 febbraio 1904 si rivelò un colossale fiasco, fu non solo per le congiure organizzate da certe fazioni del pubblico scaligero nei confronti di un musicista ormai approdato alle più alte sfere del talento e della fama, ma anche e soprattutto perché questa “tragedia giapponese” ispirata all’omonima pièce teatrale di David Belasco si rivelò opera dal  taglio musicale e drammaturgico audace e innovativo, prettamente ‘novecentesco’, ancora più moderna e provocatoria della realistica ed espressionistica Tosca che aveva debuttato a Roma quattro anni prima. Un dramma intimista e psicologico, quello che vede protagonista la sventurata geisha Cio-Cio-San. La straordinaria modernità di questo capolavoro, oggi riconosciuto da pubblico e critica come uno dei più alti traguardi della drammaturgia musicale pucciniana, è stata ben sottolineata da un acuto studioso della “Giovine Scuola Italiana” quale Cesare Orselli, il primo che abbia definito Butterfly un “monodramma”: Orselli parla giustamente, a proposito della struttura dell’opera, “di frammentazione analitica dei vari momenti della storia” che “ va di pari passo a una sorta di diffusione capillare della presenza di Butterfly in tutta l’opera, anche quando materialmente ella non compare. Essa è l’unico centro d’interesse, il costante riferimento per tutti gli altri personaggi, che vivono solo in funzione di lei. (…) Per questo ci è sembrato giusto definire quest’opera come uno stupendo ‘monodramma’, in cui la musica non si cura di altri personaggi, di un loro coerente svolgimento e verità psicologica, ma solo della storia interiore dell’unica protagonista; un monodramma in cui i parametri del teatro naturalista, adottati dal libretto, vengono fatti saltare attraverso il linguaggio musicale. Siamo di fronte a un dramma eminentemente psicologico, anzi psicoanalitico: fu questo davvero che sconvolse i frequentatori dei teatri d’opera del primo Novecento” (a seguire una fotogallery delle prove di Madama Butterfly a Livorno. Le immagini sono di Augusto Bizzi, come la foto sopra il titolo).

La presenza di Madama Butterfly nei cartelloni operistici livornesi è stata piuttosto regolare negli ultimi decenni: dopo il ripescaggio della prima versione nel 1990 alla Gran Guardia, il titolo ‘nipponico’ di Puccini è tornato nel rinnovato Teatro Goldoni nel 2004 – anno della ricorrenza del centenario della prima assoluta – (direttore Giuliano Carella, protagoniste in alternanza Hui He e Raffaella Angeletti) e nel 2016 (direttore Valerio Galli, protagonista Donata D’Annunzio Lombardi). La nuova proposta, a conclusione della Stagione lirica 2018-2019, si inserisce nel filone progettuale del nostro teatro dedicato alla ricognizione della produzione teatrale pucciniana già esplorato nella passata stagione con il ritorno della Fanciulla del West e proseguito proprio all’inizio del 2019 con l’acclamata Bohème del Progetto LTL Opera Studio, primo capitolo dell’approfondimento della cosiddetta “Trilogia Popolare” del musicista lucchese destinata a proseguire, dopo Butterfly, con la proposta di Tosca nel 2020. La nostra nuova Butterfly, interamente realizzata in house dalle forze interne del nostro Teatro, punterà, per i ruoli principali, su un doppio cast che unirà giovani e affermate voci pucciniane già a suo tempo e scoperte e valorizzate dalle nostre Opere Studio con artisti di grande esperienza, affidate un direttore di grande solidità quale il veneto Stefano Romani, ormai affermatosi nel repertorio operistico italiano in teatri prestigiosi in Italia e all’estero, quali La Fenice di Venezia, Trapani, Bergamo, Savona,  Maribor,  Skopje  e di Kazan.

Nell’impervio ruolo della protagonista torneranno due giovani artiste già applaudite dal pubblico del Goldoni, ovvero i soprani Silvia Pantani, voce emergente del nostro territorio, lanciata dal Mascagni Opera Studio del Teatro Goldoni, dove nel 2016 ha debuttato con grande successo il ruolo di Violetta Valéry in Traviata di Verdi, e Yukiko Aragaki, giovane e talentuosa cantante giapponese già apprezzata al Godoni nei panni di Pamina nel bellissimo Flauto magico mozartiano firmato nel 2016 dal grande e compianto Lindsay Kemp e recentemente approdata con successo al personaggio di Cio-Cio-San, che affronterà prossimamente anche nella prestigiosa sede del San Carlo di Napoli. Nei panni di Pinkerton tornerà invece il giovane tenore torinese Giuseppe Raimondo, altra scoperta dell’Opera Studio, che dopo il felice debutto nel ruolo del Conte Danilo nella Vedova allegra è tornato con successo in altri titoli importanti dei più recenti cartelloni, quali Lodoletta, Manon Lescaut, Nabucco e Pia de’ Tolomei, in alternanza con un altro giovane e promettente tenore lirico spinto, il cileno León De La Guardia, esordiente nel nostro Teatro. Altro atteso ritorno è quello del mezzosoprano romagnolo ma ormai livornese di adozione Laura Brioli, cantante affermatissima nonché impegnata con la Fondazione Goldoni sia come docente del Mascagni Opera Studio che come direttore del Coro Voci Bianche. Nel ruolo del console Sharpless torneranno due baritoni di grande esperienza e cari al pubblico del Goldoni, quali Sergio Bologna, già presente nell’Elisir d’amore donizettiano che ha inaugurato la stagione e Carmine Monaco d’Ambrosìa, acclamato Kyoto nell’ultima fortunata produzione di Iris allestita nel dicembre del 2017 e recentemente pubblicata in dvd. Particolarmente apprezzato nella stessa Iris mascagnana, un’ altra voce labronica emergente, quella del giovane tenore Didier Pieri, reduce dalle brillanti affermazioni nei teatri di Genova, Trapani, Pisa, Reggio Calabria e nella recente tournée in Giappone del Petruzzelli di Bari, che tornerà nel teatro della sua città natale nelle vesti del subdolo e intrigante Goro. Gli altri ruoli sono ricoperti da artisti già noti al nostro pubblico e provenienti in gran parte dal territorio livornese, quali il soprano Maria Salvini (Kate Pinkerton), i bassi Piermaria Piccini (lo Zio Bonzo) e Alessandro Ceccarini (Il principe Yamadori) e il baritono Paolo Morelli (Il Commissario Imperiale).

Quanto alla parte visiva, il sottoscritto è stato invitato ad assumerne la responsabilità come regista, avvalendosi della collaborazione per la parte registico-drammaturgico di un’altra valida e preziosa risorsa interna della Fondazione quale Carlo Da Prato e del giovane scenografo viareggino Giacomo Callari, già apprezzato nella recente riproposta dell’operetta Sì di Pietro Mascagni. Con questo team e con il magnifico sostegno dell’ufficio produzione e dei tecnici della Fondazione Teatro Goldoni, abbiamo lavorato ad una visione asciutta, scarna dell’opera, che nella sua pulizia visiva mettesse in evidenza la solitudine della protagonista, vittima di una folle e monomaniaca illusione d’amore che la porterà all’autodistruzione. Butterfly vivrà questa tragica dimensione in un’atmosfera sospesa tra sogno e realismo, dove i personaggi che la circondano e la presenza dell’ambiente circostante scandiranno in modo implacabile l’attesa del ritorno di Pinkerton e l’impossibile coronamento di un sogno d’amore che la porterà, dopo avere rinnegato le sue origini e la religione del suo popolo a favore di un’entusiastica adesione al mito occidentale americano incarnato dall’uomo che ama, al rituale  e solitario suicidio in stile giapponese. Tragico epilogo di un amour fou e di un attesa ostinata che confermano la fisionomia di autentico “monodramma” proprio di questo grande capolavoro.

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Annotazione di regia

di Carlo Da Prato

Per la lettura di questa nuova produzione della Butterfly pucciniana, siamo partiti da un concetto che c’è parso indicatore: il processo continuo ed inesorabile di dissoluzione dei protagonisti; lento e decadente quello di Cio-Cio-San, veramente “tenue farfalla” le cui ali finiscono rinchiuse nelle pareti claustrofobiche di un sogno vagheggiato che, nell’attesa scandita dalle note, si fa sempre più delirante e drammatico. Nella sua vicenda, si assiste ad una sospensione illusoria della realtà, fatto che assume il sapore dolce e ingannevole della più lucida delle follie; su questa si innesta come uno squarcio, la repentina e folgorante disgregazione di Pinkerton, che solo nel finale dell’opera assume la consapevolezza del suo scellerato comportamento, motore di un dramma indirizzato al più tragico dei suoi compimenti. 

Cio-Cio-San e Pinkerton diventano, dunque, foto-ritratti che si smaterializzano in scena e che lasciano come epilogo della loro vicenda due cornici simbolicamente vuote: percezione di un’assordante assenza proiettata nell’eternità, un sogno frantumato in schegge di dolore non più sanabile.

(1 – continua)