Il tango come spirito di una metropoli. A Livorno per la prima volta “Maria de Buenos Aires” di Piazzolla, nuova produzione del Teatro Goldoni. Un’opera surreale, tragica, dolorosa… Buona la lettura del regista Alessio Pizzech. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI
Livorno, che per molti versi può essere considerato un importante centro di produzione melodrammatica, non è mai stata troppo incline all’opera del Novecento storico. Mentre manca un allestimento di Wozzeck, o di Salome, o di Elektra, si ricordano i mugugni degli appassionati livornesi quando negli Anni Settanta del secolo scorso furono rappresentati The Rake’s Progress e un genuino capolavoro persino quasi toscano come Il Prigioniero di Dallapiccola.


Il nuovo corso della Fondazione Goldoni, invece, dopo dieci mesi di limitazioni e lockdown dovuti alla pandemia, inaugura la propria gestione  con una produzione di Maria de Buenos Aires di Astor Piazzolla, mai data a Livorno prima d’ora.
È un’opera astratta, Maria de Buenos Aires. Vi domina il tango, ma non come danza, bensì come spirito di una metropoli.
Prima di Piazzolla altri musicisti come Felipe Boero o Constantino Gaito avevano tentato di coniugare opera e tango con risultati spurî. Si trattava di inserimenti danzati o cantati (uno delizioso anche di Tito Schipa, El tango del Gaucho, inserito nell’operetta La principessa Liana) in opere dall’impianto tradizionale e tutto sommato “verista”. Per gli amanti delle rarità i titoli di queste opere sono El Matrero (Boero, 1929) e La sangre de las guitarras (Gaito, 1931).
Piazzolla è diverso. Non senza prolissità e qualche farraggine soprattutto nella trama (il libretto è di Horacio Ferrer) in Maria de Buenos Aires il tango non è più una danza, ma è ora passione, ora sangue, ora sperma, ora mestruo, ora verginità, ora maternità, ora delitto, ora assoluzione e sempre anima.


Bene ha fatto dunque il regista Alessio Pizzech ad eliminare qualsiasi concessione al colore locale ed agli interventi coreutici, puntando sul rigore e sulla intensità, su luci che creassero un ambiente sulfureo e spettrale. Non si dimentichi che la protagonista si prostituisce, che muore durante una messa nera e che l’azione spesso ha luogo in un cimitero: Maria de Buenos Aires è un’opera essenzialmente surreale, ma tragica, dolorosa e persino profetica. Come la Mélisande di Debussy non si sa da dove venga, né dove vada, se non incontro al suo destino.
Pizzech ha trovato in Arianna Manganello una protagonista entusiasticamente dedita e concentrata, di presenza catalizzante e di buona voce, in Gianluca Ferrato un Duende sottile ed implacabile e in Giacomo Medici un interprete funzionale ai vari personaggi sostenuti. Ottimo l’ensemble dell’Orchestra del Teatro Goldoni ben condotto dal maestro Igor Zobin che ha messo in campo anche una certa valenza attoriale.
Ottimo spettacolo calorosamente applaudito dal pubblico che colmava l’ampia sala nel rispetto dei limiti consentiti dalle regole di distanziamento. Repliche il 26 e 27 giugno 2021.

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