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Vigore e tensione per “Sancta Susanna”: la recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica, Pisa

Un trittico sui generis quello andato in scena al Teatro Verdi di Pisa. Ecco la recensione dello scrittore e critico musicale Fulvio Venturi a proposito di “Sancta Susanna”, “Suor Angelica” e “Gianni Schicchi” che hanno per una volta “unito” le musiche di Giacomo Puccini a quella di Paul Hindemith. Lasciando nell’occasione da parte “Il Tabarro”, classica opera che fa parte del classico trittico pucciniano.

di Fulvio Venturi

Sancta Susanna, Suor Angelica e Gianni Schicchi. Angeli o demoni?

Inserito nel progetto “Demoni e angeli. Il mito di Faust” al Teatro Verdi di Pisa è andato in scena un insieme di tre opere formato da Sancta Susanna di Paul Hindemith (nella foto grande particolare della copertina di un’edizione discografica) e da Suor Angelica e Gianni Schicchi di Puccini che fanno pur parte del noto “trittico” del compositore lucchese. Ora, senza indagare, anche per brevità, sulle ragioni che hanno portato nella economia della serata non tanto alla eliminazione del Tabarro, quanto al mantenimento di Gianni Schicchi (basta la citazione dantesca per inserire quest’opera in un filone demoniaco o angelicato, se non faustiano?) e non pensare con nostalgia ad una esecuzione integrale del trittico pucciniano, diciamo subito che Sancta Susanna è lavoro interessante e meritevole di maggior attenzione di quanta sinora ne abbia raccolta.

Composta da Hindemith in tempi brevissimi fra il maggio e il giugno 1921 su un testo teatrale di August Stramm deceduto in guerra nel 1915, Sancta Susanna andò in scena a Francoforte nel 1922 con l’intento di descrivere un episodio di repressione sessuale all’interno di un convento ove alcune suore furono murate vive dopo essere state sorprese ad abbracciare nude un crocifisso, ma accompagnata da vibranti proteste più per le situazioni drammaturgiche che per i provocatori valori musicali.

Situazione che si perpetua praticamente ogni volta che l’opera torna in scena.

Ricordo lo scandalo causato da un trionfo di terga femminili denudate in una messa in scena romana del 1978. A parte questo bisogna dire che Sancta Susanna sia opera piena di vigore e tensione nonché tratteggiata da un disegno espressivo efficace e adattissimo alla scabrosa vicenda. Dati che, ad esempio, ci paiono perfetti per mostrare un’altra faccia dei rigori monacali a fronte del lancinante sentimentalismo e della splendida costruzione di Suor Angelica. Peccato (termine mai fu più calzante) non aver spazio per trattare almeno di passata le due opere hindemithiane che precedettero Sancta Susanna, ovvero Mörder, Hoffnung der Frauen (Delitto, speranza delle donne – su libretto di Oskar Kokoschka) e Das Nusch-Nuschi (intraducibile, Una recita per marionette di Burma, come dice il sottotitolo) una lubrica commedia sulla castrazione.

Per entrare nella media res della esecuzione, c’è invece da dire che allestire Sancta Susanna presuppone un bel coraggio. Poiché Hindemith prese male le critiche codine del 1922 e successivamente del nazismo non poté  fregargliene di meno, si oppose sempre ad una ripresa dell’opera che, mentore Lovro von Matatacic, fu riproposta solo dopo la morte del compositore avvenuta del 1963. Organico orchestrale dovizioso per trenta minuti scarsi di musica e cantanti agguerrite tanto di solfeggio quanto d’intonazione, per tacere delle capacità interpretative.

Adesso passiamo alla parte esecutiva. Un solo regista, Lorenzo Maria Mucci, ed un solo direttore d’orchestra, Daniele Agiman, per le tre opere.

Mucci, nelle note del programma di sala, ci dice “tre storie differenti sotto molti aspetti e con pochi, tenui fili a collegarle”. Per tenerle vicine, per coglierne l’intima essenza, sceglie la via dell’olfatto, il senso più primitivo, che colpisce direttamente il sistema limbico senza subire le alterazioni dell’intelletto. 

Profumo di lillà, quello che Susanna inspira nel tempo stesso in cui sente il vento sulla propria pelle e ascolta i gemiti di due amanti. Da qui subisce un’inaspettata fioritura di sollecitazioni, un’alluvione di sensazioni che non riesce a controllare e dalle quali scopre il suo corpo. D’altra parte i profumi dei lillà, lo stormire del vento, i gemiti degli amanti sono presenti nella bella partitura di Hindemith. Dai lillà di Susanna alle erbe di Angelica il passo è breve e per quella via si giunge anche al tanfo d’imbroglio e al sentore di morte emanati dal Gianni Schicchi. Un solo impianto scenico dunque per le tre opere, essenziale, all’interno del quale neppure i colori variano e la recitazione si abbandona quasi ad un panismo naturalistico con qualche citazione pittorica nelle pose.

Sul versante musicale Davide Agiman ha diretto con polso fermo l’orchestra Arché, apparendo più a suo agio con Hindemith che con Puccini. Nel complesso Elisabetta Farris ha tenuto nel duplice impegno che ha sostenuto sia come Susanna che come Angelica, ma nel cast canoro è doverosa una citazione particolare al baritono Sergio Bologna, un ottimo Gianni Schicchi sotto tutti gli aspetti. Buona la prova del coro Laboratorio Lirico San Nicola diretto da Marco Bargagna. Fra le altre parti di canto si ricorda Sumie Fukuhara (Klementia in Sancta Susanna e La zia principessa in Suor Angelica), Margherita de Blasis, una gradevole Lauretta, il distinto Ser Amantio di Alessandro Martini, quindi Maria Candirri, Marco Voleri, Margherita Tani, Emanuela Grassi, Noema Erba, Virginia Puccini, Claudia Muntean, Sonia Baussano, Elena Bakanova, Takako Ikumi, Helga Sergio, Domitilla Lai, Candida Guida, Andrea Giovannini, Marco Iannattoni, Daniele Piscopo, Marco Innamorati, Emilio Marcucci, Giovanni di Mare, Franco Bocci e Massimo Dolfi. Al termine applausi cordialissimi.

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