Alla scoperta delle radici e della giovinezza livornese di Dedo. Dal convegno su Modigliani organizzato a Livorno tante novità riguardo: dalla scuola all’appartenenza alla comunità ebraica

Focus, Livorno

Un giovanissimo “Dedo” Modigliani diverso da come ce lo hanno sempre raccontato, non scapestrato pittore in erba, bensì anche studente con merito nelle materie umanistiche al liceo classico di Livorno. Non autodidatta della cabala solo grazie al nonno, ma assolutamente inserito nella comunità religiosa ebraica livornese. Forse anche allievo del Rav Elia Benamozegh, uno dei più grandi teologi e mistici che lo avrebbe accompagnato fino al bar miswah, ossia alla maggiorità religiosa a 13 anni.

Grazie a questa formazione giovanile, illustrata tra mille spunti curiosi a Livorno al convegno “Modigliani ebreo livornese. Storia familiare e formazione di un genio” (organizzato il 22 e 23 gennaio 2020 dal Comune di Livorno e dall’Istituto Restellini), Modigliani appare oggi ai nostri occhi profondamente ebreo anche come artista; pittore che ha lasciato tracce e simboli religiosi in molte sue opere, intrise di misticismo giudaico e, che in un clima parigino profondamente antisemita, non ha avuto remore nel rivendicare orgogliosamente la sua origine di ebreo, ed ebreo livornese.

Tante le novità emerse dal convegno promosso, in occasione del centenario della morte di Modigliani (avvenuta il 24 gennaio 1920), a coronamento di un lavoro iniziato a Livorno con la mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse” al Museo della Città.

Organizzato da Marc Restellini e dall’assessore Simone Lenzi, con la cura di Paolo Edoardo (Pardo) Fornaciari, la due giorni ha portato avanti una serie di conoscenze su quanto già si intuiva, ma senza averne ancora elementi fattuali che ne confermassero la precisa percezione. Un tema infatti, quello di Modigliani giovane ebreo a Livorno, che quasi mai era stato affrontato seriamente secondo curatori e relatori. 

“In questi due giorni, grazie a prestigiosi contributi – dichiara l’assessore Simone Lenzi – è stato ampiamente dimostrato che Amedeo Modigliani non è stato un “livornese per sbaglio”, nato qui, ma diventato genio grazie a Parigi. Così come si è sempre poco riflettuto sul fatto che fosse ebreo. In realtà Modigliani era un livornese e un livornese ebreo “quintessenziale”. Diventato quello che è diventato anche grazie alla sua formazione di ebreo nella comunità ebraica livornese e più in generale nella comunità di Livorno, che ha una storia unica e particolare, un passato di città moderna, cosmopolita, crocevia di genti e culture diverse ”.

“Oggi sappiamo di più su Dedo e su Modì – dice il curatore del convegno Pardo Fornaciari. “Non sappiamo tutto: ci avviciniamo ad una comprensione sempre maggiore delle implicazioni profonde del suo ebraismo con la sua arte. 

GLI INTERVENTI

Ariel Toaff, professore emerito presso l’Università Bar-Ilan di Ramat Gan (Tel Aviv) dove ha insegnato Storia del Medioevo e del Rinascimento. è partito dalle notizie sul Bar mitzwah di Amedeo Modigliani, avvenuto il 10 agosto 1897 a Livorno. Il  Bar mitzwah è la cerimonia al Tempio che rappresent il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità (13 anni ). Questo per provare che Amedeo giovanissimo conosceva la lingua e grammatica ebraica. Quindi si è addentrato su un affascinante excursus sul misticismo che permeava la cultura e formazione religiosa degli ebrei livornesi. Con interesssanti cenni sulle origini della famiglia Modigliani.

Marc Restellini, critico d’arte e presidente dell’omonimo istituto, nella sua lunga prolusione ha mostrato una serie di dipinti e disegni di Amedeo Modigliani nei quali sono evidenti riferimenti alla religione ebraica, a partire dal conosciutissimo ritratto di Chaim Soutine: le mani del pittore e amico di Modigliani sono nella posizione della benedizione di Choen (il Choen è una figura religiosa preposta all’esercizio del culto),  l’opera è intrisa di misticismo, a testimoniare la formazione di Modigliani, all’interno del giudaismo,  rivendicata con orgoglio dall’artista in un clima parigino fortemente antisemita. Anche nel ritratto di Paul  Guillaume , mercante di Modigliani, ci sono elementi cabalistici, secondo Restellini, che si è detto estremamente colpito dall’aver scoperto che “Modigliani aveva un rapporto con l’ebraismo più forte di quello che si è sempre pensato. E anche che l’ebraismo livornese aveva caratteristiche uniche e originali, a partire da una lingua propria, il bagitto. Quindi è importante parlare di Modigliani non solo come artista ebreo, ma ebreo livornese”.

Anche Dora Liscia e Ascer Salah hanno messo a fuoco il contesto generale delle arti figurative nel secondo Ottocento, in Italia ed in particolare in Toscana ma ovviamente sopratutto a Parigi a precisare per esempio il rapporto intricato ed intrigante tra Modigliani e Soutine.

Furio Aharon Biagini e Marco Cassuto Morselli hanno rievocato la statura di Benamozegh, colossale rispetto ai teologi e filosofi ebrei suoi contemporanei, di cui a differenza di lui quasi nessuno ricorda più molto, ed il modo con cui ha modellato le forme del pensiero ebraico livornese del secondo Ottocento, e quindi anche quello del nostro artista. Sopratutto la studiosa Clémence Boulouque ha centrato lo scopo del convegno, concludendo con Modigliani e la Kabbalah in cui ha ricomposto, come un puzzle intellettuale, tutte le tracce di esoterismo, tanto cabbalistico che teosofico, riconoscibili in dipinti disegni scritti di Dedo, fissandoli secondo una chiave di lettura del tutto nuova, che apre la via a nuovi studi e ricerche.

Il collezionista di foto di Livorno dell’800 Mario di Chiara ha fatto un esame iconografico delle foto giovanili di Modigliani: dal piccolo Amedeo in collo alla balia (ma qualcuno ipotizza fosse la madre), fino a quella più iconica di Modigliani nelle vesti di artista bohemienne, bello e spavaldo camicia con fiocco al collo, sigaretta in mano e una gamba appoggiata su uno scalino. E’ la foto, scattata da Salvini di Firenze, che aveva donato poi in Feancia con dedica all’amata Jeanne.

Il genealogista Matteo Giunti ha ripercorso la livornesità dei genitori e degli antenati di Modigliani, mostrando documenti interessantissimi sia sul ramo  Garsin (quello della madre Eugenia) e quello del padre Flaminio. Giunti ha presentato una selezione di documenti riguardanti le famiglie Modigliani e Garsin che fanno parte di un progetto più ampio di ricostruzione della rete prosopografica di queste famiglie. “L’elevato numero di inesattezze ed errori riportati da quasi tutte le biografie, a partire dai lavori di Jeanne Modigliani fino agli ultimi pubblicati, ha reso necessario il ritorno alle fonti documentarie primarie. Non è stato mai realizzato, inoltre, un lavoro di critica sul diario e sulle note storiche di Eugenie Garsin che questo studio è propedeutico a realizzare.” 

Una “chicca” l’intervento della professoressa Maria Antonietta Monaco che nell’archivio polveroso del liceo classico Is Niccolini Palli (gà Niccolini Guerrazzi) ha rintracciato le pagelle del giovanissimo Amedeo, prima che lasciasse gli studi ginnasiali per dedicarsi esclusivamente al disegno e alla pittura sotto la guida del pittore Guglielmo Micheli, già allievo prediletto di Giovanni Fattori. Dai documenti è emerso che Modigliani ha avuto una vita scolastica regolare dal 1893 al 1898, il suo percorso scolastico non è stato accidentato ccome narrano le biografie. “”Non so cosa possa cambiare nella storia dell’arte, quello che è certo  che non è stato un bohemienne fin da ragazzino, ma ha avuto un percorso scolastico regolare e la solida formazione umana e culturale del liceo classico che si è portato dietro”. Le pagelle si possono ammirare alla mostra allestita allo stesso istituto scolastico Niccolini Palli di Livorno.

Pardo  Fornaciari si è poi concentrato sulle parole giudaiche, o meglio, “quel misto di giudaico-livornese che fa un po’ idioma a parte degli ebrei livornesi” come scriveva la moglie del fratello di Amedeo, Vera Funaro, descrivendo lo stile del marito Giuseppe Emanuele Modigliani in un libretto introvabile che meriterebbe una riedizione, “Dietro la facciata di un combattente”. Grazie a quest’ultimo libro, al diario manoscritto della madre di Modigliani, Eugenia (in cui si leggono due interventi del piccolo Dedo) ed alcune lettere tratte dall’Archivio Centrale dello Stato si è potuto appurare che nella famiglia Modigliani era abituale comunicare in bagitto, parlata giudeo livornese dai contorni sfuggenti, relitto linguistico che sopravvive a fatica, solo di recente studiato con approccio scientifico. Dimostrando che a Livorno non solo c’era un giudeo parlare, ma un giudeo pensare”.

Il presidente della Comunità ebraica di Livorno Vittorio Mosseri ha espresso apprezzamento e gratitudine all’Amministrazione Comunale di Livorno per aver organizzato la mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse” al Museo della Città, e il convegno per il centenario di Modigliani.

“Un lavoro – ha sottolineato Mosseri – che ha riportato Livorno al centro dell’attenzione italiana e internazionale. Grazie per aver riportato a Livorno Modigliani, un figlio prediletto di questa città, frutto e risultato delle leggi Livornine che, grazie all’avvedutezza dei Medici, consentirono agli ebrei di dare il proprio contributo alla società, in un contesto non pericoloso, in maniera serena”.

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