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In palcoscenico e dietro le quinte. Gemma Bellincioni fra Cavalleria rusticana, l’amore per il tenore Roberto Stagno e la villa a Montenero (con fotogallery)

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

La Pasqua richiama alla memoria “Cavalleria rusticana”, e l’opera di Mascagni fa pensare a Gemma Bellincioni (un ritratto nella foto sopra il titolo), la prima interprete di Santuzza. Ed ecco che per il nostro articolo pasquale ci occupiamo di questa celebre prima donna, grande interprete, famosa cantante attrice che prima di dedicarsi alla musica di Mascagni e dei “veristi” piacque a Verdi, tanto che il cosiddetto “Cigno di Busseto” pensò seriamente a lei quale prima Desdemona.

Nata a Monza nel 1864 da Cesare Bellincioni, toscanissimo, basso comico della scuola fiorentina di Giuseppe Scheggi , la piccola Gemma crebbe sulle tavole del palcoscenico e, insieme alla sorella Saffo, acquisì l’educazione musicale attraverso l’insegnamento della madre Carlotta Soroldoni, una cantante che aveva sacrificato la carriera al matrimonio. Compiuti i sedici anni debuttò poi al fianco del padre interpretando il personaggio di Vittoria in Tutti in maschera di Pedrotti al Teatro Nuovo di Napoli – altrimenti detto “San Carlino” – la mitica ribalta degli “eroi” dell’opera comica.

Gemma, quindi, mosse i primi passi della carriera in terra di Spagna, niña mimada nella compagnia di Enrico Tamberlick, il celebre tenore, dove si fece le ossa come Gilda in Rigoletto, Filina in “Mignon,” Giulietta nei “Capuleti e i Montecchi”.

La vogue del momento indusse quasi Gemma Bellincioni alla specializzazione nel repertorio meyerbeeriano, per cui divenne nota ancor giovanissima nell’interpretazione di Dinorah, d’Isabella nel “Roberto il diavolo”, di Berta nel “Profeta”, di Margherita di Valois negli “Ugonotti”, d’Ines nell’”Africana”.
Un certo “pepe”, il temperamento graffiante che esprimeva nell’affrontare i passi d’agilità e l’adeguato physique-du-rôle – coronato da un paio di gambe che fecero epoca, da sfoggiare nelle parti en travesti – aggiunsero lusinghe alle sue interpretazioni di Rosina nel “Barbiere di Siviglia”, di Oscar in “Un ballo in maschera” e di “Lucia di Lammermoor”.

Aveva varcato da poco i vent’anni ed i suoi compagni di scena già si chiamavano Julian Gayarre, Fernando Valero, Fernando De Lucia, dunque il meglio del meglio di quel priodo, quando la promettente coloratura iniziò a cambiar voce, ad esporsi a maggiori carichi interpretativi, a frequentare nelle opere già cantate i personaggi più drammatici.

Ed ecco che Filina si tramutò in Mignon nell’opera omonima di Thomas, Isabella in Alice nel “Roberto il diavolo”, la volubile Margherita nell’appassionata Valentina degli “Ugonotti”, ed aggiunse “La Traviata” al proprio repertorio. Fu dunque attraverso l’interpretazione di Violetta che Giuseppe Verdi considerò Gemma Bellincioni come possibile Desdemona durante gli ultimi preparativi d’Otello nel 1887. La cosa non avvenne perché il Bussetano preferì Romilda Pantaleoni, ma quello stesso anno appartenne l’evento che doveva segnare l’esistenza di Gemma Bellincioni anche dopo la morte, l’incontro con il tenore Roberto Stagno. Lui era maturo, di ventiquattro o venticinque anni più vecchio, gran signore sulla scena e nella vita, sposato, lei rimase affascinata. Cantavano in “Roméo et Juliette” al Politeama Argentino di Buenos Aires, nacque un grande amore ed anche una figlia. La coppia inconsacrata passò esule di teatro in teatro, di successo in successo, di scandalo in scandalo, ora a Lisbona, ora a Budapest, oppure a Roma, meditando di tornare in Argentina come in fuga, per mettere l’oceano fra loro e tutte le seccature. I loro cavalli di battaglia furono “La Traviata”, “Carmen” ed “Il Barbiere di Siviglia,” opere dove Stagno poteva liberare tutta la classe di fraseggiatore proverbialmente raffinato e Gemma Bellincioni la passione, il temperamento, la faccia tosta da vera grande interprete.

Nel 1890, vuoi perché gli anni migliori di Roberto Stagno erano inesorabilmente trascorsi, vuoi per smania di conoscenza e di rinnovamento, i due decisero di cambiare repertorio. L’occasione fu fornita dalla fase finale del concorso Sonzogno, durante la quale eseguirono al Teatro Costanzi di Roma le tre opere premiate. Andò in scena “Labilia” di Spinelli, seguita da “Cavalleria rusticana” di Mascagni e da “Rudello” di Ferroni. Il trionfo dell’opera mascagnana è cosa nota. Roberto Stagno e Gemma Bellincioni si fecero così ambasciatori della nuova scuola imposta da Pietro Mascagni, il “Verismo musicale italiano”. Nell’Amico Fritz che interpretarono al San Carlo di Napoli, lui attempato e distinto, lei giovane e bella, sembravano dipinti.

La musica di Mascagni non offrì a Roberto Stagno e Gemma Bellincioni solo momenti interpretativi d’alto livello. Giunti a Livorno nell’agosto 1890 per interpretare “Cavalleria” furono attratti dal paesaggio di Montenero e sulle alture della città mascagnana stabilirono il loro buen retiro a Villa Bianca, una magione che Gemma acquistò e che dedicarono al nome della figlioletta. Dalla villa scesero frequentemente nel capoluogo per prendere parte in diverse produzioni operistiche, tra le quali, notevolissime, quella di “Barbiere di Siviglia”, “La Traviata” e “Carmen” nel 1893, e quelle di “Manon” di Massenet (con l’eccellente e balzano Joaquin Bayo come Des Grieux) e “Silvano” nel 1895. E dobbiamo dire che la “sora” Gemma, come fu familiarmente chiamata a Montenero la Bellincioni, seppe conquistarsi indissolubilmente l’affetto degli abitanti del luogo.

Di fronte all’aperto orizzonte tirrenico estendere lo sguardo da Mascagni ai giovani musicisti che seguirono il verbo del livornese e profondere energie nello studio e nella rappresentazione di nuove opere fu facile. “Mala vita!” di Umberto Giordano, “A Santa Lucia” di Pierantonio Tasca, “La martire” di Spiros Samaras, “Nozze istriane” di Antonio Smareglia furono le loro creazioni più grandi.

(1 – CONTINUA)

3 comments

    • Grazie ancora per il suo nuovo commento e grazie soprattutto della sua fedeltà al sito. Lo staff di toscanaeventinews.it

  • Grazie, troppo buona: elogio immeritato. Gemma Bellincioni fu proprio un’interprete straordinaria, non tanto per la qualità assoluta, ma per la totale dedizione…

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