L’Homme Armé: il 23 ottobre a Scandicci (nella Badia a Settimo) e il 24 a Borgo San Lorenzo (nella Pieve) appuntamento finale dell’edizione 2020 dei Concerti al Cenacolo, Il programma

Firenze, Musica

Venerdì 23 ottobre alle 21 nella magnifica Badia a Settimo (via S. Lorenzo a Settimo, Scandicci; ingresso liber) e sabato 24 ottobre 2020 alle 21 nella medievale Pieve di San Lorenzo (via Cocchi 4, Borgo San Lorenzo; ingresso libero) concerto finale dell’edizione 2020 de «I Concerti al Cenacolo», che l’Associazione L’Homme Armé porta avanti dal 1994 ed è la più longeva rassegna annuale di musica antica in Toscana: l’Ensemble L’Homme Armé diretto da Fabio Lombardo (Mya Fracassini, mezzosoprano; Marta Fumagalli, mezzosoprano; Andres Montilla Acurero, tenore; Paolo Fanciullacci, tenore; Riccardo Pisani, tenore; Gabriele Lombardi, baritono; Andrea Perugi, organo) esegue «Plorat amare. Musiche sacre e spirituali di Claudio Monteverdi».

La rassegna da qualche anno non è più solo nella sede storica, ma in luoghi d’arte significativi dell’area metropolitana. Tutti i luoghi dei concerti fuori città, noti o meno noti che siano, testimoniano la lunga e complessa storia del territorio. All’interno vi sono spesso opere d’arte notevoli che, grazie anche a questi appuntamenti potranno essere riconosciuti e meglio apprezzati. Senza dimenticare che intorno a questi luoghi ci sono comunità vive alle quali questi concerti (a ingresso libero) sono rivolti, affinché si possa meglio conoscere l’intreccio di espressioni artistiche che sta alla base della nostra storia.

  • A causa delle limitazioni di posti dovute alle norme di sicurezza è raccomandata la prenotazione, che si fa direttamente dal sito www.hommearme.it; per informazioni si può chiamare il 339 6757446 o scrivere a informazioni@hommearme.it).

 Il concerto

Nel panorama musicale attuale, sia nella ricerca storico-musicale che nella ricezione del pubblico dei concerti e degli appassionati, Claudio Monteverdi è ormai universalmente riconosciuto come uno dei maggiori creatori musicali di tutti i tempi. La sua produzione ha toccato tutti gli ambiti e sempre, a parte le primissime opere, con un livello di invenzione e innovazione che ha stupito i suoi contemporanei così come ancora stupisce noi. Nel corso degli ultimi decenni la sua musica sacra è stata oggetto di letture diverse, alcune delle quali, con l’eccezione del famosissimo Vespro della Beata Vergine, l’hanno relegata ad una produzione minore ancora fortemente legata alla “prima pratica”, cioè da un uso tradizionale del contrappunto, una musica “all’antica”. Vanno avanti ricerche e dibattiti sull’origine di un’opera monumentale come la pubblicazione di “Sanctissimae Virgini missa senis vocibus ac vesperae pluribus decantandae” (1610), che contiene sia la Missa che i Salmi e i Concerti per il Vespro: nonostante la copiosa quantità di musica sacra che veniva pubblicata al tempo, continuano a stupire le dimensioni di quella pubblicazione, soprattutto in relazione al portato innovativo (negli anni in cui compone Messa e Vespro era a Mantova al servizio del Duca Vincenzo Gonzaga dapprima come maestro da camera e poi, dal 1602-03, anche maestro della chiesa, probabilmente  con l’obbligo di occuparsi anche di musica sacra per le celebrazioni di alcune importanti festività della città). Ma all’interno di quella pubblicazione, che contiene sia la Missa sia il Vespro, l’attenzione si concentra sempre sull’evidente modernità di quest’ultimo e sulla sua grandiosa organizzazione.

Se la modernità del Vespro appare così evidente, quella del Messa viene troppo spesso trascurata, sia per la particolarità apparente dello stile, interamente contrappuntistico, sia a causa di fatti contingenti quali ad esempio la dedica della pubblicazione al papa Paolo V (Monteverdi si recherà a Roma per portare di persona una copia al Pontefice). Per molti, infatti, la presenza nella pubblicazione del 1610 della Messa in prima posizione (seguita dal Vespro) è solo un fatto funzionale alla dedica e alle aspettative professionali che potevano derivarne: doveva dimostrare al pontefice di essere un compositore capace di comporre secondo la tradizione e con abilità contrappuntistiche straordinarie. E in effetti questo è quello che Monteverdi fa in più modi: nella Messa con lo stile imitativo usato con un livello di complessità quasi inaudito, nel Vespro con l’uso ricorrente del canto fermo sopra il quale crea una grandissima varietà di forme componendo anche una Sonata strumentale (sopra Sancta Maria). Ma al di là della superficie stilistica, al di là del tour de force contrappuntistico, la Missa in illo tempore svela nuove prospettive musicali, in particolare nell’impianto quasi del tutto tonale in cui si muove il contrappunto, e nella relazione del testo con la musica (solo apparentemente all’antica). Tutti aspetti che contraddistinguono un’opera decisamente moderna pur usando una tecnica antica. A partire dalla fonte dei motivi musicali, che, come dichiarato dallo stesso autore, è il mottetto In illo tempore loquentur Jesu ad turbas di Nicolas Gombert, un compositore fiammingo morto circa 50 anni prima da cui Monteverdi preleva una serie di motivi musicali, filtrandoli attraverso una visione armonica già tonale, per riorganizzarli in un monumento polifonico che si sviluppa in modo addirittura caleidoscopico.

Questa Missa del 1610 (le altre due a quattro voci furono pubblicate nel ’43 e nel ’50) ha le radici pienamente piantate nella musica del Rinascimento ma le fronde completamente proiettate verso un’altra epoca.

Così come in un senso simile potremmo dire dei madrigali spirituali che, nel programma del concerto finale della nosta rassegna, intercalano la sequenza dell’ordinarium missae. Si tratta di contrafacta, cioè di musica “fatta spirituale” da Aquilino Coppini un latinista musicista al servizio del cardinale Borromeo. Coppini, seguendo una prassi frequente all’epoca, creò dei nuovi testi in latino, di argomento religioso, su vari madrigali di alcuni tra i più famosi madrigalisti suoi contemporanei, primo fra tutti Monteverdi. I quattro inseriti nel programma sono tratti dal IV (1603) e V (1608) libri monteverdiani:

Piagn’e sospira (IV)                                                    Plorat amare

Ecco piegando le ginocchia a terra (V)                   Te, Jesu Christe

Dorinda, ah! Dirò mia (V)                                         Maria, quid ploras

Ferir quel petto (V)                                                     Pulchrae sunt

In realtà anche questi madrigali seguono l’antica tradizione madrigalista, ma con una relazione testo-musica in cui la poesia orienta il senso musicale in tutti gli aspetti della forma. E Coppini, nella sua operazione, segue attentamente lo stesso procedimento, ricalcando gli “affetti” punto per punto. Così “plorat amare” sostituisce “piagn’e sospira”, “spargea di pianto le vermiglie gote” diventa “humectat planctu pudibundas genas”, “ferisci questo cor che ti fu crudo” si traforma in “Tu vero vulnera cor meum durum telo amoris tui”. L’affetto e il discorso restano immutati, e, prima ancora che con la monodia, la “seconda prattica” si fa largo nella musica religiosa o spirituale. (va ricordato che l’unica raccolta di Madrigali spirituali di Monteverdi del 1583 è andata perduta).

 

Lascia un commento