CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE / 2. Gloria racconta con l’arte, Lucia dice “Io ci sono”

Da non perdere, Firenze, Prato

Una sedia vuota e un paio di scarpe rosse all’ingresso del teatro sono simbolicamente riservate a una di quelle donne uccise per mano di un marito, fidanzato o compagno. Mentre sulla facciata del teatro, quello del Popolo a Castelfiorentino, una installazione dell’artista Gloria Campriani riflette  sulla tragedia della violenza sulle donne. “La mia opera è pura provocazione – dice Campriani – Con uno spirito apparentemente erotico spingo il fruitore a riflettere su che cosa possa essere successo a quel busto di donna conficcato nel terreno coperto da sassi bianchi”. Gli alberi della piazza davanti al teatro sono poi ornati di lane colorate, contrassegnate da nomi femminili, quelli delle donne uccise negli ultimi mesi in Italia. Le opere sono delle donne del gruppo Knit di Castelfiorentino, dove sabato 26 novembre 2016 alle ore 21 va in scena lo spettacolo “Carmen, il canto della libertà” ispirato all’opera di Bizet. Biglietto 5 euro. Info www.teatrocastelfiorentino.it 

IO CI SONO, LA STORIA DI LUCIA

 Una storia di violenza e di immenso coraggio. Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, sarà in scena venerdì 25 novembre 2016 alle ore 21 al Teatrodante Carlo Monni di Campi Bisenzio (piazza Dante n.23), in prima nazionale, lo spettacolo teatrale “Io ci sono” di Andrea Bruno Savelli, che racconta la storia di Lucia Annibali, l’avvocato di Pesaro aggredita con l’acido la sera del 16 aprile del 2013, mentre rientrava a casa (nella foto in basso Lucia, con il cappotto, e il cast dello spettacolo). Un attacco commissionato dal suo ex, Luca Varani, condannato a vent’anni di carcere; un terribile fatto – costato alla giovane professionista 18 operazioni chirurgiche – diventato per la Annibali l’occasione di una rinascita, rendendola determinata al punto da diventare una vera e propria paladina in Italia nella difesa dei diritti.luciaannibali

Lo spettacolo, tratto da “Io ci sono – La mia storia di non amore” romanzo scritto da Lucia Annibali e dalla giornalista Giusi Fasano, è una produzione del Teatrodante Carlo Monni e di Teatro e società Srl. Sul palco, nel ruolo della Annibali, ci sarà Alice Spisa, attrice fiorentina tra le interpreti più apprezzate dal cinema d’autore e vincitrice del Premio Ubu 2013 come migliore attrice under 30; Marco Cocci, attore e musicista pratese, vestirà i panni dell’avvocato Varani, la romana Valentina Chico si destreggerà nel triplice ruolo di Marta, amica di Lucia, Anna, fidanzata di Varani e della dottoressa Pierangela Rubino, mentre l’attore bolognese Gianluigi Fogacci rivestirà il ruolo del dottore Edoardo Caleffi, primario di Chirurgia all’Ospedale Maggiore di Parma, che ha seguito Lucia nel lungo percorso di ricostruzione del suo volto.

“Io ci sono” sarà in replica sabato 26 novembre sempre alle 21, mentre il 28 si terrà una matinée per le scuole. Biglietti da 10.50 euro a 22.50. Per informazioni www.teatrodante.it, infoline allo 055 8979403.

Dice Lucia Annibali a proposito dello spettacolo: “Con Andrea ci siamo incontrati una prima volta a Pesaro per una presentazione del libro al teatro di Campi Bisenzio ed una seconda volta per leggere la sceneggiatura. Pochi giorni fa ho visto le prove e devo dire che mi è piaciuto molto. Mi sono tanto emozionata e commossa, ho apprezzato le parti del racconto che sono state evidenziate, l’utilizzo fedele del testo del libro, il racconto, attraverso una serie di monologhi, dei miei pensieri, dei miei sentimenti, del dolore. È la restituzione del messaggio più profondo della mia storia personale, che ho deciso di diffondere non solo per condividere il dolore ma anche come messaggio positivo di speranza, per incoraggiare le persone ad affrontare le prove difficili della vita con forza”. Conclude: “Attualmente sto collaborando con la Ministra Boschi al dipartimento delle Pari Opportunità. È un impegno a tempo pieno, molto interessante, stimolante e che io vivo con grande senso di gratitudine e di responsabilità”.

Valentina Chico interpreta ruoli contrastanti: “Uno è quello di Marta, la migliore amica di Lucia, l’immagine del suo mondo prima dell’aggressione, e quindi anche della possibilità di essere felice lontano da Varani. Ada invece è la donna che ha deciso di rimanere con quest’uomo violento, colei che l’ha sempre accolto fino alla fine, fino al compimento del gesto che l’ha portato in carcere. Questa vicenda mi ha colpito molto in quanto Lucia, risucchiata in un baratro che ha iniziato a farsi sempre più oscuro nel momento in cui ha rifiutato Varani, non è riuscita a rendersi conto di come la situazione stesse deragliando dai limiti dell’accettabile. Credo che sia molto difficile comprendere le situazioni quando ci siamo immersi dentro”.

A Campi Bisanzio sono poi in programma anche altre attività dedicate alla lotta alla violenza contro le donne, tra cui, il 26 novembre alle ore 17 nel foyer del teatro, la presentazione di “La violenza di genere. Dinamiche sociali e politiche di intervento in una prospettiva comparata”, con l’autrice Virginia Bettanin. Seguirà il dibattito con Monica Roso e Eleonora Ciambellotti del Comune di Campi Bisenzio, Daniela Bagattini e Luca Caterino di reteSviluppo.

ARTEMISIA GENTILESCHI E “GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE”

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne il Comune di Firenze, in collaborazione con la Galleria degli Uffizi, presenta in Sala dei Gigli la Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi (1620 ca.), in un dialogo ideale con l’analogo soggetto in bronzo realizzato da Donatello tra il 1457 e il 1464. Si tratta di un allestimento temporaneo da venerdì 25 a domenica 27 novembre 2016, visitabile dalle 9 alle 19. Provenienti entrambe dalle collezioni medicee, commissionate da Piero de’ Medici e dal Granduca Cosimo II, le due opere si soffermano sul momento più violento del racconto biblico, l’attimo cruciale in cui la giovane donna sferra il colpo mortale, creando scene di forte impatto emotivo. Il tema dell’eroina ebrea, modello di virtù e coraggio, che riscatta il suo popolo uccidendo il generale assiro Oloferne, si arricchisce in entrambe le versioni di significati ulteriori.

Originariamente destinata al giardino del palazzo di via Larga (l’attuale Palazzo Medici Riccardi), la Giuditta e Oloferne di Donatello assume una valenza politica quando, nel 1495, a seguito della cacciata dei Medici, l’opera viene confiscata e trasferita sull’arengario di Palazzo Vecchio, sede del nuovo governo fiorentino, quale simbolo di libertà repubblicana. Nella versione di Artemisia Gentileschi (nella foto grande sopra al titolo un particolare dell’opera) è possibile leggere riferimenti più strettamente personali. Difficile non mettere in relazione la brutalità della scena con la violenza sessuale subìta dall’artista il 6 maggio 1611 da parte del pittore Agostino Tassi, amico del padre Orazio Gentileschi e suo maestro di prospettiva e di disegno. La determinazione di Giuditta ricorda quella di Artemisia che coraggiosamente affronta il lungo processo intentato dal padre contro il suo violentatore e dopo la condanna di quest’ultimo, superata la vergogna subita, riesce perfino ad affermarsi come pittrice assicurandosi importanti commissioni in Italia e presso le principali corti europee. Al di là di ogni riferimento strettamente biografico, l’opera può essere letta ancora oggi come un manifesto di denuncia della violenza di genere, un simbolo di accusa e di riscatto, in nome di tutte le donne vittime di violenze.

 

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