“1927. Il ritorno in Italia”: quando Ferragamo salì su una nave di lusso, lasciò gli Usa e si fermò a Firenze. Una mostra racconta l’arte e la società degli anni ’20

Arte

Nello scrigno del Museo Salvatore Ferragamo di Firenze, a Palazzo Spini Feroni, la genialità creativa del fondatore continua ad aleggiare. È presente ovunque, capace di emozionare oggi come decenni fa. E l’emozione si moltiplica quando nelle sale del museo, solitamente nel mese di maggio, si apre la bella mostra annuale che racconta la storia di Salvatore, ma anche il contesto storico e sociale nel quale il “calzolaio dei sogni” trasformò lo studio, la progettazione e la realizzazione di una scarpa in un processo che alla fine del percorso portava alla realizzazione di un’opera d’arte

scarpe
Scarpe di Ferragamo risalenti agli Venti ed esposte nel Museo

Giovedì 18 maggio 2017 è stata così inaugurata la nuova mostra, quella che proseguirà fino al 2 maggio 2018. Si intitola “1927. Il ritorno in Italia” e racconta il viaggio che Salvatore, che aveva già conquistato Hollywood e tutto lo star system di allora, fece a ritroso verso l’Italia dopo 12 anni passati negli Stati Uniti d’America. Era il 1927 e quel viaggio avvenne sul “Roma” un transatlantico di lusso, dove le sale erano arredate come quelle dei castelli e dei palazzi patrizi, dove lo stile italiano si faceva già notare. “(…) Un altro capitolo della vita e del lavoro di Salvatore Ferragamo è fonte di ispirazione per una nuova mostra, che diventa occasione di studio e ricerca, strumento di educazione e stimolo alla riflessione contemporanea – scrive Stefania Ricci, storica dell’arte, direttrice del Museo della maison, nell’introduzione al maestoso catalogo dell’esposizione – L’obiettivo del Museo Ferragamo offrire originali chiavi di lettura di argomenti già noti e dove sia possibile, esplorareinediti campi di indagine, chiamando a collaborare curatori e studiosi, sempre diversi, selcianti per le loro specifiche competenze. La finalità ultima gettare di volta in volta un nuovo sguardo sulpassato per comprendere meglio presente (…)”.

In occasione dei novant’anni del ritorno in Italia di Salvatore, ecco che il filo conduttore del viaggio si apre ad una panoramica sull’Italia degli anni venti, decennio al quale oggi guardiamo come ad una vera fucina di idee e di sperimentazione, con mente aperta e cera da pregiudizi e condizionamento ideologici. Nel 1927 Salvatore Ferragamo tornò in patria dopo aver vissuto in California. Nello stesso anno si consuma in Massachusetts la tragedia dei due anarchici Nicola Sacco, operaio in una fabbrica di scarpe, e Bartolomeo Vanzetti, e Charles Lindbergh compie la prima trasvolata atlantica senza scalo da New York a Parigi.

 

Non ancora diciassettenne, Salvatore Ferragamo era partito nel 1915 dal porto di Napoli, passeggero di terza classe sulla nave Stampalia, per completare un percorso di conoscenza, come accade oggi a molti giovani che lasciano l’Italia per studiare all’estero. Non si era imbarcato per cercare lavoro, seguendo il destino di molti conterranei e persino dei fratelli maggiori. Un mestiere e un’attività Salvatore li aveva già: era un provetto ciabattino nel suo paese natale, Bonito, in Irpinia. A undici anni era già proprietario di una bottega con sei lavoranti, tutti più vecchi di lui, dove realizzava scarpe su misura per le signore del paese. Salvatore voleva però imparare di più sull’arte della calzatura. L’ossessione di creare la scarpa perfetta lo aveva condotto prima a Napoli e poi negli Stati Uniti. L’America gli era sembrata il posto giusto per soddisfare la sua sete di sapere. In quel paese erano state inventate le prime macchine per cucire la tomaia alla suola e l’industria calzaturiera aveva raggiunto elevati livelli di sviluppo, impensabili per l’Italia.

vetrina
Unavetrina della boutique Ferragamo di Firenze allestita per l’apertura della mostra

Salvatore, nel viaggio di ritorno, è ospite in prima classe, a bordo del grande transatlanico della Navigazione Generale Italiana – il Roma – varato nel 1926 con rotta New York, Genova e Napoli (nella foto sopra il titolo l’installazione video della sala d’ingresso al Museo) È un uomo di successo. Aveva imparato tutto quello che c’era da conoscere sulle scarpe, sulle misurazioni, sulla calzata. Era diventato famoso con la sua bottega di riparazioni e di scarpe su misura a Santa Barbara, sulla costa californiana, tanto che nel 1923 aveva potuto aprire un elegante negozio a Hollywood, frequentato dalle stelle del cinema. Aveva assistito in prima persona alla grande rivoluzione che il cinematografo aveva portato, insieme alla radio, nel mondo della comunicazione. Negli Stati Uniti si era guadagnato il soprannome di “calzolaio delle stelle ”, metafora di una reputazione invidiabile, ampiamente suggellata dalla stampa americana. L’America era grande, magnifica, moderna. Era la patria di quella “gioia di vivere” che significava divertimento sfrenato, musiche, balli, emancipazione femminile, descritta da Francis Scott Fitzgerald nel 1925 nel Grande Gastby e presa a modello da tutta l’Europa, desiderosa di liberarsi dall’incubo della Grande Guerra appena conclusasi e dimenticare i milioni di morti che aveva seminato.

Ma solo in Italia Salvatore avrebbe potuto trovare artigiani della calzatura così bravi da soddisfare le aspettative delle sue esigenti clienti e mantenere costante il livello di qualità che era riconosciuto ai suoi modelli. La sua intenzione era mettere a disposizione dei calzolai italiani gli insegnamenti più avanzati che aveva appreso in California e coniugarli con l’esperienza artigianale locale, attuando quello che oggi ci si auspica da chi lascia l’Italia per approfondire le proprie conoscenze professionali: tornare un giorno e mettere a disposizione il proprio sapere a beneficio del Paese. L’idea iniziale era di impiantare una fabbrica di scarpe fatte a mano da spedire in modo continuativo negli Stati Uniti, e ripartire prima possibile per la California per seguire direttamente il negozio e la clientela. Il progetto fu attuato solo in parte. Salvatore non si limitò ad aprire un laboratorio a Firenze, città da lui eletta in virtù della indiscussa notorietà come simbolo della cultura e dello stile nazionale, ma decide di stabilirsi definitivamente nel capoluogo toscano. Tornerà negli Stati Uniti solo occasionalmente per seguire i negozi e la sede che aprirà in seguito a New York.

L’Italia  nel 1927 appariva chi arriva da fuori, dopo tanto tempo di lontananza, un paese nuovo. Negli Stati Uniti,  l’avvento del fascismo e di Mussolini al governo era stato accolto positivamente, come il giusto rimedio all’instabilità politica in cui gravava l’Italia nel primo dopoguerra. Lo stato italiano sembrava indirizzato a mettersi al passo con gli altri paesi europei sul cammino della modernità, alla ricerca di uno stile nuovo, in grado di soddisfare le esigenze e le attese della moderna collettività e che possa definirsi, per la prima volta dall’Unità del paese, veramente italiano. La base di partenza era rappresentata dal concetto di unità delle arti, urbanistica, architettura, tecnolo- gia e artigianato, a cui era connesso il recupero del mestiere e della tradizione della bottega rinascimentale, considerata il perfetto esempio di sincretismo. Di conseguenza emerge l’importanza della figura dell’artista-artiere a cui si attribuisce un ruolo etico e politico di spirito guida dei tempi nuovi. Il punto cardine del progetto è la straordinaria affermazione delle arti applicate, che vivono una stagione di grande fermento creativo con la nascita a Monza nel 1922 dell’Università delle Arti e l’organizzazione, dal 1923 fino al 1930, nella Villa Reale di Monza, di esposizioni biennali, successivamente confluite nelle Triennali di Milano.

IL FOCUS SULLA MOSTRA

FIRENZE NEGLI ANNI VENTI

Anche a Firenze il decennio è fervido di iniziative, mirate a rivalutare il primato delle arti decorative e dell’artigianato in genere, con l’istituzione dell’EAT (Ente Attività Toscane) e le Fiere d’arte del 1923 e del 1924; soprattutto con la centralità didattica assunta dal Regio Istituto d’Arte di Porta Romana, vera e propria fucina della creatività toscana e nazionale. Ferragamo arriva nel capoluogo toscano in un momento in cui si parla di ritorni: ritorno all’ordine, ritorno al mestiere, ritorno alla grande tradizione nazionale. E la mostra narra proprio la storia di questo attraversamento: un attraversamento di praticità, la fondazione di un’industria; un attraversamento di gusto, la percezione che Salvatore Ferragamo ha della cultura del suo tempo. Una storia, sviluppata per capitoli, che il pubblico potrà analizzare nel suo insieme come un romanzo di formazione.

Partendo da questa premessa, Carlo Sisi, curatore della mostra, coadiuvato dal comitato scientifico, ha costruito il percorso espositivo, che si snoda seguendo il fil rouge del viaggio in transatlantico che Ferragamo compie per tornare in Italia. Il tema è alla base dell’allestimento dello scenografo Maurizio Balò e metafora dell’itinerario mentale che Salvatore Ferragamo percorre nella cultura visiva dell’Italia degli anni venti, estraendo da questa le tematiche e le opere che influenzarono, in maniera diretta o indiretta, la sua officina poetica, senza trascurare nessuno degli aspetti culturali e sociali che contraddistinsero la rinascita del primo dopoguerra, alla vigilia dell’autoritaria affermazione del regime fascista.

Ed ecco allora che scendendo le scale del Museo, ci si trova in mezzo all’oceano, agli spruzzi di salsedine, al lusso della nave… un video scorre mostrando l’oceano increspato dal vento, si vede Salvatore Ferragamo sulla nave,  scorre l’immagine della Statua della Libertà. Ci sono i grandi bauli da viaggio che mostrano le magnifiche scarpe realizzate da Salvatore… Il percorso espositivo può cominciare.

SALA 1 – IL RITORNO DI SALVATORE FERRAGAMO IN ITALIA

La prima sezione della mostra è dedicata al ritorno di Salvatore Ferragamo in Italia a bordo del Roma, una delle grandi motonavi della Navigazione Generale Italiana. Il tema del transatlantico viene affrontato con un montaggio di fotografie che ne mostrano i ricchi ambienti e la lussuosa vita che si teneva a bordo. Sono esposte anche le brochure che ne pubblicizzavano la maestosità e uno spaccato degli interni.mSono esposti anche i documenti di viaggio e il certificato che dimostrava la cittadinanza americana di Ferragamo all’arrivo in Italia, oltre alle calzature, ai modelli di scarpa più si- gnificativi realizzati in questi anni come ordini speciali per le dive del cinema. Simbolo del viaggio compiuto da Ferragamo verso gli Stati Uniti e dagli Stati Uniti è il dipinto di Pippo Rizzo, Il nomade, olio su tela, 1929, dalla Galleria d’Arte Moderna “Empedocle Restivo” di Palermo, che rappresenta il viaggiatore moderno pronto ad allargare il suo orizzonte mentale di esperienze e di opinioni. Mentre la Natura morta, l’olio su tela del 1926 di Mino Maccari, prestato dalle Gallerie degli Uffizi, Galleria d’ arte moderna di Palazzo Pitti, mette in primo piano una scatola con la scritta “Italy”, premonitrice delle future esportazio- ni di prodotti italiani oltre frontiera.

SALA 2 – FIRENZE NOVECENTO

Lo spazio successivo è dedicato all’arrivo a Firenze e invita ad immaginare quale fosse lo scenario che si aprì agli occhi dell’ormai cittadino americano giunto nel luogo simbolo del mito rinascimentale, abituato a ben altri orizzonti e a ben altra contemporaneità, attraverso alcuni capolavori della pittura del Novecento: dal quadro di Giovanni Colacicchi con Piazza Santa Trinita, ai dipinti di Guido Ferroni, John Baldwin, Giuseppe Piombanti Ammannati e Ottone Rosai. Lo scenario della Firenze in cui approda Ferragamo è stato ricostruito attraverso la sequenza dei dipinti sopra citati, che illustrano le sue caratteristiche architettoniche e urbane, oltre a restituire il clima che la città offriva ai molti turisti “colti” che già la frequentavano.

SALA 3 – FOLKLORE E ARTI DECORATIVE IN ITALIA

La terza sezione della mostra illustra i temi del folclore e del regionalismo, indicati quale strada di rinnovamento dell’arte decorativa contemporanea in Italia e fonte d’ispirazione, nel loro ricco repertorio, per la creatività di Ferragamo. Prendendo come punto di partenza la Mostra Etnografica di Roma del 1911, esemplificata in questa sede da alcuni degli abiti provenienti dal Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, che furono raccolti e recuperati in quell’occasione in tutte le regioni d’Italia, il tema viene illustrato attraverso l’esposizione di opere straordinarie: i manufatti sardi di Federico Melis e quelli romani di Duilio Cambellotti, la bellissima produzione del Triveneto, rappresentata da Vittorio Zecchin e dalle sequenze futuriste di Fortunato Depero. Si tratta di un viaggio attraverso le arti applicate che, a partire dal 1923, le Biennali di Monza espongono non soltanto all’Italia ma al mondo intero. Ed è anche grazie a questi eventi che si formerà il gusto italiano, quella concezione del “Made in Italy” basata sull’arte paesana, e quindi sull’identità nazionale, che sarà fondamentale anche per la formazione dell’azienda di Salvatore Ferragamo.

SALA 4 – DONNE ITALIANE

Nel primo dopoguerra la figura femminile si emancipa in tutte le sue possibili inclinazioni: non soltanto quindi la donna madre e fattrice voluta dal fascismo, ma una donna che fa la sua comparsa in società, nei circoli letterari, nelle feste, nelle esibizioni sportive, e che crea – dopo la femme fatale della fine del secolo – un nuovo gusto, quello che Ferragamo asse- conderà con i suoi straordinari prodotti. In questa sala, questo tema così importante occupa uno spazio molto rilevante, entro il quale si propone un guardaroba-tipo femminile – da giorno e da sera -, dipinti di donne celebri nel loro ambiente e ritratti fotografici di donne- artiste, donne-fotografe, donne-scrittrici, donne-attrici, donne-politiche che influenzarono e caratterizzarono il decennio, come la marchesa Luisa Casati, Margherita Sarfatti, Alma Fi- dora, le sorelle Wulz, Edina Altara, Paola Borboni, solo per citarne alcune.

SALA 5 – LA FIRENZE “INDUSTRIOSA” DEGLI ANNI VENTI

Collegata alla seconda sezione è questa quinta sala che propone una selezione di opere realizzate a Firenze negli anni venti e in grado di dimostrare come, al pari delle calzature di Ferragamo, l’abilità degli artigiani e la molteplice varietà delle materie e dei motivi decorativi fossero impiegati con l’obiettivo di esprimere un linguaggio artistico innovativo e identi- tario allo stesso tempo. I vasi di Gio Ponti per la Richard-Ginori, i disegni di Carlo Scarpa per le vetrate del negozio fiorentino di Cappellin, le maioliche di Cantagalli, le coppe in vetro inciso di Balsamo Stella, i tessuti di Lisio sono la prova della capacità di rinnovare la tradizione in chiave funzionale e contemporanea. Ernesto Michahelles, in arte Thayaht, rappresenta il perfetto esempio del sincretismo tra arti maggiori e minori di questo periodo. L’eclettico artista fu autore di sculture e dipinti, ma anche artefice di mobili e suppellettili, creatore di moda e grafico d’eccezione.NIn quegli anni veniva coltivata a Firenze, all’interno del Regio Istituto d’Arte, l’unione armonica di quelle che si definivano allora le “arti sorelle”: i giovani artisti, coordinati inizialmente dal grande scultore Libero Andreotti, produrranno progetti e oggetti, anche per le grandi iniziative nazionali, conquistando peraltro le copertine di “Domus”.

SALA 6 – LA CASA ITALIANA

La progettualità della casa e di quello che le sta intorno rappresenta per l’Italia nel decennio 1920-1930 il banco di prova di quello che sarà negli anni cinquanta il design “Made in Italy”, riassumendo il dibattito di quegli anni sulla concezione organica dell’architettura, perfetta collettrice di tutte le arti. NLa sala è dominata da una videoinstallazione con la riproposizione dei tre modelli di casa progettati nel periodo: la Casa d’Artista di Balla e Depero, la Casa Neoclassica di Gio Ponti e la Casa Razionale di Terragni e del Guppo 7, identificata dalla Casa Elettrica presentata a Monza nel 1930, contenitore di oggetti e nuove sensibilità. All’interno della videoinstallazione sono incluse le rielaborazioni progettuali contemporanee di un gruppo di giovani studenti di Design Campus (Dipartimento di Architettura – DIDA, Università degli Studi di Firenze).

SALA 7 – IL CORPO A PEZZI

Tenendo conto che a partire dagli anni Venti l’estetica dell’oggetto era strettamente connessa con l’esatta percezione della fisicità, dell’armonia delle articolazioni, delle leggi del movimento e delle proporzioni, si è pensato di destinare una parte importante della mostra al “corpo a pezzi”, dove il tema del corpo, così significativo per l’estetica del periodo, viene declinato in tutte le sue possibili varianti attraverso un gioco che va dalla scomposizione futurista e cubista alla sua ricomposizione. Si tratta di una sorta di “ritorno all’ordine” che proprio nell’alta moda e nella possibilità di offrire al corpo dettagli raffinati trova nella don- na una figura da presentare al pubblico attraverso la danza, lo sport, lo studio anatomico e la tecnica delle misurazioni. Risale a questo periodo, infatti, lo sviluppo di una nuova cultura corporea, volta a valorizarne il benessere sia fisico che mentale attraverso le pratiche sportive e ginniche, le più recenti forme di danza, i massaggi, i centri di estetica, i ritrovati della cosmetica, la chirurgia plastica.

SALA 8 – IL CORPO E LA SUA ESTETICA

In questa sala trova espressione il corpo inteso come strumento estetico del dinamismo, tema assolutamente centrale nella cultura novecentesca alla fine degli anni Venti. Nel solco della nuova percezione della fisicità, dell’armonia delle articolazioni, delle leggi del movimento e delle proporzioni che caratterizza il periodo, si propongono alcune significative opere che indagano le molteplici iconografie nelle quali si esplicano le “ragioni” del corpo, tra avanguardie e metafisica fino agli “albori” del sistema moda: Dario Viterbo, Alimondo Ciampi e Giacomo Balla per la danza, Thayaht (Ernesto Michahelles), Francesco Messina, Umberto Primo Conti per lo sport, Mario Broglio e RAM (Ruggero Alfredo Michahelles) per l’esaltazione delle forme e della “moda solare” sullo sfondo della bellezza essenziale e lu- minosa della natura marina, e, infine, Fillia (Luigi Enrico Colombo), Mino Rosso, Depero e Luciano Baldessari ad esprimere la metafisica del manichino e del corpo meccanizzato in tutti i suoi sviluppi.

RIFLESSIONI CONTEMPORANEE

Il percorso espositivo diventa dunque opportunità di studio e ricerca, strumento di educa- zione e stimolo alla riflessione contemporanea. Un appuntamento ormai annuale al Museo Salvatore Ferragamo che, dando uno sguardo al passato, vuole contribuire ad una migliore comprensione del presente e offrire stimoli per il futuro. Non poteva mancare in questo progetto un punto di vista contemporaneo, rappresentato dalle interviste realizzate a Ugo La Pietra, Alessandro Mendini, Stefania Ricci, Luca Scarlini, Carlo Sisi e Lea Vergine – personalità note del mondo della cultura e del design – sugli argomenti centrali della mostra (disponibili sul sito web Salvatore Ferragamo), e dal workshop sul tema Tra arte e design in Italia 1927-2017: il progetto dell’innovazione – curato dalla docente prof. ssa Francesca Tosi dell’Università degli Studi di Firenze (Dipartimento di Architettura – DIDA, Design Campus). Anche i pannelli didattici esplicativi della mostra e il contenuto delle audioguide sono frutto della collaborazione con altre istituzioni. Ne sono autori quattro giovani stu- denti della IV A del Liceo classico Michelangiolo di Firenze, coordinati dal prof. Stefano Fabbri Bertoletti, per il progetto Storytelling Ferragamo nell’ambito del percorso formati- vo di Alternanza Scuola- Lavoro –MIUR in convenzione con la Fondazione Ferragamo.

Contributi di: Alessandra Acocella, Maria Canella, Daniela Degl’Innocenti, Roberta Ferrazza, Lucia Mannini, Isabella Patti, Paolo Piccione, Susanna Ragionieri, Stefania Ricci, Luca Scarlini, Maddalena Tirabassi, Caterina Toschi, Francesca Tosi, Elvira Valleri

Allestimento a cura di: Maurizio Balò
Filmati: Vincenzo Capalbo e Marilena Bertozzi – Art Media Studio Francesco Fei, Daniele TommasoApertura al pubblico: dal 19 maggio 2017 al 2 maggio 2018 Orario 10.00 – 19.30Giorni di chiusura: 1 gennaio, 1 maggio, 15 agosto, 25 dicembreOfferta di visite guidate con operatori specializzati, servizio di audioguide.
Prenotazioni per gruppi da richiedere via e-mail a museoferragamo@ferragamo.com o al numero tel.+39-055-3562466Biglietto: €6
Catalogo a cura di Stefania Ricci e Carlo Sisi, edito da Skira

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