All’Opera arriva “Don Carlo”. Il tenore Aronica nei panni del protagonista, nel cast anche il baritono toscano Cavalletti

Firenze

di GABRIELE RIZZA

Dopo il mozartiano “Idomeneo”, offerto a Pistoia Capitale italiana della Cultura (ultima replica al Teatro Manzoni sabato 6 maggio), per il secondo titolo operistico il Maggio si affida al monumentale “Don Carlo” (prima assoluta a Parigi nel marzo 1867, prima in Italia al Comunale di Bologna sette mesi dopo), che impegnò Verdi a più riprese, fra rimaneggiamenti, modifiche, tagli e aggiunte, passando dai cinque atti originari a quattro e poi di nuovo a cinque (alla fine se ne conteranno addirittura sette versioni). L’opera segna una tappa importante nell’itinerario del compositore. Il contatto col grand-opéra e con le correnti culturali europee portarono infatti a un allargamento della concezione strutturale del melodramma e a una più ricca elaborazione della parte strumentale.

Nota Massimo Mila: “Mai Verdi si è tanto inoltrato nell’esplorazione dei misteri più sottili dell’anima, come nella descrizione dell’amore colpevole e soffocato fra Don Carlo e la giovane matrigna”.massimocavalletti

L’allestimento che il 5 maggio 2017 arriva all’Opera di Firenze (repliche l’8, l’11 e il 14) è quello in quattro atti di provenienza spagnola (lo producono Bilbao, Oviedo, Siviglia, Tenerife), che nell’occasione può contare, secondo le parole del direttore Zubin Mehta, “su un cast di ottimi cantanti”: il tenore Roberto Aronica nei panni di Don Carlo, il soprano Julianna Di Giacomo in quelli di Elisabetta, il basso Dmitry Beloselskiy come Filippo II, il baritono Massimo Cavalletti (di Lucca, nella foto a destra) nel ruolo di Rodrigo Marchese di Posa, il mezzosoprano Ekaterina Gubanova la Principessa Eboli, il tenore Enrico Cossutta il Conte di Lerma e il basso Eric Halfvarson il grande Inquisitore.

A firmare lo spettacolo è un figlio d’arte, Giancarlo Del Monaco, che non fa mistero delle sue scelte registiche: “Siamo dentro la grande storia, fra personaggi realmente esistiti, inseriti nella loro epoca, in quella particolare temperie politica e culturale che fu il ‘siglo de oro’, un impero sul quale, come sappiamo, non tramontava mai il sole. Ho voluto essere il più vicino possibile a Verdi e a Schiller, optando per un finale meno esoterico, più realistico, dove sarà il padre Filippo II a uccidere il figlio, come vorrebbe la così detta “leggenda nera” messa in giro dalla regina Elisabetta d’Inghilterra”. Info www.opeardifirenze.it

 

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