Al Verdi di Pisa un “Ernani” narrativo e corrusco. Il giovane tenore Agadzhanyan corretto, ma deve migliorare. Zabala mette in scena una buona agilità, Cavalletti mostra una bella voce (e qualche ombra). Coro debole e non troppo preciso. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica, Pisa
di FULVIO VENTURI
Sono accorso a Pisa per questo Ernani soffocato dal puccinismo imperante – in un anno sette produzioni di Tosca, quattro della Bohème e tre di Suor Angelica: fantasia dei direttori artistici.
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Ernani si rappresenta a Pisa dal 1845 quando andò in scena al Teatro dei Ravvivati per un totale di sedici produzioni, l’ultima delle quali però risale al 1977, ovvero quarantadue anni fa. Un trionfo dell’aurea provincia, ma di queste produzioni alcune oggi assumono carattere storico in ragione degli interpreti: Francesco Graziani, Don Carlo nel 1853, il possente Titta Ruffo, – l’esponente più illustre di una formidabile schiatta di baritoni pisani che faceva capo a Lelio Casini, Emilio Barbieri, Oreste Benedetti – anch’egli Don Carlo nel 1901, Vera Amerighi Rutili, altra magnifica voce pisana di autentico soprano drammatico d’agilità che nel 1927 fu Elvira insieme con solido terzetto di colleghi maschili formato da Luigi Lupato, Gaetano Viviani e Franco Zaccarini. Le ultime due edizioni poi le ricordo in prima persona. Quella del 1966 perché se ne parlava ancora quando ragazzo mi affacciai al Verdi, – e sfido io: oggi Limarilli, De Osma, Cornell McNeil (!!!) Ernani lo farebbero alla Scala, al Met e nei più grandi teatri -, quella del 1977 perché ero presente e fu buona: Nunzio Todisco, Lorenza Canepa, Antonio Salvadori, Carlo Cava. Anche qui si veleggiava col vento in poppa.
Per coloro i quali mi leggono abitualmente dovrei aggiungere che allora non era impossibile sulle grandi scene assistere ad edizioni veramente memorabili di Ernani come accadde a me nel 1972 a Verona (Corelli, Ligabue, Cappuccilli, Raimondi giovane; De Fabritiis) e nel 1974 a Genova (Bergonzi, Parada, Zanasi, Giaiotti; Molinari Pradelli), oppure di solida professionalità come a Bergamo nel 1975 (Labò, Adelina Romano, Protti, Roni; Mario Braggio).
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Devo poi dire che in questi cinquant’anni ho assistito, oltre alla rarefazione del titolo, ad una mutazione della poetica interpretativa di Ernani, la cui collocazione esegetica è stata anticipata da opera romantica, fiammeggiante capostipite degli anni di galera verdiani, a tarda esemplificazione belcantistica. Ovvero una volta si poneva attenzione alla narrazione della vicenda, con una certa speditezza esecutiva, e questa era la filosofia di augusti routiniers novecenteschi, oggi si tende a sottolineare un certo lunare solipsismo dei personaggi in una chiave quasi donizettiana e, naturalmente, la loro ascendenza belcantistica. (A lato una scena di “Ernani”, ph. Mario Finotti / Tutte le altre immagini al Teatro Verdi di Pisa sono di Imaginarium Creative Studio)
In questa coproduzione della Fondazione Coccia di Novara e del Teatro Verdi di Pisa, il direttore Matteo Beltrami, però, ha inteso impostare la sua lettura più sul versante narrativo e “corrusco” (una volta si diceva così di certi effetti del Verdi da battaglia) che non sull’elegia romantica, come in effetti almeno il primo e il quarto atto di Ernani esprimono. Tutto sommato con il cast che aveva a disposizione non possiamo dargli torto. Così come in questa ottica ci sentiamo di condividere certe opzioni come l’eliminazione dei da capo nelle cabalette e il non indulgere troppo su cadenze e sfumature. E neppure l’orchestra della Fondazione Coccia di Novara (in collaborazione con il Conservatorio Cantelli) ci è parsa di quelle virtuosistiche.
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Il coro che in Ernani vale quanto uno dei quattro solisti protagonisti (qui Coro Sinfonico di Milano “Giuseppe Verdi”, maestro Jacopo Facchini) era invece debole nei tenori primi e non troppo preciso, tanto che si è persa la sensazione di grande assieme che caratterizza il terzo atto.
Il tenore Migran Agadzhanyan è giovanissimo, ventisette anni, forse pochi per affrontare una parte di grande protagonista verdiano. Ha cantato con una certa correttezza e sicuramente con generosità, ma i registri non sono omogenei ed anche il fraseggio, come la personalità, deve migliorare. Alexandra Zabala mette in campo buone agilità, ma la voce non è poi così proiettata, né troppo sonora in alto e in basso.
Luci e ombre nella prestazione di Massimo Cavalletti: la voce è bella ed il fraseggio spesso elegante, ma la tecnica non sempre sostiene le intenzioni. Simon Orfila è un corretto Silva, di buona figura, molto determinato. Alla fine è forse quello che è piaciuto di più. Marta Calcaterra ha sostenuto la parte di Giovanna, mentre Albert Casals ed Emil Abdullaiev hanno completato il cast senza troppa qualità.
Per la parte scenica si è pensato al “recupero storico dell’allestimento in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo” con scene e costumi di Francesco Zito (luci di Bruno Ciulli) e regia di Pier Francesco Maestrini che riprende il lavoro che Beppe de Tomasi aveva compiuto a Palermo nel 1999 e poi rimontato a Messina nel 2007. Fatti salvi gli affetti e la riconoscenza che sono stati alla base dell’operazione, l’esito non ci ha entusiasmato.
Al termine applausi per tutti da parte del pubblico generoso che affollava il Verdi.
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