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Dittico originale e vincente. A Pisa la solidità di “Edipo Re”, incompiuta di Leoncavallo (a 100 anni dalla morte e nel ricordo del baritono Titta Ruffo). Con Altomare e Marrocu. Poi “La vox humaine”. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica, Pisa

di FULVIO VENTURI

Al Teatro Verdi di Pisa, con il duplice intento di ricordare Ruggero Leoncavallo nel centenario della morte e il grande baritono Titta Ruffo, nativo appunto di Pisa, è stato allestito “Edipo re”.
Ultima opera di Leoncavallo, lasciata incompiuta dal suo autore, di “Edipo re“ sappiamo molto poco. Manca un carteggio sulla genesi, manca la luce sulle ragioni che indussero il musicista napoletano a mettere in musica la vicenda. Persino Giovacchino Forzano, il librettista, fu reticente sull’argomento. Questo stato di cose, forse, fu dovuto al fatto che Leoncavallo, più che comporre ex-novo la partitura, attinse a piene mani ad una sua opera preesistente e di enormi dimensioni, “Der Roland von Berlin”. Inoltre questo lavoro di adattamento fu compiuto più che da lui in persona, ormai ammalato e oberato da diverse incombenze, da colui il quale “Edipo re” avrebbe portato a compimento, dopo la morte di Leoncavallo, ovvero Giovanni Pennacchio.

Molto di più sappiamo invece della stima e dell’amicizia che legavano Leoncavallo e Titta Ruffo, sentimenti coagulatisi essenzialmente attorno a due opere che il possente baritono pisano interpretò da par suo, ovvero “Pagliacci” e “Zazà”. Stima che portò anche ad una serie di progetti artistici che Leoncavallo vagheggiò collocando Titta Ruffo come figura centrale di essi, ovvero un mai nato “Prometeo” e un‘altrettanto inesitata trascrizione del giovanile “Chatterton”, composto in origine per un protagonista di registro tenorile da adeguarsi alla voce di baritono. Di tale episodio rimangono due incisioni discografiche dell’aria “Tu sola a me rimani, o Poesia”.

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Si giunse così a questo estremo “Edipo re”, anch’esso destinato a rimanere nel cassetto degli obliati, se Titta Ruffo non si fosse speso in prima persona affinché l’opera fosse messa in scena come puntualmente avvenne a Chicago, ov’egli di preferenza cantava allora, in data 13 dicembre 1920. Protagonista fu ovviamente Titta Ruffo e non che il successo sia stato di quelli debordanti, o che la circolazione dell’opera sia stata di quelle fortunatissime, anzi, ma diremo che la scelta del Teatro Verdi di proporre “Edipo re” è parsa felice, perché quest’opera, oltre a rappresentare una rarità, è solida, concisa e ha una sua forza.

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In palcoscenico accanto al maestoso costume indossato da Titta Ruffo in Edipo, messo lì a simboleggiare lo spirito della produzione, Giuseppe Altomare si è battuto con la dignità di un vero protagonista, evidenziando una voce ben ancorata e lunga nel frequente impegno della zona acuta, nonché vigore interpretativo.

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Attorno a lui tutti i personaggi della tragedia che entrano ed escono per portare la loro stringente verità fin quando il buio degli occhi non cada su Edipo a squaciare il velo delle tenebre e della colpa, dunque Max Jota (Creonte),
Francesco Facini (Tiresia), Paoletta Marrocu (Giocasta), Tommaso Barea (Un Corintio), Antonio Pannunzio (Un Pastore) e il coro (Ars Lyrica) istruito da Marco Bargagna. Il maestro Daniele Agiman ha diretto con sicurezza l’Orchestra Arché, cogliendo l’austerità della partitura senza debordare verso quelle sonorità tipicamente leoncavalliane che sovente affiorano, tuttavia senza snaturare la composizione: che l’autore di “Edipo re” sia quello di “Pagliacci” si è sentito e si doveva sentire. L’allestimento in forma semiscenica niente ha tolto alla teatralità e all’efficacia dell’opera.

Nella seconda parte della serata è andata in scena “La voix humaine” di Francis Poulenc sul fortunato testo teatrale di Jean Cocteau, l’opera della solitudine. Un amore che muore sul filo del telefono, tema attualissimo in tempo di sms. L’allestimento per la regia di Emma Dante, le scene di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, il disegno luci di Cristian Zucaro, ci consente di essere concisi poiché già lo recensimmo nel 2017 a Bologna. In scena ancora Anna Caterina Antonacci con il consueto fascino muliebre. Daniele Agiman ha diretto con attenzione una partitura fine e difficile.

Successo caloroso e soddisfazione nel pubblico per la ricomparsa dell’opera di Leoncavallo. E, aggiungiamo noi, un plauso al coraggio della direzione artistica del Teatro Verdi per aver attuato una scelta difficile e originale.

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