LODOLETTA4

Un altro centenario operistico: “Lodoletta” di Mascagni (30 aprile 1917) fra candore e anticipazioni novecentesche. Un articolo di Fulvio Venturi (guarda la fotogallery)

Concerti e Lirica

Dopo “La Rondine” (prima rappresentazione, Monte Carlo, Opéra Garnier, 27 marzo 1917) continua con “Lodoletta” (prima rappresentazione, Roma, Teatro Costanzi, 30 aprile 1917 – nella foto sopra il titolo Enrico Caruso e Geraldine Farrar in “Lodoletta” al Metropolitan di New York nel 1917) la rievocazione dei “centenari” pucciniani e mascagnani su toscanaeventinews.it, prima testata a farlo. Fra le due opere qualche comunanza e anche insospettabili veleni. Scrive Fulvio Venturi con il suo consueto stile saggistico e colloquiale insieme…

di FULVIO VENTURI –

Per “Lodoletta”, Mascagni e Puccini, sia pur amici veri, rischiarono il litigio. Il soggetto piaceva ad entrambi. “Two little wooden shoes”, Due zoccoletti in traduzione italiana, della scrittrice inglese Marie Louise de la Ramée, nom de plume Ouida, residente a Massarosa sul Lago di Massaciuccoli per lungo tempo e morta all’ospedale di Viareggio nel 1908, era la materia del contendere. Sul soggetto Mascagni arrivò prima, ma Puccini, grazie ad un éscamotage: pagare i debiti che la povera Ouida aveva assommato con il macellaio di Massarosa, il quale cercava rivalsa impugnando i diritti d’autore della scrittrice, ottenne la proprietà del testo letterario. Questo a colpi di carta bollata e non senza polemiche, ma Puccini fu preso poi da altri progetti, massime “La Rondine” e “Il Trittico”, ma anche una vagheggiata ed irrealizzata “Crociata degli Innocenti” con D’Annunzio, e lasciò cadere l’idea che, dopo un accordo fra Ricordi e Sonzogno, editori dei due musicisti, fu finalmente raccolta da Mascagni.

Così nacque “Lodoletta”, che vide le luci di scena il 30 aprile 1917 al Teatro Costanzi di Roma. Anche in casa Mascagni “Lodoletta” fu concepita fra altri lavori, segnatamente quella “Rapsodia satanica” che ci sembra una delle cose più interessanti in assoluto del Livornese.
La trama di “Lodoletta” è semplicissima.

L’opera è ambientata in Olanda nel 1853. Lodoletta, figlia adottiva di Antonio, compie sedici anni. Questi, per comprarle un paio di zoccoli rossi, presta per una moneta d’oro un’immagine della Madonna all’esule pittore parigino Flammen. Antonio però muore poco dopo, così Flammen si prende cura della ragazza, della quale è anche innamorato. Ma, ottenuta la grazia, Flammen può tornare in patria e abbandona la giovane, che tuttavia lo segue a Parigi. Sul cortile della sua casa, nella notte di san Silvestro, la ragazza vede il pittore che festeggia il Capodanno. Decide allora di andarsene, ma le forze le mancano, cade in deliquio e muore. Sarà il pittore, uscendo di casa, a trovare il cadavere della giovane con gli zoccoli rossi.

Perché Mascagni dopo aver composto le estetizzanti, compiute, appaganti, mature “Isabeau” (1911) e Parisina (19139 era attratto da un lavoro tanto semplice come “Lodoletta”, candido al punto da sembrare quasi acerbo? Perché Mascagni da qualche anno era innamorato di una donna considerevolmente più giovane di lui, Anna Lolli, e da lei era ricambiato. E lei era nubile mentre lui era sposato con tre figli. Anna Lolli era dunque Lodoletta, l’adolescente innamorata dell’artista maturo, in un rapporto che non si poteva risolvere, ma che non poteva essere accettato alla luce del sole.

E in cuor suo Mascagni con la nuova opera vagheggiò l’omaggio al candore non solo della giovane amante Anna Lolli, ma di un rapporto d’amore che tanto devotamente lo assorbiva. Poi c’era la guerra, Mascagni aveva i figli al fronte, e uno addirittura in prigionia. Di candore, di sentimenti puliti, ne aveva proprio bisogno, e componendo “Lodoletta” dette vita ad una partitura intrigante, lieve come una piuma, sentita, ispirata per molte parti, con eco tristaniane, e con quella inquietudine armonica, e in questo caso anche melodica, che a Mascagni dobbiamo riconoscere.

Al centro della vicenda la figura adolescenziale di una ragazza che non sarà mai donna. Intorno fantasmi, la morte, la figura di un uomo maturo. Evitiamo percorsi psicologici, ma siamo in pieno periodo freudiano, e “Lodoletta” non è opera così innocua come sembra. Della partitura si ricordano diverse pagine interessanti, l’inizio: la “Serenata delle Fate” per voci bianche, il delicato duetto finale del primo atto, momento d’indubbia bellezza che dopo una lunga trenodia diatonica si apre ad argentee melodie, quasi che in un crepuscolo labronico passassero sul mare, in fila, le “Danseuses des Delphes” di Debussy. Un po’ più scarso il secondo atto, ma il coro delle lattivendole “All’alba di novembre” è da incorniciare, così come la scena fra Lodoletta e Giannotto, con l’aria “Se in quella sera triste”, ha una sua forza espressiva, e la frase di Flammen “Così, sorridi, sorridi ancora” è un’esplosione melodica. Tutto il terzo atto, infine, con lo spettrale incipit, l’intenso rimpianto tenorile e l’estenuato trapasso finale della protagonista è da accettare senza remora alcuna.

Pagina magistrale di Mascagni questo terzo atto, che si consuma fra voci fuori scena, squallidissimi valzer di ombre, visioni “noir”, cimiteriali, mortuarie, e anticipazioni novecentesche. Le più evidenti di queste anticipazioni sembrano essere quelle sul delirio catartico di “Suor Angelica”, che segue “Lodoletta” a distanza di un anno. E pensiamo qui risieda il contatto che unisce Mascagni a Puccini non solo per ragioni temporali e geografiche.

Neanche a “Lodoletta” arrise successo pieno al termine della prima rappresentazione che si tenne il 30 aprile 1917 a Roma, Teatro Costanzi, con Mascagni sul podio. E anche in questo caso fu tirata in ballo l’esecuzione perché Rosina Storchio, la protagonista, era troppo avanti con gli anni per raffigurare una ragazzina e Giuseppe Campioni, oscuro tenore specializzato in ruoli pesanti, troppo poco elegante per rendere al meglio il sembiante musicale di un pittore parigino. Mascagni mise rimedio a questo stato di cose due mesi dopo, presentando a Livorno il giovane Beniamino Gigli e ottenendo un trionfo del quale nella sua città si parlò per tanti anni. Oltremare, a Buenos Aires e a New York, “Lodoletta” fu cantata da Enrico Caruso, ora in compagnia di Gilda dalla Rizza, ora di Geraldine Farrar, o Florence Easton, formidabili cantanti americane, e questo assicurò all’opera una frequente circolazione sino alla seconda guerra mondiale. Fra i Flammen di quel periodo, dopo Caruso e Gigli, figurarono altri fuori classe come Tito Schipa, il livornese Galliano Masini, il distinto Angelo Minghetti. Fra le interpreti femminili ebbero un posto speciale Juanita Caracciolo (scomparsa tragicamente di parto nel 1923), Toti dal Monte e Mafalda Favero. Ma nel dopoguerra per “Lodoletta”, come per tutto il repertorio mascagnano extra “Cavalleria” volare è stata dura, anche se il bel Flammen di Giuseppe Campora e l’intensa Aureliana Beltrami devono essere ricordati, così come una menzione d’onore spetta all’accurata produzione livornese del 1994 che ripropose l’opera dopo trentun anni di assenza dalle scene.

(2 – continua)

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