“Tosca” a Bologna: regia controversa, ma opera ben condotta da Valerio Galli. Notevole lo Scarpia di Hakobyan e il terzo atto di Elena Rossi e Diego Torre

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

Stanco di tante psuedo primedonne e di troppi tenori a metà che affollano i cartelloni, mi sono recato a Bologna (Teatro Comunale, ndr) per assistere scientemente ad una recita di secondo cast. Opera Tosca, in giorni pucciniani essendo trascorso il 22 dicembre il centocinquantanovesimo anniversario della nascita del compositore lucchese. Ne ho viste tante Tosche e se dovessi fare una ricognizione sul filo della memoria, mi si affaccerebbero alla mente i Cavaradossi di Bergonzi e Domingo, di Luchetti e Pavarotti, di Giacomini e Shicoff, di Garaventa e di Prevedi, di Carreras e di Aragall, le Tosche della Bumbry e della Raina, della Magda e della Tomowa-Sintow, di Hana Janku e di Radmila Bakocevic, della Scotto e della Pobbe, gli Scarpia di Aldo Protti, di Anselmo Colzani, di Zanasi, Glossop, Milnes, poi qualche direttore come Votto, De Fabritiis, Molinari Pradelli e via e via.

Fra tanti allestimenti, e se ci penso rido ancora, mi sovviene di uno in cui dopo il fatidico “O Scarpia, avanti a Dio” Tosca usciva per la comune anzichè gettarsi da Castel Sant’Angelo. Non ancora, però, mi era capitato di vedere la protagonista morire in scena di crepacuore. Non che l’effetto sia stato risibile come quella volta, ma anche senza essere strenui difensori della tradizione, certe situazioni è meglio rispettarle. Per il resto tutta la regia di Daniele Abbado, ripresa in questo caso da Boris Stetka, ha prestato invece grande attenzione a tutta una serie di luoghi comuni deteriori, ovvero i tic del Sacrestano, i calcioni a Spoletta, il tentativo di stupro su Tosca, i decilitri di sangue finto su Cavaradossi, dei quali faremmo anche volentieri a meno. Un po’ controversa.
Visivamente la scena di Luigi Perego si reggeva su un colonnato bianco che ricordava vagamente quello vero di Sant’Andrea della Valle, poco coinvolgente nei primi due atti, ma che ha acquistato forza al terzo con la comparsa dell’Angelone nel lucore dell’alba romana (light designer Luca Scarzella) e nel quale si sono inseriti i costumi ora ottocenteschi, ora di un gusto successivo e indefinito fino ad un sentore déco. Sotto questo profilo indimenticabile nella sua indecifrabilità il frac che Scarpia ha indossato persino nel suo appartamento quando cenava da solo.

Il direttore d’orchestra Valerio Galli

Musicalmente la produzione si è retta, e bene, sulla direzione di Valerio Galli. Il maestro viareggino, conoscitore profondo dell’arte di Puccini e appassionato di tutto un teatro d’opera che fa capo non solo al Lucchese, ma anche a Mascagni, Giordano, Cilea, Zandonai, Marinuzzi, ha provveduto ad una operazione di rilettura, di nuovo studio della partitura di Tosca con risultati apprezzabilissimi. Tempi più incisivi, sonorità più graffianti, accurato rapporto fra “buca” e palco. È stato anche molto ben supportato dall’orchestra con la quale ha stabilito subito una proficua osmosi. E questo è stato il dato più alto della serata.

Fra i cantanti è molto piaciuto il sonoro, anche se non troppo insinuante, Scarpia di Gevorg Hakobyan. Una bella voce baritonale, solida e collocata tecnicamente in posizione sicura. Diego Torre ed Elena Rossi hanno costituito una coppia di amanti appassionati – Cavaradossi e Tosca- che ha dato il meglio di sé nel terzo atto. Più ombre che luci sui cantanti di fianco, ma bene il Pastorello di Annalisa Taffettani. Bene anche il coro istruito da Andrea Faidutti con una “Cantoria” pulita e un Te Deum di vigoroso impatto. Teatro gremito e ai saluti di fine rappresentazione hanno fatto la loro comparsa in palco persino i berretti di Babbo Natale. Buone feste.

2 comments

  • Recensione impietosa, di cui i bacchettati dovrebbero tener conto, vista l’indiscutibile e pur sempre appassionata competenza del recensore, cui vanno i miei, ormai abituali seppur sentitissimi, complimenti per il linguaggio inappuntabile e al contempo talmente scorrevole da denunciare la “coessenza” tra l’uomo e il musicologo.

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