SPECIALE FESTIVAL PUCCINI / 7. Memorabile ed elegante “La Rondine” di Donata d’Annunzio Lombardi. Storia e recensione di Fulvio Venturi (con fotogallery)

di FULVIO VENTURI –

“La Rondine”, che rimane una delle opere meno note di Puccini, è tornata in scena a Torre del Lago in occasione del centenario della prima rappresentazione. Poiché l’iter che portò alla sua creazione è abbastanza complesso, crediamo che sia importante dare in questa sede alcune informazioni di base.
“La Rondine” fu concepita in origine come operetta comico-sentimentale su commissione del CarlTheater di Vienna. Alla commissione fece seguito un ricco contratto con gli impresari Berté ed Eisenschitz.

Il soggetto della “Schwalbe”, come l’operetta avrebbe dovuto intitolarsi in tedesco (significa rondine), è il seguente: nella Parigi dei Caffè e dei Boulevards cara agli Impressionisti, Magda, amante del ricco banchiere Rambaldo, fugge dalla sua dorata prigione parigina per vivere in Costa Azzurra con un giovane provinciale, Ruggero, nel quale riconosce il vero amore. Rapidamente però si rende conto di non essere la donna giusta per il giovane e, complice un rinnovato interesse di Rambaldo per lei, decide di tornare a Parigi.

Puccini dette inizio alla composizione nel 1912, poi fu preso da mille pensieri. Gli accordi internazionali fra Italia ed Austria periclitavano, lui era italiano, ma la sua operetta sarebbe stata austriaca. E perché proprio un’operetta quando non ne aveva mai composte? Inoltre era scontento del lavoro dei librettisti viennesi Heinz Reichert e Alfred Willner tanto da richiedere ad Eisner stesso frequenti interventi e cambiamenti di rotta. Con la grande crisi politica del 1914 Puccini risolse. L’operetta non si sarebbe più data a Vienna, ma sarebbe diventata un’opera italiana, pur mantenendo un versante comico accanto al suo consueto coté sentimentale, e il lavoro letterario sarebbe stato compiuto da Giuseppe Adami. Nacque così “La Rondine”, un uccellino che, abbandonato il nido viennese, si mise in volo per trovare ricetto a Monte Carlo. Vicino, dunque, ai luoghi dove il suo terzo atto si ambientava e abbastanza distante da quelli in cui la guerra infuriava tragicamente.
Il 27 marzo 1917, presso la Salle Garnier del Principato, sotto la guida di un giovane direttore emergente, Gino Marinuzzi, straordinario, e un cast eccellente formato da Gilda dalla Rizza, Tito Schipa (sarà poi esistito Ruggero migliore? Ne dubitiamo), Ines Maria Ferraris e Carlo Dominici, l’opera andò in scena.

Il successo fu piuttosto flebile e quando “La Rondine” fu presentata in Italia (a Bologna, 5 giugno), l’accoglienza fu ancora più tiepida, se non negativa. E così qualche mese più tardi l’imprimatur milanese al Teatro dal Verme equivalse ad una stroncatura. In questo caso si tentò di addossare le colpe sulla protagonista Maria Farneti, grande e raffinata cantante, che se la prese fino al punto di abbandonare le scene a soli quarant’anni, ma i motivi dell’insuccesso non erano esecutivi.
Per diverse ragioni “La Rondine” aveva volato con un piombo nell’ala, quello era il conquibus.
Non opera, non operetta, lavoro spurio, irrisolto, si disse.  Per di più lo spiccato nazionalismo di quei giorni accusò “La Rondine” di essere l’opera “austriaca” di Puccini e di essa si parlò quasi di soppiatto per lungo tempo.rondine11puccini

Giudizi negativi che ci sembrano quanto mai riduttivi nei confronti di questa partitura senz’altro tenue, ma fine, ironica (indimenticabile la citazione straussiana sulla parola “Salomé”), delicata, sfumata nel tratteggio delle situazioni e dei personaggi, proprio come un pastello di Manet o di Degas. E malinconica, scritta come il vento scrive con le penne dell’ala, profumata dell’odore di salsedine del mare settembrino, di una valva di tellina racchiusa in una lettera d’amore.  Puccini fu cosciente di tutto ciò e dal modesto accoglimento riservato alla sua creatura ebbe inizio anche il rovello che attanagliò la parte finale della sua esistenza. In breve tempo compì due revisioni dello spartito, e in un caso modificò anche ampiamente il finale, a nostro avviso senza giovamento, per poi tornare sui suoi passi e risistemare la partitura quasi in modo conforme alla stesura per la versione di Bologna. E con arguzie tutta toscana, quando poi si rese conto che per “La Rondine” era davvero dura conquistare un posto stabile in teatro, ebbe anche a confessare: “Tutte le rondini girano, la mia mi fa girare”.

Ma l’affetto del musicista per questa sua creatura fu autentico. Quando gli parve che l’opera avesse definitivamente interrotto il suo volo, Puccini fece realizzare da un orafo una piccola rondine d’oro e di smalto blu che portò attaccata all’orologio fino alla fine dei suoi giorni. Per lungo tempo “La Rondine” uscì dalle scaffalature di Casa Sonzogno molto raramente. Si ricorda un’altra bella versione monegasca diretta da De Sabata e cantata in francese nel 1925, una doviziosa produzione newyorkese con Gigli e la Bori della quale è rimasta ampia documentazione fotografica nel 1928, ma in Italia praticamente niente fino al 1958, quando per i cento anni della nascita di Puccini, “La Rondine” andò in scena al Teatro San Carlo di Napoli con una splendida Rosanna Carteri per protagonista.
Solo in tempi recenti, giustamente, ultimato il reinquadramento del lavoro e della personalità di Puccini, “La Rondine” è giunta ad essere riconosciuta forse come l’esempio più tangibile del tormento del suo autore.

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Questa produzione torrelaghese ha avuto una protagonista di alto livello in Donata d’Annunzio Lombardi, una cantante la cui presenza, da sola, giustifica la riproposta. A suo agio fin dall’entrata in scena nelle prime battute dell’opera, Donata d’Annunzio ha subito dimostrato il suo valore nelle due difficili arie che si susseguono ravvicinate, “Chi il bel sogno di Doretta” e “Ore dolci e divine” e poi ha continuato su uno standard d’eccellenza con un fraseggio puntuale, elegante, mai affettato e con un dominio della parte anche quando la scrittura melodica impegna severamente il registro superiore (nella parte di Magda, ad esempio, i do sovracuti sono più numerosi di quelli della parte di Tosca).

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Donata d’Annunzio Lombardi

Un giuoco di “nuances”, di alternanze fra passione e ritegno, fra malinconia e dolore, espresso con grande perizia e sostenuto da una tecnica scaltrita, fino alla vera e propria gemma del la naturale filato e tenuto del finale. Ma di più diremmo dello stile raggiunto adesso da questa cantante, frutto di studio e di approfondimenti di carattere non solo musicale, ma culturale.

Accanto a lei, Leonardo Caimi ha alternato momenti felici ad altri di difficoltà. Il canto di conversazione che caratterizza la parte di Ruggero è assai spinoso da affrontare. Caimi ha avuto i momenti migliori nel terzo atto, con il commosso arioso “Dimmi che vuoi seguirmi alla mia casa” e nel duetto che chiude l’opera, dove ha trovato accenti di sincero sconforto.

E tutto il resto del cast, formato in gran parte da giovani della Accademia di perfezionamento del Festival, si è mosso in quella stessa alternanza, così come la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi alle prese con una partitura che abbiamo visto essere molto complessa nel suo continuo, inquieto, mutare di stati d’animo e di identità.

La parte visiva dello spettacolo era affidata alla regia attenta al particolare di Plamen Kartaloff (assistente Lorenzo D’Amico) che si inseriva nell’impianto scenico formato da un solo suggestivo elemento di Giuliano Spinelli. Light designer Valerio Alfieri. Coreografia Cristina Gaeta, costumi Floridia Benedettini e Diego Fiorini.

Molto impegnata l’orchestra in una partitura difficile da rendere all’aperto. Buona la prova del coro, anch’esso chiamato ad una prestazione assai variegata e scoperta, diretto dal Maestro Salvo Sgrò.
Serata fresca e ventilata, buona affluenza di pubblico. Successo memorabile per Donata d’Annunzio Lombardi.

  • (“La Rondine” replicherà a Torre del Lago, Gran Teatro all’aperto, il 5 agosto 2017)

 

One thought on “SPECIALE FESTIVAL PUCCINI / 7. Memorabile ed elegante “La Rondine” di Donata d’Annunzio Lombardi. Storia e recensione di Fulvio Venturi (con fotogallery)

  • Ed ecco esaltata l’eccellenza e non trascurate le difficoltà non superate. Onestà e competenza come al solito.
    Tenera e personale partecipazione nell’excursus storico, che traspare sia verso la “rondine”, la sua fragile vita interiore e il suo volare da un nido all’altro, sia verso Puccini e il suo amore per questo sogno inseguito e forse non raggiunto, rondine egli stesso.

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