“Simon Boccanegra” al Carlo Felice di Genova: successo strepitoso con Yurkevych sul podio e la sonora levigatezza di Ludovic Tézier nei panni del protagonista, bravo anche Francesco Meli. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica
di FULVIO VENTURI

Poche opere sono configurate su una città quanto “Simon Boccanegra“ su Genova, dunque è giusto che quest‘opera di Verdi torni frequentemente al Carlo Felice (sopra il titolo: una scena dell’opera). Senza poi mettere in conto valori universali quali l‘alto significato morale della vicenda e la qualità della partitura che sempre di più, ad ogni uscita, si dimostra fra le più perfette ed ispirate dell‘intero repertorio operistico. L‘ultima volta in cui “Boccanegra“ era stato allestito a Genova fu per l‘apertura della stagione 2015/16, ovvero solo tre anni e mezzo fa, dunque è logico che nell‘attuale occasione il teatro abbia fatto ricorso allo stesso allestimento essenziale ed efficace, tutto dedicato al paesaggio marino, firmato da Andrea De Rosa (la regia è stata ripresa da Luca Baracchini), Pasquale Mari (Light and video design) e Alessandro Lai (costumi).

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Il teatro Carlo Felice di Genova e, a sinistra, l’interno del teatro prima dell’inizio del “Simon Boccanegra”
Ma, se musicalmente la produzione era già stata eccellente nel 2015, oggi il direttore artistico Giuseppe Acquaviva si è superato ed ha messo in campo un assieme d‘eccezione, a cominciare da Andriy Yurkevych.
Il direttore d‘orchestra ucraino ha dato una lettura estremamente lirica di “Simon Boccanegra“, attenuando le sonorità e optando per una certa pacatezza ritmica. Non si pensi tuttavia ad una diluizione delle tensioni, lo spettacolo è risultato perfettamente narrato, coeso, e i cantanti ne hanno tratto giovamento.
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I cantanti: ovvero un cast straordinario.
Ludovic Tézier ha dato dimostrazione di che cosa sia un vero protagonista. Solido, sonoro, levigato, ha messo in valore ogni frase della sua lunghissima parte, apparendo ora incisivo, ora dolcissimo, ora eloquente ed autoritario, ora addirittura poetico nelle rimembranze e nel trapasso, senza però mai “sforare“ o uscire dal contesto narrativo. Accanto a lui, Francesco Meli ha dimostrato che Gabriele Adorno è con Alfredo nella Traviata, il personaggio che meglio gli si attaglia dell‘ampia galleria repertoriale di cui dispone. La sua è stata una prestazione pressoché perfetta, tutta fondata sul gioco dei colori, dell‘espandersi del timbro, dello squillo del registro acuto. Vittoria Yeo è stata una Maria elegante, di bella presenza e di ottima voce. Sotto questo profilo, vista anche la giovane età, ci permettiamo di suggerirle di perfezionare l‘uso del trillo, abbellimento caratterizzatore della sua parte.
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A completare un quartetto di protagonisti di qualità inconsueta, Giorgio Giuseppini ha messo in campo un Fiesco efficace, di concreta professionalità. Infine si è posto in grande evidenza anche Leon Kim, un Paolo Albiani di buona voce e grande applicazione scenica. Luciano Leoni e Alla Gorobchenko (Capitano dei balestrieri non comunicato) hanno completato bene il cast. Infine ottima la prestazione del coro, istruito dal maestro Francesco Aliberti, e dell’orchestra.
Successo calorosissimo con uno dei più lunghi applausi a scena aperta ch’io ricordi dopo la grande scena del Consiglio.

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