Mauro Secci ed Elisabetta Scano

Sassari, “Il cappello di paglia di Firenze” (produzione nata nel 2017 al Teatro di Pisa) apre la stagione dell’Ente Concerti De Carolis. Allestimento agile e ben curato, buone le prove vocali. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica
di FULVIO VENTURI
La fortunata produzione del “Cappello di paglia di Firenze” di Nino Rota nata nel 2017 al Teatro Verdi di Pisa ha inaugurato il 27 settembre la Stagione Lirica 2019 dell’Ente Concerti “De Carolis” di Sassari. Si tratta di un allestimento agile e ben curato dal regista Lorenzo Maria Mucci che sfrutta alcuni elementi iconografici ed oleografici della Belle Époque come la macchina fotografica e cinematografica, o la pittura pre-raffaellita dalla quale si cita, come fondale di una intera scena, la celebre “Ariadne” di John William Waterhouse. Tutto però trattato con mano leggera come si conviene a questo delizioso “vaudeville” musicale, nel quale la citazione, di per sé, trova ampio spazio con l’imitazione di un’intera campionatura di stili e stilemi legati all’opera buffa ed al melodramma sette-ottocentesco in genere. (Nella foto sopra il titolo un momento dell’opera, Mauro Secci ed Elisabetta Scano).
Dalla lettura di Mucci nasce uno spettacolo caricaturale, ma non eccessivo, non privo di prurigini erotiche nelle perversioni sessuali di un paio di personaggi – la baronessa con frustino, guepière nonché scombiccherato amante sottomesso – e tutto sommato anche abbastanza scoperto nelle “prudéries” piccolo borghesi del protagonista Fadinard. Infatti lo spettacolo vuole essere anche un omaggio a René Clair ed alla sua pellicola che nel 1928 egli trasse dalla pièce “Un chapeau del paille d’Italie” d’Eugène Labiche e Marc-Michel che dà origine anche all’opera di Rota. Piacevoli e ben intonati alla idea generale i costumi di Massimo Poli e le essenziali scene di Emanuele Sinisi, più ricche d’immaginazione che di décors effettivi e di costruzione, con una coulisse forse eccessivamente sprofondata negli spazi del palcoscenico e distante dalla fossa orchestrale. Luci di Tony Grandi.
Musicalmente la produzione è incentrata sulla direzione molto tranquilla di Federico Santi, che forse toglie qualcosa alla concitazione della partitura, e soprattutto sulla buona prestazione dell’Orchestra e del Coro dell’Ente. Specie il coro nel “Cappello” ha il peso di un personaggio, con un’infinità di entrate e di uscite, di interni e di sezioni “a parte”, ora “corteo”, ora “ospiti”, ora “modiste”, ora “guardie”. In una prestazione tanto variegata abbiamo potuto apprezzare la prepazione conferita dal maestro Antonio Costa e l’ottima resa vocale della compagine.
Fra i molti solisti ha primeggiato per esperienza e stile l’elegante Elena di Elisabetta Scano, ma tutte le interpreti femminili si sono mosse adeguatamente, ovvero l’Anaide sfrontata di Ilaria Vanacore, la Baronessa perversetta di Aloisa Aisemberg, e la Modista solerte e morbida di Veronica Abozzi. Sul versante maschile Mauro Secci e Francesco Leone sono apparsi non sempre sonori e maturi per le rispettive parti di Fadinard, tenore, e Nonancourt, basso, che sono molto articolate, lunghe e complesse dal lato tecnico, e che richiedono cantanti “fatti” e non “in fieri”. Molto bene i due baritoni, William Hernandez – Emilio – e Marco Bussi – Beaupertuis. Bene anche i numerosi cantanti “di fianco”, da Bruno Lazzaretti, il debosciato Achille e la guardia “beona”, Gianluca Moro, il sordo Zio Vézinet, Marco Puggioni, ottimo Felice ed anche Fabrizio Mangatia, un Caporale delle guardie. Manuel Dammicco, violinista, ha suonato con valentìa l’assolo del “celebre” Minardi nel secondo atto. Successo cordiale.
*(L’opera “Il cappello di paglia di Firenze” replica domenica 29 settembre)

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