Rigoletto all’Opéra di Marsiglia. Nicola Alaimo in crescendo, brillante e istrionico. Tecnica e preparazione per Enea Scala (il Duca di Mantova). Alla fine otto minuti di applausi e tanti “bravo!”. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

Marsiglia è una città meravigliosa. La luce è particolare, bianco-dorata, il mare verde-azzurro e profondo, i tramonti rossi e ventilati. Questa città possiede la più bella opera marittima che io conosca, il vieux-port, attorno al quale qui tutto si è sviluppato. Un porto interno, cittadino, dai moli quadrati, sormontato a Est dalla basilica di Notre Dame de la Garde e ad Ovest dalla Cattedrale di Santa Maria, detta La Major, due fascinosi documenti dell‘eclettismo religioso ottocentesco. Poi la Citadelle, una fortezza dismessa che ne presidiava l‘imboccatura e Le Pharo, una luce nella notte per tutti i naviganti del Mediterraneo. Paul Signac lo ha dipinto in una serie fantastica di quadri dove la luce predomina su tutto e il divisionismo di base si unisce al  “fauve” e quasi ai “nabis”.

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Marsiglia ha anche un grande teatro d‘opera, il terzo di Francia, sorto nel Settecento, bruciato, e reinaugurato nel 1924 dopo ricostruzione tutta in puro déco con una produzione del Sigurd di Ernest Reyer, musicista marsigliese seguace di Wagner. Teatro che per lungo tempo è stato la scena favorita di un generoso leone degli Anni Trenta, il tenore José Luccioni, corde d’acciaio.

L‘Opéra de Marseille fa ancora belle cose e attratto dalla fama montante di alcuni artisti, il baritono Nicola Alaimo e il tenore Enea Scala, ho assistito il primo di giugno 2019 alla produzione di Rigoletto che in quella data ha debuttato. E non sono rimasto deluso.

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Nicola Alaimo è un cantante istrionico che dalla brillantezza rossiniana trae musicalità e disinvoltura fino a farne arte. Fraseggio ideale, chiaro, vario, sfumato e incisivo, personaggio palpitante. La voce è di baritono lirico, agile, gradevole ed estesa, il cantante, tecnicamente accorto, “copre” e respira col canto. L‘interprete, sempre presente fin dalle prime battute, è andato addirittura in crescendo e ha trovato momenti di vera commozione che sono arrivati fin giù agli spettatori in uno splendido finale. Un vero Rigoletto, aggiungiamo, con tutto quello che i significati di “vero” e di “Rigoletto” possono voler dire anche rispetto a tutta una galleria d‘interpreti che lo hanno preceduto, accanto ai quali Alaimo può stare senza apparire intruso. Unico limite, se tale può essere oggi, la risonanza del registro acuto che appare leggermente povera di squillo. Ma devo dire che Nicola Alaimo è uno di quei cantanti che staresti ad ascoltare per ore senza accorgerti che corre l‘orologio.

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Aggressività, baldanza e sfrontatezza sono invece le caratteristiche sfoggiate da Enea Scala nei panni del Duca di Mantova. La voce non è esattamente verdiana, ma tutto quello di cui Scala, anch‘egli proveniente dalle fila rossiniane, dispone in fatto di tecnica e preparazione lo rendono inattaccabile. Anch‘egli compie il prodigio al terzo dove fra canzone (La donna è mobile), scena con Maddalena, quartetto e ripresa della canzone (qui ce ne abbiamo sentito cadere più d‘uno, di Duchi), sciorina una serie di acuti, sovracuti, puntature e roulades da vero tenore. Ma tutto nella prestazione di Scala, dalla ballata, al duetto con Gilda, inclusa quella celestiale e diabolica al tempo stesso cadenza, all‘arione con cabaletta del secondo atto è stato da incorniciare. Qualche suono un po‘ schiacciato attorno al la bemolle ci pare più una caratteristica tecnica che altro.

Jessica Nuccio è andata in crescendo dopo un primo atto non proprio smagliante e insieme con Alaimo ci ha dato una trascinante chiusura di secondo atto (da Tutte le feste al tempio per interdersi) ed un toccante finale.

Il resto del cast non si è distolto da una più o meno solida routine, talvolta davvero meno. I componenti erano Annunziata Vestri (Maddalena), Cécile Galois (Giovanna), Laurance Janot (La Contessa di Ceprano), Caroline Gea (Il Paggio), Alexey Tikhomirov (Sparafucile), Julien Véronèse (Monterone), Anas Séguin (Marullo), Christophe Berry (Borsa), Jean-Marie Delpas (Ceprano), Arnaud Delmotte (Un Usciere).

Se mi viene in mente che il primo Monterone che ho ascoltato in teatro era Plinio Clabassi, dico che acqua sotto i ponti ne è passata tanta. Direzione veloce di Roberto Rizzi-Brignoli, che ha lasciato soprattutto ad Alaimo la costruzione del romanzo-Rigoletto. In un paio di occasioni ci è parso che non tutto fosse à-plomb senza riuscire a capire da cosa sia dipeso. Assistente alla direzione Néstor Bayona. Coro non memorabile con i tenori bianchi e apertini diretto da Emmanuel Trenque. Regia senza colpi con un metteur en scène, Charles Roubaud, un assistente, Jean-Christophe Mast, e tre régisseurs, uno alla produzione, uno alla scena, e uno alla recitazione. Le scene di Emmanuelle Favre e i costumi di Katia Duflot hanno catapultato l‘azione ai tempi nostri e in un ambiente volutamente kitsch la magione ducale. Ho scritto più volte che non sono un fanatico di ambientazioni didascaliche e di pseudo-filologie sceniche, ma questa non ci è piaciuta in sé. Belle e atmosferiche invece le luci di Marc Delamézière. Alla fine crepitare di applausi per otto minuti avec beaucoup de bravo. Poi esci da teatro e ti trovi fra le luci del vieux-port. Sì, Marsiglia ha il suo fascino.

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