IL RACCONTO. Mascagni e la sua Iris, il fiore reciso, dell’innocenza, della purezza della bellezza (di Fulvio Venturi)

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di FULVIO VEDNTURI

Passata la catena d’oro per l’asola del candido gilet di nido d’ape e fissato il moschettone al bordo del taschino, Pietro Mascagni guardò l’orologio. L’inizio della recita si avvicinava. Quella sera si dava Iris. Con un gesto automatico, ripetuto per un’infinità di volte da quasi cinquant’anni, staccò allora dalla gruccia la palandrana del frac e la mise indosso. La mole aveva rallentato i suoi gesti, prima una manica, poi l’altra. Una pausa, e afferrati i lembi dell’abito prezioso, tirò verso il basso, per farli “tornare”. Poi si guardò nello specchio. Erano passati gli anni, ma la vanità era rimasta quella del ventenne e, se la bellezza dalla quale era stato baciato in gioventù si era dissolta, la distinzione si univa ancora alla sua persona. Preso il pettine d’avorio ravviò gli ormai scarsi capelli, poi asperse con qualche goccia di profumo le tempie ed i polsi. Faceva così da sempre, le signore delle prime file insieme alle sensazioni che venivano dal fluttuare dei suoni, avvertivano l’effluvio che da lui era come si liberasse con la musica e ne parlavano. Si guardò ancora allo specchio. Mancava qualcosa. In quel momento sentì bussare alla porta del camerino.
Era una giovane corista che passava a salutarlo. Faceva così ogni sera, rispettosamente. Un leggero battere di nocche alla porta dalle piccole mani e un sorriso silenzioso, più con lo sguardo che con le labbra.
Mascagni si era abituato a quel saluto, gli pareva di buon auspicio e con la giovane corista era diventato quasi amico.
“In bocca al lupo, Maestro”, fece la ragazza, già nel costume di scena da mousmé. Graziosa, gli occhi grandi, come mandorle.
“Bimba” – disse con la franca calata livornese – “stasera voglio dirigere con un fiore… andresti a prendermene uno?”
“Certo, Maestro… con piacere” disse la giovane, “il palco è pieno di fiori stasera, è sempre così quando c’è Iris”.
“Fai presto, mi raccomando… tra mezz’ora devo andare su, ed io non ho tardato una volta…”
“Non dubiti, Maestro… corro…”
Mascagni rimase in attesa. Preparò la bacchetta posandola come un segnalibro all’incipit della partitura che avrebbe diretto quella sera. La sua Iris, un fiore.
Pensò a quante volte avesse ingentilito la sua musica con immagini floreali. Sempre lo aveva fatto, come se le sue opere fossero accompagnate da un persistente profumo. L’entrata di Suzel nell’Amico Fritz, la malinconica canzone di Zanetto, “Cuore, come un fiore…”, l’omaggio di Giorgio nel primo atto di Amica, il delicatissimo canto dei fiori nella Lodoletta, le rose e le mortelle di Guglielmo Ratcliff che tanto l’avevano commosso in gioventù, la novella del Piccolo Marat, con la panchina del parco circondata dalle aiuole fiorite, le balze erbose, le margherite del Silvano. Immagini e note, melodie e canti. Talvolta era stato come se i fiori avessero conferito alle sue pagine una forza inusuale, una luce irraggiante, un calore sensuale, una bellezza selvaggia, un brivido erotico. “Gigli al bel giglio della tua bellezza… bellezza di fiori alla bellezza delle tue forme pure e gloriose” canta Folco nel secondo atto di Isabeau in un empito d’amore e di passione. Poi il fastello d’erbe e d’amore nella camera degli amanti di Parisina.
E Iris. La gentilezza. Il candore. Il fiore giapponese delle pagode di Nagoya, delle pendici del sacro Fuji-Yama.
Il fiore reciso dell’innocenza, della purezza, della bellezza.
Un frusciare alla porta del camerino, come un leggero battito d’ali, lo ricondusse nel tempo reale.
“Maestro Mascagni, il suo fiore…” disse la ragazza con la sua voce gentile.
“Grazie, tesoro… In bocca al lupo a te”.
Era l’ora.
Il vecchio musicista infilò il fiore nel reverse del frac e uscì perdendosi nell’oscurità del corridoio.

(A seguire una fotogallery con immagini dell’Archivio Venturi relative a Iris. La foto di Pietro Mascagni che dirige al Goldoni di Livorno, ph. Miniati)

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