Oscurità senza luce, siderale nitore: il Requiem K626 di Mozart, capolavoro e tragedia irrisolta. Al Goldoni in memoria delle vittime del Moby Prince, con il debutto (diretta da Giovanni Di Stefano) della nuova Orchestra del teatro. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI
Il più enigmatico dei capolavori per una tragedia irrisolta. Niente si sa del Requiem K626 di Mozart, non il committente, non il destinatario. Un facoltoso borghese, un nobile più o meno decaduto, uomo o donna, così il defunto. Forse Mozart stesso sulle soglie dell’Ignoto. Niente. Entità, simboli, astrazione. Incompiuto, in qualche sua parte apocrifo. Eppure il Requiem K626 è qui da oltre due secoli con la sua tangibile bellezza, la sua raccolta mestizia, il suo siderale nitore. Sul mare, immensa cuna, immensa tomba, riverberato specchio solare, oscurità senza luce, la tragedia ancora inulta, se non nel conto dei morti, nel pianto dei parenti, nel dolore degli umani.
La sua esecuzione è stata atto esemplare del lutto che oggi comunque viviamo, testimone lo spazio senza tempo del teatro vuoto. Ma se il teatro è vita e come dicevamo testimonianza, fermento e memoria, l’anima della città era presente sabato sera (10 aprile 2021, trentesimo anniversario del disastro del traghetto Moby Prince – ndr), ancora una volta stretta intorno a questa tragedia che è di tutti.
L’esecuzione del Requiem K626 è stata preceduta da una cerimonia breve, antiretorica e tuttavia solenne, commossa, durante la quale il sindaco di Livorno ha consegnato al rappresentante dell’Associazione “140 Familiari delle vittime del Moby Prince” la Livornina, massima onorificenza livornese.
Da un punto di vista propriamente artistico l’esecuzione di questa pagina mozartiana nella data di sabato 10 aprile era legata al debutto dell’Orchestra della Fondazione Goldoni, formazione alla quale guardiamo con grande speranza. I giovani che in massima parte la compongono hanno suonato con la concentrazione dovuta a fianco di colleghi più esperti, sotto la guida valente del maestro Giovanni Di Stefano. Scriveremo di loro in futuro, quando il teatro tornerà anche ad assolvere la sua funzione normale, quella di accogliere il pubblico. Con la nuova compagine ricordiamo gli altri esecutori: il coro Schola Cantorum Labronica istruito dal maestro Maurizio Preziosi e i quattro solisti che erano Francesca Maionchi, soprano – in vero eccellente – Cecilia Bernini, mezzosoprano, Gianni Mongiardino, tenore, Paolo Pecchioli, basso. L’augurio è quello di risentirci presto, prestissimo.

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