NABUCCO AL MAGGIO MUSICALE. Il trionfo di Placido Domingo. Tenore e baritono, con voce risonante e fresca. Perfetta Maria José Siri al debutto come Abigaille (e attesa a nuove interessanti prove). Forse il miglior spettacolo visto a Firenze negli ultimi anni. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica, Firenze
di FULVIO VENTURI
L’andata a Firenze per questo Nabucco era stata come La leggenda di Teodorico: “pensa al dì che a Tulna ei venne…”. Pensavo infatti alle occasioni in cui ho sentito Domingo in teatro, non meno di venti con un percorso iniziato proprio a Firenze, Turandot, al Maggio di quarantanove anni fa. E poi Tosche, Aide, Fanciulle, Cavallerie e Pagliacci, Otelli, Walkirie, Parsifal, Fedore, concerti.
Quella Turandot la vedo e la sento come ora. Un magnifico allestimento tutto azzurro, favolistico, la forte concertazione di Prêtre, la stupenda Liù di Maria Chiara, il fantasmagorico Ping di Renato Capecchi.
Ripensavo anche ai cantanti, quelli celebri almeno, che ad un certo punto della carriera fecero il salto all’indietro da tenore a baritono, o affini, e mi è venuto in mente che il più famoso dei “bassi cantanti” rossiniani, Filippo Galli, aveva iniziato la carriera da tenore (e in tale registro aveva cantato anche a Livorno nell’Enone e Paride di Morlacchi e nel Trajano in Dacia di Niccolini), che Gaetano Crivelli, un gran bari-tenore del primo Ottocento, fu poi un acclamato Assur nella Semiramide, e che un più oscuro Giuseppe Villani conquistò il suo quarto d’ora di popolarità prima come Arnoldo e poi come Guglielmo Tell.
Né mancano esempi più vicini a noi. Icilio Calleja fra tante belle prove tenorili infilò qualche Tonio nei Pagliacci e qualche Gérard nello Chénier; Ramon Vinay, sempre un po’ ondivago fra i registri vocali, fu baritono, poi tenore, poi baritono ancora, se non basso.
Ora queste sono conosciute tutte come voci scure, non esattamente tenorili negli impasti e nella estensione, ma Domingo, mi dicevo, non è così.
Domingo è sempre stato un tenore “amoroso”, fin dagli esordii che lo volevano ora Devereux, ora Maurizio nell’Adriana Lecouvreur (personaggio con il quale debuttò al Met nel 1968) e in quella stessa Turandot fiorentina del 1971 piacque molto nei momenti lirici, ma meno nei risvolti eroici del Principe Ignoto.
Poi, soprattutto con Otello, arrivò per lui l’affermazione universale come tenore totale, ma la voce era rimasta sempre quella sua, dal timbro morbido e vellutato, dalla espressività dolce e cordiale.
Dunque un certo disagio a pensarlo “baritono” lo provavo.
Ma pensarlo baritono è un errore. Domingo è rimasto quello che era: un grande artista, uno straordinario comunicatore. La voce è sempre la sua, non quella di un falso baritono, il timbro riconoscibilissimo fra mille. Ma quest’uomo sa interpretare, sa convincere in ogni cosa che canti. Il suo è un Nabucco credibile, di grande civiltà vocale, ben cantato. :, il sostegno del fiato non sembra tener conto degli anni che passano. E l’intensità interpretiva in Domingo non è inferiore a quella del cantante. Oltre al potere scenico catalizzante egli propone un personaggio che da dominatore diventa smarrito e che poi riprende energia ed autorevolezza per tocco divino. Se non ci fossi stato, forse non lo avrei creduto possibile. Ha ottenuto un trionfo come era giusto che fosse: certamente per un tributo alla carriera, ma anche per la prestazione in sé.
E questo Nabucco, forse il miglior spettacolo visto a Firenze negli ultimi anni, non è solo Domingo.
Accanto all’artista spagnolo, su uno stesso piano di valore, deve essere collacata la direzione d’orchestra solida, ma lirica e sognante ad uno stesso tempo, di Paolo Carignani, e quella ammirevole sotto tutti i profili di Maria José Siri, al debutto come Abigaille, che non ha sbagliato una nota della arditissima parte e che è parsa già matura dal lato interpretativo tanto da far intuire prossimi interessanti sviluppi sul versante prisco-verdiano (ma in una recente intervista per la nostra testata Maria José Siri ha parlato di possibili applicazioni alla Atte del Nerone mascagnano: e qui gli appassionati di questo repertorio ci sognano sopra).
Non basta. Il coro diretto con straordinaria perizia da Lorenzo Fratini ha dato un apporto magistrale, pressoché perfetto alla produzione – non solo nel “cammeo” del Va’, pensiero ma in tutta la serata – e Alexander Vinogradov è stato uno Zaccaria eloquente, profetico e vigoroso, giovanile, diremmo pugnace, quasi a sottolineare un contrasto fisico-ideologico con il Nabucco-Domingo. E anche di Vinogradov abbiamo apprezzato il dominio vocale in una parte legata al ricordo di grandissimi interpreti. Bene Fabio Sartori come Ismaele, anche se poteva essere più levigato nelle belle frasi a Fenena del primo atto e Claudia Piva, Fenena appunto, che oltre ad aver cantato civilmente per tutta la sera ha risolto con sicurezza la difficile aria Dischiuso è il firmamento all’ultimo
atto. Benissimo Alessio Cacciamani in grande evidenza come Sacerdote di Belo. Adeguati al valore della produzione Alfonso Zambuto, Abdallo, e Carmen Buendìa, Anna.
La parte visiva dello spettacolo era firmata da Leo Muscato per la regia con Tiziano Santi, scene, Silvia Aymonimo, costumi, Alessandro Verazzi, luci. Già visto su diverse scene – Firenze stessa, Sassari, Cagliari che lo produsse – ma sempre efficace.
Successo entusiastico e meritato, con il rimpianto che troppe poche persone abbiano potuto assistere a tanta delizia per le restrizioni dovute a questa dannatissima pandemia.

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