“Medea” alla Pergola di Firenze. Il regista Gabriele Lavia: “Testo di una bellezza e contemporaneità commoventi”

Teatro e Danza

Appuntamento con “Medea” di Euripide, traduzione di Maria Grazia Ciani e adattamento di Gabriele Lavia (anche regista), dal 18 al 23 aprile 2017  (ore 20.45, la domenica ore 15.45) sul palcoscenico del Teatro della Pergola di Firenze, dove arriva dopo essere andata in scena al teatro Romano di Fiesole e al Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci. Del cast fanno parte Federica Di Martino, Simone Toni, Mario Pietramala, Giorgio Crisafi, Angiola Baggi, Francesco Sferrazza Papa, e con Sofia De Angelis, Giulia Horak; coro Barbara Alesse, Ludovica Apollonj Ghetti, Silvia Biancalana, Maria Laura Caselli, Flaminia Cuzzoli, Alice Ferranti, Giulia Gallone, Giovanna Guida, Katia Mirabella, Sara Missaglia, Marta Pizzigallo, Malvina Ruggiano, Anna Scola. La scenografia è di Alessandro Camera, i costumi sono di Alessio Zero, le musiche di Giordano Corapi e Andrea Nicolini, le luci di Michelangelo Vitello, assistente alla regia Lorenzo Terenzio. Una produzione Fondazione Teatro della Toscana. (Prezzi biglietti: intero Platea 34€ – Palco 26€ – Galleria 18€, previste riduzioni over 60 e under 26, ridotto soci Unico).

“Medea” – come si legge nella scheda dello spettacolo – è “un lavoro che scava nell’animo umano e nei grandi interrogativi della vita”. Il personaggio di Medea è interpretato da Federica Di Martino (nella foto sopra il titolo, scatto di Tommaso La Pera): una Medea della diversità e dell’istinto attraversati da folgoranti visioni tragiche, sullo sfondo di una rilettura dove a emergere è la modernità della potenza passionale e devastatrice della protagonista. “È un testo sconvolgente – afferma Lavia – di una bellezza e di una contemporaneità commoventi”.

Medea è uno dei personaggi più celebri del mondo classico, per forza drammatica, complessità ed espressività. Euripide la mette in scena nel 431 a.C. e per la prima volta nel teatro greco (almeno quello che è arrivato sino a noi) protagonista di una tragedia è la passione, violenta e feroce, di una donna. Forte, perché padrona della sua vita, tanto da distruggere tutto quello che la lega al suo passato. Una donna diversa, una barbara in una città che la respinge. Malgrado la disperazione, vista l’indifferenza del marito dopo averla sedotta e abbandonata, Medea medita una tremenda vendetta. 

“Medea è una donna tradita, è una donna che viene da lontano. È figlia del Sol’, non perché partorita dal dio Sole – scrive Lavia nelle note di regia – ma perché viene dal mondo in cui il Sole sorge. Viene dal Caucaso, dall’Oriente, è un’altra cultura. È quel mondo che parla il ‘barbar’, cioè balbetta la lingua greca, da cui ‘barbaroi’, ‘barbari’. Parliamo di un capolavoro assoluto, che tira dentro e non si lascia svelare. Nessun regista può interpretarlo. La verità è che Medea ha interpretato me. Lei mi ha piegato, mi ha portato a realizzare questo allestimento: l’ho traghettato dal V secolo avanti Cristo a oggi, seguendo quel procedimento di traslazione e di traduzione-tradizione che rende contemporanea un’opera arcaica. Non si può fare uno spettacolo andando a ritroso nel V secolo e rimanendo là. Bisogna andarci per poi tornare ai nostri giorni”.

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