MASCAGNI FESTIVAL. Quando la musica arriva al cuore per ricordare le vittime dell’alluvione del 2017 a Livorno e i morti di Covid-19. Prima la Missa Brevis da Requiem composta da Andrea Bicchi, che si è ammalato e che ha perso la madre per la pandemia. Poi la Messa di Gloria del compositore livornese. La direzione di Mario Menicagli, nominato ai vertici del Teatro Goldoni insieme a Emanuele Gamba. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica, Livorno

di FULVIO VENTURI

Con una cerimonia raccolta e toccante il Festival Mascagni ha ricordato il terzo anniversario tragica alluvione livornese del 10 settembre 2017 e i morti della epidemia data dal Covid-19. La prima parte è stata costituita dalla Missa Brevis da Requiem per coro, archi ed organo composta da Andrea Bricchi, musicista piacentino, e Marco Fornaciari. La Missa Brevis nasce dal dolore. Dice Andrea Bricchi: “La mia composizione nasce dalla sofferenza di un figlio, dall’elaborazione di un lutto profondissimo. Da febbraio a giugno ho attraversato forse il periodo più difficile della mia vita. Mi sono ammalato, si è ammalata mia madre. Non potevo vederla, come non ho potuto vedere nessuno per oltre 40 giorni. Chiuso in casa in condizioni eremitiche, in uno stato di profonda prostrazione. Poi, il 7 aprile, è mancata mia madre, senza che io potessi starle accanto nelle ultime settimane della sua vita. E’ stato davvero straziante. Mangiavo a malapena, dormivo molto e, quando non dormivo, ascoltavo musica. Quando il Maestro Fornaciari mi chiamò per farmi le condoglianze, gli dissi che senza Schubert, e Albinoni, e Mascagni, Puccini, Verdi, non so come avrei fatto. Lui si offrì di scrivere un Benedictus per quintetto. Gli dissi che lo avrei immaginato per solo violino e contrabbasso e si entusiasmò. E poi mi venne una sorta d’ispirazione, che mi trascinò letteralmente fuori dal buio. Scrissi un Kyrie. In poche ore gli mandai le parti del coro e lui le sistemò e le armonizzò con gli archi. Cominciò così una settimana di lavoro intensissimo e quasi totalizzante, che mi trascinò letteralmente fuori dalla mia desolazione. La musica era come il legno del Pequod che salvò Ismaele dal naufragio”. E’ una musica che nasce dalla classicità, introversa e sofferta, che offre momenti di raccoglimento, di riflessione sulla sopravvivenza e sulla bellezza.

E proprio nella bellezza, data dal contatto con una natura da rispettare e da valorizzare, dalla locazione del palco sulla riva del mare, dai giochi d’acqua e dalle proiezioni di Immersiva dedicate a Mascagni, dai fantasmagorici effetti di luce e colore sulle acque e sulla maestosa facciata dell’Hotel Palazzo, uno dei più pregevoli monumenti della Belle-Époque livornese, si è tenuta la serata.

La seconda parte è stata dominata dalle gioiose musiche della Messa di Gloria di Mascagni, un inno alla vita.

E’ noto che Pietro Mascagni mosse i primi di musicista, oltre che nelle aule dell’istituto “Luigi Cherubini”, a Livorno, sulla tastiera dell’organo della Chiesa di San Benedetto nell’attuale Piazza XX Settembre della città toscana, e che la sua primissima composizione, la romanza Duolo Eterno!, datata 1878, e dedicata al padre in memoria della madre scomparsa prematuramente, fu religiosa.

Carattere sacro ebbero i lavori che Mascagni compose subito dopo e che furono un’Elegia, un Kyrie, un Christe, un’Ave Maria e un Pater Noster (1878-1880).

La prima composizione mascagnana di vaste dimensioni, la cantata In filanda, ha invece carattere profano, ma durante la sua prima esecuzione assoluta, che avvenne ancora a Livorno nel ridotto del Teatro San Marco (9 febbraio 1881) con esito festoso, ebbe i consensi maggiori per la preghiera che precede il finale.

Alla luce di queste riflessioni non pare poi strano che Pietro Mascagni, musicista che ha iniziato la propria fortuna di compositore con una storia di viscerale gelosia risolta in punta di coltello, e che dunque si potrebbe ritenere laico per eccellenza, abbia pervaso tutta la sua produzione di una marcata sensibilità religiosa.

Le composizioni sacre che Mascagni realizzò in gioventù assumono dunque un aspetto ben maggiore della semplice curiosità. Dalla loro analisi si apprende l’esistenza di un microcosmo coerente ed in continua evoluzione che riapparirà nei lavori più maturi del Livornese. La cellula melodica è già fondamentale nell’economia del brano e quell’involo verso la zona alta del pentagramma, che caratterizza l’intera produzione mascagnana, è già costantemente presente, quasi come anelito d’innalzamento spirituale.

Composta durante il soggiorno a Cerignola, la Messa di Gloria in FA Maggiore, è la più importante delle composizioni sacre appartenenti al periodo giovanile di Mascagni, le completa e indica le tracce di un cammino che adduce dritto a Cavalleria rusticana. Essa fu destinata agli adepti della Filarmonica della quale Mascagni era direttore, nonché da questi ultimi eseguita nell’aprile 1888 presso la Chiesa di Sant’Antonio della cittadina pugliese. Il suo modello è individuabile Petite Messe solennelle rossiniana, composizione carissima a Mascagni, e nella sua elaborazione fu assai presente uno spirito didattico che in qualche punto semplificò le linee della composizione fino all’ingenuità, ma che consentì all’inesauribile vena melodica dell’autore di erompere fresca e forse liberatoria. La Messa di Gloria, infatti, fu composta al termine di un periodo tragico per Mascagni, culminato con la scomparsa del figlio primogenito nato da appena cinque mesi e forse ricordato da un Requiem mai eseguito ed oggi perduto. Secondo il suo stile più tipico Mascagni, nelle diciassette sezioni della Messa, produce instancabilmente ora melodie d’ampio respiro, ora frasi brevi, se non brevissime, e le interseca, le fa seguire una all’altra, talvolta tralasciandone persino gli sviluppi. Alcune sono particolarmente felici, altre recuperate da composizioni precedenti, come l’assorto Qui sedes, che aveva albergato nella cantata Alla Gioja (1882), composizione immediatamente successiva a In filanda. Un brano che diremmo profetico poiché contiene un’illuminazione che ritroveremo nell’incipit di un brano famoso come il “Sogno” dal Guglielmo Ratcliff. Altre situazioni ancora – ed il riferimento a Et incarnatus è obbligatorio – si ritroveranno in Cavalleria rusticana, poste alla base di scene dense di pathos, come quella della confessione di Turiddu ad Alfio. L’unitarietà della composizione, invece, paga le spese di un’armonizzazione elementare e di un’eccessiva speditezza che talvolta rasenta la superficialità, ma si deve pensare che Mascagni concepì questo spartito per le limitate risorse tecniche dei suoi esecutori, molti dei quali – come egli stesso disse – erano bambini che neanche un anno e mezzo prima avevano trovato il do centrale.

Dopo l’esperienza ofantina, conquistata la notorietà, Mascagni diresse un’esecuzione memorabile della Messa di Gloria il 31 maggio 1891 nel duomo di Orvieto con celebri cantanti quali il tenore Francesco Marconi ed il basso Ettore Borucchia. Ne sortì un lucente mosaico sonoro nel quale, durante l’Elevazione, l’autore inserì l’intermezzo di Cavalleria rusticana, proprio a dimostrare l’afflato religioso delle sue musiche. Oggi la Messa di Gloria in FA Maggiore figura fra le composizioni più eseguite di Pietro Mascagni.

L’esecuzione, alla quale hanno preso parte l’orchestra e coro “A tre anni dall’alluvione”, è stata diretta da Mario Menicagli (a lui e ad Emanuele Gamba le più affettuose felicitazione per il freschissimo incarico che li vedrà ai vertici del Teatro Goldoni) con il consueto entusiasmo e la solita, assoluta, dedizione alla causa mascagnana ed al popolo livornese. Marco Fornaciari che svolgeva il ruolo di violino di spalla ha suonato con estrema eleganza e soffuso raccoglimento le ispirate note dell’Elevazione. Il tenore Simone Simoncini e il baritono Carlo Morini, hanno cantato sia con l’entusiasmo imprescindibile in argomento Mascagni, sia con distinta proprietà di linguaggio. Inappuntabile anche il soprano Costanza Gallo nella Missa Brevis, caratterizzata anche da un assolo di contrabbasso affidato a Leonardo Colonna. Una nota gioiosa è stata data, senz’altro, dal tenore Samuele Simoncini il quale a fine esecuzione ha esclamato al pubblico “Viva Mascagni”, atto che ha richiamato alla memoria il celebre tenore Ettore Bergamaschi che nel 1926 si produsse in una simile esternazione al termine di una trionfale recita del “Piccolo Marat” al Teatro Politeama.

Durante i moltissimi applausi di commiato ha preso la parola il presidente della Accademia degli Avvalorati, Massimo Signorini, che ha consegnato nelle mani di Suor Raffaella della Caritas un assegno di 5000 euro, somma realizzata con generosità dai componenti dell’orchestra “A tre anni dall’alluvione” che con nobile gesto hanno rinunciato ai rimborsi spesa loro dovuti per la serata.

Fra i presenti, davvero una marea per dirla con animo livornese, Guia Farinelli, pronipote di Pietro Mascagni e i famigliari delle vittime della tragica alluvione del 10 settembre 2017.

Gran successo misto a commozione che si è sublimato nella esecuzione dell’Ave verum Corpus mozartiano, scelto da Mario Menicagli e e da Marco Voleri, direttore artistico del Festival Mascagni, come suggello della serata fra la silenziosa emozione degli spettatori.

 

 

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