Mascagni e Leoncavallo, Cavalleria e Pagliacci: il verismo in scena al Carlo Felice di Genova. Il primo e il secondo cast in due opere “legate da un filo rosso”. Complimenti a Valentina Boi e Sergio Bologna. Il doppio ruolo di Diego Torre. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

Cavalleria e Pagliacci, le regine del verismo, sono tornate in scena al Carlo Felice di Genova, e abbiamo assistito alle recite del 24 e 25 maggio 2019.

Lo spettacolo di Teatrialchemici, ovvero Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi, nasce dall’idea che nonostante i recenti tentativi di dividere le due opere è come se esse continuassero comunque, vicine o lontane, “ad essere sorelle legate da un filo rosso”, a dimostrazione che la tradizione lascia un’eredità di cui è difficile liberarsi. E giustificano questo loro pensiero affermando che Cavalleria e Pagliacci sono frutto l’una dell’altra e che Leoncavallo continua quello che Mascagni aveva iniziato. Pensiero condivisibile? Diciamo di sì. I due registi poi continuano col dire ad una voce che Mascagni e Leoncavallo hanno dato la stura all’indagine di quelle passioni ataviche per cui si soffre, si muore e si inquadra la vita in una essenza tragica. Di questo ci sentiamo meno sicuri, ad ogni modo un po‘ di Freud riguardo a due opere apparse nel 1890 e nel 1892 ci sta eccome.

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È ovvio che con questa premessa ne sia nato un allestimento unitario, dove la Pasqua e la Madonna di Mezzagosto sono una stessa festa, dove il buio (della psiche ovviamente) è più presente della luce, dove le rovine oscure (della tradizione) sostituiscono le calci abbacinate siciliane e calabresi. Tale assetto è giovato forse più a Pagliacci, l‘opera del crepuscolo, della notte e del metateatro che non alla assolata Cavalleria, ma nessuno potrà mai negare che il finale dell‘opera mascagnana sia il precipitare del Fato negli abissi dell‘Ade.

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Il maestro Paolo Arrivabeni ha impostato liricamente Cavalleria dilatandone vagamente i tempi e quasi accentuando la sonorità di arpa e legni per poi innervarsi e tendersi in Pagliacci. E ha fronteggiato le due partiture col rispetto dovuto alla loro qualità, riaprendo tagli annosi e riguardando qua e là la punteggiatura delle linee melodiche. L‘orchestra del Carlo Felice è in buona forma e lo ha seguito suonando con entusiasmo.

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In palcoscenico ha giganteggiato la Santuzza di Sonia Ganassi. Non una nota, non una intenzione sono state lasciate al caso. Una Santuzza di stampo belcantistico, radice irrinunciabile per Sonia Ganassi, memore di una linea interpretativa che sia pur con discontinuità ha annoverato cantanti come Giannina Russ, Giannina Arangi Lombardi, Ebe Stignani, Maria Callas, Giulietta Simionato, Leyla Gencer. E conviene ricordare che proprio la Russ e la Arangi Lombardi siano state fra le Santuzze preferite da Mascagni. Avvincente anche la prestazione di Carlos Alvarez come Tonio, dal prologo ben cantato all’espressionismo crudo della scena con Nedda, al sonorissimo finale. Finale che, come oggi avviene, è toccato a lui, ma non sapremo mai con esattezza se quella fatale battuta “la commedia è finita” sia stata destinata da Leoncavallo a Tonio, o a Canio, come la tradizione ha rigorosamente voluto fino a qualche tempo fa. Toglierla ai Caruso, ai Pertile, ai Gigli, ai Masini, ai Del Monaco, ai Corelli, ma anche ai Völker, o ai Roswænge quella battuta non sarebbe bastato del bello e del buono.

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E comunque, qui, a giustificare la scelta giunge anche il gesto con il quale è Tonio a consegnare il coltello del delitto a Canio, armandone la mano e tradendo la didascalia del libretto che ci dice che il capocomico fa tutto da sé e “dà di piglio a un coltello sul tavolo“. Ottimamente cantata ed interpretata la Nedda di Donata d’Annunzio Lombardi. Tutta sotto il profilo delle nuances la cantante, e tutta sotto il peso della memoria e della ineluttabilità l’interprete, fino a diventare una vittima sacrificale predestinata (“Il destino è contro noi, è vano il nostro dir“, mormora Nedda nell’incontro amoroso con Silvio). Come Antigone tenta la ribellione, ma sa che il destino le sfiorerà le labbra con un bacio di morte e forse spontaneamente si offre al coltello di Canio.

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Diego Torre che impersona sia Turiddu che Canio è il classico tenore che ne ha tanta. Tanta voce, tanta resistenza, tanta generosità. Affrontare il doppio ruolo nella stessa serata non è uno scherzo e da sempre è appannaggio di pochi ed eletti cantori: Caruso, Pertile, Gigli, Domingo. E lo capisco bene, oltre alla fatica immane di affrontare nella stessa serata due parti spossanti anche per i carichi emozionali, Turiddu e Canio hanno caratteri diversi: giovanile e fresco il primo, tosto e provato dalla vita il secondo. Torre fa un po‘ tutto allo stesso modo: ne lodiamo l‘impegno, ma ci era piaciuto di più nella precedente Tosca. Buone professionalità nei rimanenti, Gevorg Hakobyan (Alfio), Giuseppina Piunti (Lola), Francesco Verna (Silvio), Matteo Roma (Peppe), con note di pregio per la giovane Carlotta Vichi, una presente Lucia. Inoltre Giuliano Petouchoff e Matteo Armanino, i due contadini in Pagliacci.

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Coro non irreprensibile diretto da Francesco Aliberti (che abbiamo visto anche in scena nei panni del prete che istruisce il Regina Coeli di  Cavalleria) e bene coro di voci bianche del maestro Gino Tanasini. Scene Federica Parolini, costumi Agnese Rabatti, luci Luigi Biondi. Allestimento in coproduzione fra Fondazione Teatro Carlo Felice e Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino. Lo spettacolo è stato completato da assistenti al cast creativo e mimi con la partecipazione dell‘Istituto d‘Alta Coreutica di Genova. Nel programma di sala leggiamo che Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi, a Palermo, lavorano da anni con attori e ragazzi down. Un plauso vero in più.

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Nel pomeriggio di sabato 25 maggio 2019 abbiamo assistito al debutto della seconda compagnia.

IMG_7762Valentina Boi, Santuzza (una livornese come protagonista del capolavoro di Mascagni, rara avis), soprano, ha presentanto anch’essa un personaggio lirico, una donna molto innamorata, femminile, in perfetta fusione sia con l’intendimento di Arrivabeni, che con la illustre collega che l’ha preceduta sulla scena del Carlo Felice. Alla buona esecuzione vocale, e oggi le Santuzze-soprano sono sempre meno consuete, Valentina ha applicato un gioco scenico molto efficace. Complimenti. Molto bene Sergio Bologna come Alfio. Rubens Pelizzari ha assunto il doppio ruolo di Turiddu e Canio. In Cavalleria ha messo in campo una voce chiara, robusta e squillante appena a mal partito nel periglioso si bemolle dell’Addio alla madre. Meno brillante dal lato vocale è apparso in Pagliacci, dove però ha saputo infondere sentimento al “Vesti la giubba“ e veemenza al sanguinoso finale. Angela Nisi ha tratteggiato una Nedda maggiormente attaccata alla vita e ai clichés tradizionali con temperamento e partecipazione.

E infine ho piacere di sottolineare la bellissima interpretazione di Sergio Bologna nei panni di Tonio. Interpretazione molto intensa e non di meno ottenuta all‘interno di un canto corretto e di una voce pastosa. Immutato il resto del cast con la sola variante di Manuel Pierattelli come Peppe.

Successo molto cordiale con frequenti applausi a scena aperta in entrambe le serate. Teatri esauritissimi.

*** (Repliche al Carlo Felice di Genova di Cavalleria rusticana e Pagliacci il 26 maggio 2019 alle ore 15.30, poi il 28 ancora alle 15.30. Il 29 e 30 alle ore 20).

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