Madama Butterfly, il tenore Carlo Bosi protagonista dell’apertura scaligera. L’intervista di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica, Livorno

Nella Madama Butterly che ha aperto la stagione scaligera 2016/2017, Carlo Bosi ha ricoperto il ruolo di Goro. Ecco un’intervista al tenore di Fulvio Venturi, critico musicale e scrittore. Nelle foto a corredo del pezzo, Carlo Bosi (al centro dell’immagine grande) in Falstaff con il baritono Bryn Terkel e il basso David Shipley (2016); nello scatto a lato in basso, Bosi al centro nel costume di Goro nella Madama Butterly andata in scena a Parigi nel 2016.

di Fulvio Venturi

Il tenore Carlo Bosi, livornese autentico, anzi, sanjacopino di scoglio, ha partecipato alla produzione di Madama Butterfly che il 7 dicembre, Sant’Ambrogio, ha inaugurato la stagione 2016/2017 del Teatro alla Scala. Un successo memorabile, segnato da un quarto d’ora d’applausi, diretta televisiva in tutto il mondo. Ed anche un successo personale per lui, interprete di uno dei personaggi fondamentali del capolavoro pucciniano, quello di Goro, il sensale del matrimonio fra l’ufficiale americano F. B. Pinkerton e Cio Cio San. 

Caro Carlo, far parte dello spettacolo inaugurale del Teatro alla Scala è il traguardo più ambito per un cantante. Raccontaci questa esperienza.

“Dunque, io ho già partecipato a un “Sant’Ambrogio” per la stagione 2008/09, come Araldo in Don Carlo, diretto da Daniele Gatti. Mi ricordo il dispiegamento di forze di polizia, e il ricevimento a Palazzo Marino, sontuoso. Stavolta è stato tutto meno stressante, nonostante il mio ruolo fosse molto più importante. Facciamo antegenerale, generale e anteprima, o “primina”, come la chiamano qui, prima della serata inaugurale del 7 dicembre, quindi abbiamo tempo di rompere il ghiaccio…”

Far parte di uno spettacolo così ambito è un riconoscimento non solo al valore canoro di un cantante, ma anche alla sua professionalità. Come nasce Carlo Bosi tenore scaligero?

“Lo scaligero nasce dopo un’ultima audizione in sala Piermarini, della quale anche Fulvio dovrebbe ricordarsi (ricorda bene poiché fu presente: c’era Riccardo Muti in sala e in tutto il teatro non volava una mosca, ma il palcoscenico della Scala è molto accogliente… ndr), e un contratto per 2 Jude in Salome (Il secondo ebreo), per la stagione successiva, 1994/95, diretta da Chung. Da allora sono passati oltre 20 anni, ed ho partecipato a numerose produzioni qui alla Scala, fra cui tre diverse Turandot, una delle quali al Teatro Arcimboldi, due come Pong e una come Imperatore. Una bellissima edizione di Il Giocatore di Prokofjev, diretto da Gergiev, e due di Lucrezia Borgia di Donizetti”.

Tu hai cantato con moltissimi dei più rappresentativi direttori d’orchestra degli ultimi cinquanta anni. Dicci di loro. Zubin Mehta, Daniel Oren, Bruno Bartoletti…

“Il primo è un vero e proprio monumento vivente! Un onore lavorare con lui, ogni volta, perché umanamente sta otto gradini sopra tutti gli altri… Un gesto inimitabile, anche se con gli anni si è un po’ allentato, ma sempre attentissimo e chiarissimo. Oren, geniale e generoso, grande musicista, carattere difficile, ma se gli piaci ti fa godere come nessun altro. Mi piacerebbe lavorare sempre con lui, perché alla fine si fa musica… L’ultima volta una Adriana a Parigi, dove ha tirato fuori da un’orchestra di medio livello delle cose straordinarie! Solo lui riesce a fare queste cose, vere e proprie magie. Bartoletti… Il rimpianto di non aver avuto modo di lavorare più spesso con lui. Una persona che ho conosciuto relativamente poco, ma le poche volte ho imparato qualcosa… Ricordo il mio primo Messaggero in Aida a Parma, 45 minuti per cantare discretamente quelle frasi, perché secondo lui la parte è scritta per un vero tenore, e quindi va fatta da tenore! E la prova musicale di Pagliacci a Firenze 2001… sei, dico sei volte la serenata di Arlecchino! L’ultima quella buona… Vorrei citare anche Daniele Gatti, scuola abbadiana, grande stile e grande umanità, il nostro più importante direttore, insieme a Riccardo Chailly. Mi sono mancati Claudio Abbado e Riccardo Muti, con i quali ho fatto audizione. Un ricordo di Massimo de Bernart, carissimo amico e grande direttore, credeva in me come tenore, per Werther e Nemorino… Ne parlammo, ma io ero ormai con la testa altrove. Ho avuto la fortuna di lavorare con James Levine, al Metropolitan, in Falstaff. Un mito vivente! Mi ricordo la mia “strizza” prima della prima prova musicale… E Antonio Pappano! Non c’è da dire molto su di lui… Meraviglioso… Non vedo l’ora di tornare a Londra per Butterfly con lui”.

E i registi?

“Ho lavorato spesso con Luca Ronconi, ma era molto difficile capire il suo pensiero… Non so, non ho ricordi chiarissimi. Il mio regista è Robert Carsen, persona splendida, che impara a conoscere prima l’uomo e in base al carattere costruisce. Ho amato e amo molto David McVicar, con cui ho fatto Chénier a Londra… Hugo de Ana, genio… Beppe de Tomasi, grande amico e grande uomo, indimenticabile”.

E i colleghi?

“Ho pochi ma buoni amici fra i colleghi.  Marco Berti, Angelo Veccia, Roberto Aronica, Armando Gabba sono i quattro a cui mi sento più vicino, perché ci sentiamo anche fuori dal lavoro, e con i quali mi confido e ai quali chiedo consigli. Ricordo Daniela Dessì con grande ammirazione e affetto e rimpianto… Tutti i colleghi sarebbero da ricordare perché nel momento in cui siamo al lavoro insieme siamo “amici”, si collabora per portare in fondo qualcosa di importante, che spesso resta inciso su quelle tavole… Certi artisti considerati “star”, sono spesso persone “normali”, molto semplici e terrene, vedi Jonas Kaufmann e Bryn Terfel, Kristine Opolais e Ana Maria Martinez, Leo Nucci e Zeljko Lućič, Barbara Frittoli, Dolora Zajick, Roberto Scandiuzzi, Michele Pertusi… Vorrei citare Micaela Carosi, carissima amica”.

Chi ti conosce sa della tua grande passione per la musica e per il teatro d’opera. È un momento felice per la musica e per il teatro fra le difficoltà non solo economiche che stiamo attraversando?

“Il momento è sempre felice per la Musica e per il Teatro, fare musica porta felicità a chi la fa e a chi la ascolta. Purtroppo in Italia non è un momento molto positivo, da qualche anno. Speriamo che le cose cambino, e che chi ci governa capisca che la cultura porta lavoro…  Dobbiamo riabituare il pubblico all’ascolto e alla fruizione della cultura di ogni tipo, in Italia. L’Italia che ha insegnato la cultura al mondo…  Io non so parlare di queste cose, ma spero di esser stato abbastanza chiaro”.

Ormai sei un cantante maturo. Che cosa hai da dire ai colleghi più giovani?

“Ci sono molti giovani in gamba oggi. Sto lavorando ultimamente con quasi tutti colleghi più giovani di me. Qui in Butterfly alla Scala c’è un bellissimo gruppo di ragazzi bravissimi! Annalisa Stroppa (Suzuki), splendida voce e artista, Gabriele Sagona (Commissario Imperiale), Nicole Brandolino (Kate), Costantino Finucci (Yamadori), Leonardo Galeazzi (Yakusidé), Romano Dal Zovo (Ufficiale del Registro). Vorrei dire loro di avere pazienza, e di non buttarsi via… Hanno avuto la fortuna di partecipare a questi spettacoli, così giovani e così presto, cerchino di proseguire in quest’onda positiva, la fiducia che la Scala ha riposto in loro deve essere coltivata. Loro lo meritano, così come lo meritano tutti i giovani dotati di voce e di intelligenza artistica”.

Nello specifico della tua attività, quali sono i personaggi che preferisci portare in scena?

“Amo i caratteri… Amo dar risalto a ruoli considerati “comprimari”, cioè comprotagonisti. Il termine “comprimario” non mi piace… Sminuisce l’impegno che almeno io metto nel realizzare questi ruoli.
Secondo me “caratterista” rende meglio l’idea. Anche Spoletta in Tosca ha diversi momenti in cui è protagonista! Oggi preferisco evitare ruoli come Edmondo o Cassio, perché non ho più l’età degli studenti o degli “azzimati capitani”, anche se vocalmente mi stanno meglio ora che 15 anni fa”

 

Oltre alla Scala, hai cantato nei teatri delle più grandi città, New York, Tokyo, Pechino, Parigi, Londra… Come si lavora laggiù?

“I teatri che preferisco, sono oltre alla Scala, il Met e la Royal Opera House Covent Garden, perché si lavora bene, l’atmosfera è molto cordiale e tutto sembra più facile”.

Progetti futuri?

“Ci sono ancora molti progetti… Falstaff qui alla Scala con Mehta, in febbraio, Butterfly a Londra, Butterfly a Monaco di Baviera, Carmen a Napoli in luglio, Forza del Destino ad Amsterdam (la mia città del cuore!), nel 2018 il Festival di Glyndebourne con Butterfly e Falstaff a Londra con Luisotti (altro direttore splendido), ecc ecc…”

E allora, caro Carlo, grazie e da vero livornese, buon vento. “Riga di vele in panna verso Livorno biancica…”

3 comments

  • A quanto pare Bosi la pensa come me: “Il mio regista è Robert Carsen, persona splendida, che impara a conoscere prima l’uomo e in base al carattere costruisce.” Il miglior modo di fare regia. Peccato essermi perso il primo atto, alla TV intendo.
    In ogni caso lui nella parte ci stava bene, teatralmente parlando.
    Sapiente intervista.
    Ringrazio il critico Fulvio Venturi che mi sta introducendo, con le sue interviste e recensioni, non ché con suggerimenti di ascolto, nel mondo della musica lirica.

  • Interessante intervista. Inoltre Bosi è stato fra i migliori del cast di Butterfly: espressivo nonostante il trucco pesante, disinvolto nei gesti e movimenti, mai caricaturale come qualche volta si vede, vocalmente impeccabile. E poi gli mando un enorme bacio per quel “E’ un monumento…otto gradini sopra gli altri” riferito a Zubin Mehta. Grazie Fulvio.

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