“La Gioconda” di Ponchielli a Piacenza, teatro stracolmo. Il debutto nell’opera (troppo dimenticata) di Saioa Hernandez e Francesco Meli. Con fotogallery

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

È rarissimo, oggi, assistere ad una rappresentazione de La Gioconda, opera un tempo popolare (musica di Amilcare Ponchielli, ndr). Alla rarefazione del titolo concorrono diversi fattori: primo, il mutamento della temperie critica che penalizza i titoli del tardo romanticismo italiano e della Giovine Scuola; secondo, una difficile accettazione di alcune situazioni legate più al feuilleton che al melodramma sia pur di maniera; terzo, oggettive difficoltà esecutive e sceniche. Rimane tuttavia da aggiungere che, nella maggioranza degli appassionati d’opera, La Gioconda è tutt’oggi titolo amato, sia per l’opulenza della materia in sé, sia per la dedizione che due cantanti imperiture come Maria Callas e Renata Tebaldi portarono a quest’opera. Dunque ogni volta che l’opera di Ponchielli torna in scena l’aspettativa si fa grande. Dato confermato dalla produzione piacentina: teatro stracolmo.
E bisogna anche dire che la direttrice artistica della Fondazione Teatri di Piacenza, Cristina Ferrari, i fattori per i quali l’aspettativa aumentasse li ha messi proprio tutti: ovvero il debutto nell’opera di Saioa Hernandez e Francesco Meli, ovvero due cantanti di punta, e uno stuolo di artisti di buon livello al fianco dei protagonisti, nonché una messa in scena nuova di zecca.

E vediamo come tali aspettative sono state ripagate.
Saioa Hernandez, che l’anno passato sulla stessa scena piacentina, aveva tratteggiato un vibrante ritratto della Wally catalaniana e che è seguita con interesse da una grande cantante come Montserrat Caballè, è parsa come bloccata al primo atto e alcuni momenti topici come l’estatico “madre, Enzo adorato, o come t’amo”, di callassiana memoria e soprattutto le dolenti frasi “cor, dono funesto” sono andate perdute. Ma già dal duetto con la rivale nel secondo atto, interpretato con ardore, ha saputo dare una svolta alla sua prestazione. Il totale convincimento è arrivato al quarto atto, con uno splendido “Suicidio” e un intenso finale durante il quale ha dimostrato tenuta e preparazione tecnica.

Francesco Meli, che pure canta con eleganza e partecipazione, ha dimostrato che le parti liriche saranno sempre quelle più adatte a lui. Detto tout-court non sapremmo chi meglio di lui, oggi, potrebbe affrontare la parte di Enzo Grimaldo, ma permane tuttavia nella sua voce qualcosa d’indefinito che si manifesta nell’avvicinarsi a questi personaggi che hanno, sì, i tratti dell’amoroso, ma anche quelli dell’eroico. Sebastian Catana vestiva i panni del “vilain” Barnaba, che comunque non è personaggio da risolvere tutto a perdifiato (se mai ne esista uno). Ha dispiegato una buona voce e un timbro puramente baritonale, ma qualche problema di nitidezza, di fonazione, è apparso già dal primo atto. Anna Maria Chiuri, invece, ha superato con consumata esperienza e con musicalità i limiti di un registro acuto ove esso risulti molto impegnato in una parte piuutosto sfogata come quella di Laura Adorno. Un po’ come è avvenuto all’Alvise di Giacomo Prestia, la cui insidiosa aria delle vendetta è risultata piuttosto affaticata. Agostina Smimmero, come Cieca, è parsa cercare una artificiosa scurezza del registro medio-grave più che morbidezza e pastosità, doti peculiari alla parte al pari della stessa timbrica. Bene Graziano Dellavalle, Nicolò Donnini, Lorenzo Izzo e Simone Tansini nella diverse figure di regatanti, cantori, servitori.

Il Maestro Daniele Callegari ha diretto con polso fermo una partitura complessa, dove le sonorità eclatanti si alternano alle atmosfere rarafatte dei notturni e delle marinaresche, le grandi scene d’assieme ai momenti intimistici. E dove, quando c‘è da dare fuoco alle polveri, va dato.

Ricordo una dirompente battuta del maestro Nino Sanzogno a proposito della Gioconda “no se pol magnar sempre caviale, ogni tanto ghe vòl pasta e fasoi. Ecco, questa è La Gioconda.“ E non era certo irriverenza questa, ma acutezza.

L’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna ha suonato correttamente, ma anche senza grandi voli. Bene il Coro del Teatro Municipale Piacenza diretto da Corrado Casati, le voci bianche del Coro Farnesiano diretto da Mario Pigazzini e la Compagnia Artemis Danza/Monica Casadei che ha curato anche le coreografie.

Dal lato visivo dello spettacolo dominava l’elemento acqua e trattandosi d’opera di soggetto veneziano il dato è parso tanto naturale quanto singolare. La regia di Federico Bertolani è stata attenta soprattutto alle dinamiche e ben disegnati erano i costumi di Valeria Donata Bettella con le luci di Fiammetta Baldiserri e le essenziali scene di Andrea Belli.

Successo pieno a ribadire la stima e nel lavoro e nelle scelte di Cristina Ferrari: a questo proposito conviene ricordare che eravamo a Piacenza ed una siffatta produzione, su un titolo tanto impegnativo e desueto, non l’avremmo vista in un Ente Lirico. Eravamo a Piacenza. E mi piace dunque chiudere questa cronaca con il ricordo di due Enzo Grimaldo fra i migliori del dopoguerra, Gianni Poggi e soprattutto Flaviano Labò, entrambi piacentini.

  • “La Gioconda”, dramma in quattro atti di Amilcare Ponchielli (libretto di Arrigo Boito che si firma con l’anagramma Tobia Gorrio), torna in scena al Teatro Municipale di Piacenza domenica 18 marzo 2018 alle ore 15.30. Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza, Teatro Alighieri di Ravenna, in collaborazione con l’Opera di Marseille.

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