“La Fanciulla del West” a Lucca: opera difficile per la messa in scena, gli spazi, l’ampiezza dell’orchestra e la potenza delle voci (con fotogallery)

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

“La Fanciulla del West” (*), banco di prova temibile per qualsiasi teatro, è andata in scena al Giglio di Lucca. Considerate le reali difficoltà dell’opera, che vanno dalla ampiezza dell’organico orchestrale alla complessità della messa in scena ed includono la necessità di un “cast” titanico tanto per le voci soliste quanto per il coro, questo è già un atto di coraggio. Nella nostra lunga esperienza di frequentatori di vicende teatrali, di testimoni diretti, edizioni veramente memorabili di quest’opera ne annoveriamo una, – Maggio Musicale fiorentino 1974: Gianandrea Gavazzeni direttore, Sylvano Bussotti regista sul “lascito” della edizione firmata venti anni prima da Curzio Malaparte, un cast di tutto rispetto formato da Orianna Santunione, Giorgio Casellato Lamberti, Giuseppe Taddei e tanti ottimi “comprimari” – diversamente ricordiamo molti spettacoli per la valenza di questo o quell’interprete, – Carol Neblett, Olivia Stapp, Radmila Bakocevic, Daniela Dessì, Placido Domingo, Nicola Martinucci, Giuseppe Giacomini, Anselmo Colzani, Juan Pons, Gianluigi Gelmetti, Lorin Maazel, Nino Sanzogno –, ma non totalmente soddisfacenti e anche qualche “fiasco” pure recente.

Il Teatro del Giglio “lotta” contro elementi tangibili come l’esiguità degli spazi – Giacomo Puccini, nel 1911, in occasione della “prima” lucchese della “Fanciulla” fece addirittura abbattere una parete – e della buca orchestrale. In tanta ristrettezza sarà sempre difficile per tutti restituire la doviziosa sonorità di questa splendida partitura, senza nulla sacrificare nel numero degli esecutori e senza creare confusione. Ora, diciamolo subito, non che tutti questi rischi siano stati elusi sabato sera (18 novembre 2017, ndr), specie nei momenti assai dinamici dell’avvio. Poi fortunatamente l’esecuzione ha come allentato la tensione che la stringeva, si è distesa e la resa è complessivamente migliorata. Certo, non che proprio i tesori della strumentazione e dell’armonia pucciniana, nella “Fanciulla del West”, lezioni per l’intero Novecento successivo, siano emersi in tutto il loro splendore, ma almeno un’idea della complessità strutturale di quest’opera è venuta fuori. John Meena ha diretto con professionalità e conoscenza della materia – a “memoria”, senza partitura sul leggio – l’Orchestra della Toscana, formazione di prestigio, ma non certo qui nel suo repertorio naturale. I momenti incendiari, quelli che ti fanno saltare sulla sedia – e nella “Fanciulla” sono tanti – arrivavano, ma erano come preventivati, senza una vera passione, così come tutto appariva vagamente schematico.

La stessa circospezione scendeva dal palcoscenico dove Amarilli Nizza ha patteggiato per tutto il primo atto con le notevoli asperità della parte di Minnie e neanche tutti, fra comprimari e coro, andavano sempre a tempo. Come dicevamo prima, nel corso della rappresentazione anche Amarilli Nizza ha acquistato sicurezza e sia pur senza particolari incanti ha dimostrato tenuta. Incanti che non abbiamo trovato neppure nel bagaglio timbrico di Enrique Ferrer, che comunque si è calato con intensità nel personaggio di Dick Johnson. Certe frasi da sempre attese come “mi siete apparsa così bella”, oppure “vi sono delle donne che si vorrebbero nella nostra vita per quell’ora soltanto, poi morire” le quali più che da Dick sembrano essere pronunciate da Puccini stesso si sono perdute, ma rimangono la baldanza e la generosità diffuse per tutta la serata. Elia Fabbian è stato un solido Jack Rance al quale è però mancato lo scavo del personaggio e quel senso d’amarezza, di solitudine (altra irrinunciabile caratteristica pucciniana) connaturati col personaggio. Chi meglio, chi peggio fra i tanti minatori, dal cui novero enucleiamo per dovizia di mezzi il Sonora di Giovanni Guagliardo e per adeguatezza, specie nel difficile inciso che apre il terzo atto, il Nick di Gianluca Bocchino.

Ivan Stefanutti, che apprezziamo fin dai tempi ormai storici della edizione del centenario dell’Amico Fritz, Livorno 1991, dove ricostruì con fine cultura visiva il mondo legato ai pittori macchiaioli, ha realizzato scene, costumi e proiezioni, nonché ha firmato la regia. Si è mosso con la proprietà che gli riconosciamo nell’ambito della tradizione legata alla “Fanciulla del West”, ma anch’egli ha lottato con un avversario che in questo caso mi è sembrato riconoscere nella esiguità dei mezzi a disposizione. Rimane il coro, che in quest’opera è formato da sole voci maschili e che è stato preparato e diretto da Elena Pierini. Venti elementi sono parsi pochi, anche nelle dimensioni ridotte del Giglio e purtroppo anche qualche problemino d’assieme. Bel programma di sala a cura dell’ufficio stampa: una firma sulla serata. Chiudo con una nota personale. Vada come vada, “La Fanciulla del West” mi rapisce sempre e anche ieri sera giunto al finale, “Addio mia dolce terra, addio mia California” due lagrimoni hanno rigato il mio viso di sessantenne. E pensare che per Toscanini in quel punto la “tonica” arrivava troppo presto. Viva Puccini.

(*) Al Teatro del Giglio di Lucca “La Fanciulla del West” va in replica nel pomeriggio di domenica 19 novembre 2017 alle or 16. Prossime rappresentazioni: al Teatro Verdi di Pisa sabato 3 febbraio 2018 alle ore 20.30 e domenica 4 febbraio alle ore 15.30; al Teatro Goldoni di Livorno sabato 3 marzo 2018 alle ore 20.30 e domenica 4 marzo alle ore 16.30.

Lascia un commento