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Il Trittico pucciniano (dedicato alla memoria di Rolando Panerai scomparso recentemente) in scena al Maggio Musicale con Valerio Galli sul podio. Bene Franco Vassallo, Maria José Siri eccellente Giorgetta. Successo per tutti con qualche contestazione alla regia (di Denis Krief). La recensione di Fulvio Venturi

Firenze, Lucca, Musica
di FULVIO VENTURI
Vedo Il Trittico in teatro dal 1974. In tutto una decina di edizioni, fra le quali almeno tre storiche, quelle dirette da Gavazzeni alla Scala e da Bartoletti a Firenze entrambe nel 1983, e l’altra siglata da Gelmetti a Roma nel 2002 in virtù di una stratosferica Daniela Dessì che sostenne tutti e tre i ruoli principali femminili. Tante memorie legate agli interpreti, dagli squilli di Del Monaco nel Tabarro allo statuario Michele di Cappuccilli, dai Luigi di Nicola Martinucci, Giuseppe Giacomini e Gianfranco Cecchele, all’Angelica della Malfitano e alla Zia Principessa di Bernardette Manca di Nissa. Una visita in camerino a Rolando Panerai dopo uno dei suoi innumerevoli Schicchi durante la quale lo stesso baritono fiorentino disse cose di una simpatia ed una verità da stamparci un libro. Insieme con tante prodezze interpretative mi fiorisce qualche aneddoto memorabile come quello di una Suor Angelica in una lontana sera d’estate. Dopo un sonoro steccone nel do della “Grazia” il soprano, forse per recuperare, ma senza badare troppo alla linea di canto, si lanciò con impeto nelle frasi del “Miracolo” togliendosi e velo e scapolare in modo troppo terreno per il tragico, ma sublime momento, ottenendo in risposta alle frasi “dammi un segno di grazia, dammi un segno di grazia, Madonna salvami, salvami”, un agghiacciante “zoccola” dalla parte alta del teatro. Alta, ma evidentemente non paradisiaca. Tale impropero causò nella più terrena platea l’insorgenza della sorella e della madre della cantante, prontissime a far giustizia sommaria dell’improvvido contestatore. Fece seguito un gran dare sulla voce da parte ormai di molti presenti, un vero bailamme che s’appiccava come un incendio. Ci volle del bello e del buono per ricondurre tutto alla ragione e, fra l’altro, ricordo anche, a bocce ferme, un lapidario quanto irriferibile commento di mio padre che ancora mi fa sorridere. Cose di teatro. Però fra le cose belle voglio ricordare ancora la splendida Zia Principessa di Adriana Lazzarini, il Luigi di Maurizio Frusoni e del tempo d’oggi la finissima Angelica di Donata d’Annunzio Lombardi, l’intensa Zia Principessa di Annunziata Vestri ed il brillante Rinuccio di Matteo Desole.
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Questo Trittico del Teatro del Maggio (coproduzione con Teatro Lirico di Cagliari e Giglio di Lucca) si dedicava doverosamente a Rolando Panerai, il cantante fiorentino recentemente scomparso che forse più di ogni altro ha legato il proprio nome a Gianni Schicchi.
Un’idea scenica quasi unica (regia, scene, costumi e luci di Denis Krief) racchiudeva le tre opere in grandi quinte lignee con grandi aperture che raffiguravano ora un “quai” parigino, ora il monastero e per finire la casa di Buoso, ma che ricordava forse involontariamente anche il Palazzo della Civiltà Italiana dell’E. 42. Altri elementi caratterizzatori erano immagini d’epoca come la cartolina del Canal Saint-Martin à La Villette per Il Tabarro e del Ponte Vecchio per Gianni Schicchi. Senza epoca i costumi del Tabarro, vagamente novecenteschi quelli di Suor Angelica e odierni-kitsch quelli dello Schicchi. La cifra registica di Krief, improntata al vero e senza grandi voli, ha avuto il merito di saper evitare quei momenti che spesso cadono nel grottesco nel finale del Tabarro, con il corpo dell’ucciso che scappa da tutte le parti sotto il mantello dell’uccisore e degli eccessi mistico-strappalacrime nella seconda parte di Suor Angelica, ma inerte è parso Schicchi, del tutto.
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Anche il direttore d’orchestra Valerio Galli, richiestissimo ed appassionato interprete pucciniano, ha un’idea unitaria per le tre opere, per niente acquorea, anzi fin troppo secca, quasi senza tensione erotica e senso del rimpianto Il Tabarro, più luminosa Suor Angelica, ove la luce reca poi alla brillantezza di Gianni Schicchi, inteso quasi strawinskianamente. L’Orchestra del Maggio ha firmato una delle migliori prove di questo periodo così come il Coro che pure nel Trittico ha rilievo assai minore.
Molto bene ha cantato Franco Vassallo nei panni di Michele nel Tabarro, anche se la statura del personaggio non era proprio quella del dominatore, e bene Angelo Villari, un Luigi ferrigno, appassionato e sicuro nelle frasi attese, come “Hai ben ragione” e “Io te lo giuro, lo giuro, non tremo a vibrare il coltello e con gocce di sangue fabbricarti un gioiello”.
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Maria José Siri, che in primavera ha dato una solidissima prova di sé in Tosca a Genova, è stata un’eccellente Giorgetta. La stessa cantante uruguayana è stata protagonista di Suor Angelica incontrando però qualche difficoltà nella asperrima tessitura della seconda parte dell’opera. Anna Maria Chiuri è stata una magnifica Frugola nel Tabarro, forse la migliore a nostra memoria, una raccolta Zia Principessa nella Suor Angelica e una spassosa Zita nel Gianni Schicchi: che musicalità, quale aderenza ai personaggi e quale cura del particolare ha questa signora. Nell’opera finale del Trittico, Bruno de Simone ha caratterizzato elegantemente la figura del protagonista, risolvendo la difficile parte vocale con una declamazione cantata cui non ha fatto difetto misura ed efficacia, come nella migliore tradizione dei bassi buffi napoletani; ma la coppia dei giovani innamorati, Lauretta e Rinuccio, formata da Francesca Longari e Dave Monaco è risultata troppo leggera. Senza particolari lusinghe gli scaricatori e i passanti nel Tabarro, le consorelle in Suor Angelica e i parenti in Gianni Schicchi. Successo per tutti con qualche contestazione alla regia.
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