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Il Teatro Carlo Felice di Genova coglie nel segno anche con Madama Butterfly e la direzione di Giuseppe Acquaviva che ha scelto un (doppio) cast giovane. Bravo il livornese Didier Pieri nel ruolo di Goro. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

È sempre un rischio mettere in scena opere di grande repertorio. Negli spettatori si accalcano i ricordi e pullulano i paragoni. Rischio dunque maggiore in un periodo come questo nel quale alcuni titoli che una volta si affrontavano con una certa disinvoltura oggi presentano serie difficoltà di esecuzione. Il Carlo Felice di Genova invece ha dimostrato di non temere certe problematiche e in questo finale di stagione ha presentato in sequenza Tosca, Cavalleria e Pagliacci e Madama Butterfly cogliendo nel segno e producendo spettacoli di un certo valore. Questa Butterfly ha trovato i suoi fulcri nella scenografia del glorioso Ezio Frigerio, nei costumi di Franca Squarciapino e nella direzione orchestrale di Giuseppe Acquaviva.

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Nella scenografia e nei costumi, realizzati con Teatro Astrana Opera, ci è parso che si reversasse tutta la tradizione che da centoquindici anni lastrica il cammino del capolavoro pucciniano: ovvero un Giappone reale appena dilatato nelle dimensioni, specie se rapportato all‘intimismo
della musica di Puccini, ma con tutti gli elementi caratteristici di un “immaginario-Butterfly“ con tanto di acque correnti, ponticelli, pontili, albe, tramonti, stormi di uccelli a volo e scorrere di lampioncini illuminati sul coro muto. Tutto forse un po‘ scontato e citazionistico (Hohenstein, ma i gigli visti in un fondale nel primo atto appartengono all’Iris di Mascagni e non a Butterfly) nondimeno piacevole al punto di mettere in secondo piano la regia senza graffi di Lorenzo Amato.

IMG_8459Giuseppe Acquaviva, che del Carlo Felice è anche direttore artistico, dunque deus-ex-machina della produzione, ha guidato l‘orchestra – che è in ottima forma – con chiarezza, equilibrio e gran senso del teatro. Ha ricevuto lunghi applausi fin dal suo apparire sul podio prima dell‘inizio e questo è anche una testimonianza di quanto sia stimato in Piazza de Ferrari. La sua interpretazione di questa tutt’altro che fragile partitura ha assunto intensità con il progredire della tragedia e unendosi all’autorevolezza mostrata fin dalle prime battute ha trovato i momenti culminanti nei passi che vanno dalla scena di Yamadori all‘intermezzo della notte giapponese sul mare di Nagasaki e nel finale tiratissimo.

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Per quel che riguarda il palcoscenico Acquaviva ha scelto la via dei giovani, affidando le parti di Cio Cio san e di Pinkerton a Maria Teresa Leva e Stefan Pop, due cantanti emergenti. Maria Teresa Leva, che già apprezzammo al Carlo Felice nei panni di Liù, ha uno strumento timbricamente adatto alla figura musicale della eroina giapponese. Inoltre la sua voce è sonora e ha dimostrato tenuta. Il personaggio deve ovviamente maturare così come la cantante uniformare i registri. Tuttavia i bei momenti non sono mancati e specie nella perorazione al figlio (Che tua madre) e nel finale affrontato “ore rotundo“, con veemenza e passione, Maria Teresa Leva ha fatto dimenticare qualche incertezza del primo atto. Pinkerton è una di quelle parti che una volta entravano nel bagaglio di un tenore fino dagli esordi in carriera per uscirvi solo con il passare di molti anni, ovvero per raggiunti limiti d‘età. Tuttavia la parte è insidiosa, con un lunghissimo primo atto dove il registro acuto è spesso sollecitato a mostrarsi, senso del fraseggio, l‘infinita oasi lirica del duetto, nonché un ultimo atto col “rimpianto“ (Addio fiorito asil) e un vibrante terzetto da svolgere insieme a Suzuki e Sharpless, coronato da un interminabile Si bemolle. Oggi invece trovare interpreti che rendano a Pinkerton i suoi squilli, la sua spavalderia, le sue bravate vocali, e l‘affabulazione del fraseggio pucciniano è sempre più difficile. Attendevamo dunque con interesse Stefan Pop, che già avevamo ascoltato in Roberto Devereux e Lucia di Lammermoor, due parti belcantistiche, ma il generoso tenore romeno non ci è parso del tutto a suo agio soprattutto sul finire dell’atto primo. Bisogna però dire che Pop debuttava (venerdì 14 giugno 2019) nel ruolo e che la sua prestazione è stata ugualmente di valore. Molto bene il Goro di Didier Pieri che si consente il lusso di smorzare sulla musica, di far morire il suono sulle labbra come i fraseggiatori d‘un tempo. Ma non si pensi ad un edonista del canto; Pieri riesce ad aggiungere alla sua interpretazione una perversità melliflua per la restituzione di un personaggio di notevole spessore. Raffaella Lupinacci, Suzuki, ha trovato gli accenti migliori con l‘incedere del dramma, proprio dal terzetto con Pinkerton e Sharpless alla splendida frase “come una mosca prigioniera l‘ali batte il piccolo cuor“ detta con reale stato d‘ansia. A suggellare questo quartetto di giovani cantanti, l‘esperto Stefano Antonucci ha disegnato uno Sharpless elegante, distinto e partecipe. Eleganza e distinzione che d‘altronde hanno sempre contrassegnato i personaggi di mezzo-carattere, come Michonnet o De Siriex, oltre al presente Sharpless, tratteggiati da questo bravo cantante. Molto bene Claudio Ottimo nel doppio cartello del Commissario Imperiale e di Yamadori, bene Marta Leung come Kate, ma non inappuntabile John Paul Huckle nella dirompente parte del Bonzo. Il coro (maestro Francesco Aliberti) è stato lungamente applaudito dopo il cammeo “a bocca chiusa“ del secondo atto che ormai fa parte dei brani perennemente attesi dagli appassionati.
Applausi scroscianti ad ogni sipario e apoteosi finale. Teatro naturalmente colmo.
Recensione dedicata al grande tenore Galliano Masini, livornese come me, che inaugurò la stagione 1934 del Teatro Carlo Felice proprio con Madama Butterfly e ad Ottavio Garaventa, genovese, il miglior Pinkerton che io abbia ascoltato dal vivo.
Ci siamo trattenuti a Genova anche per assistere al debutto del secondo cast (sabato 15) che ugualmente ha conseguito un ottimo risultato. La statunitense Keri Alkema, Cio Cio san, è stata un po’ lenta in avvio, ma ha comunicato momenti di vera commozione nell’ultima scena. Necessita di lavorare l’italiano, ma risolto questo problema, potrebbe costituire una bella sorpresa.
Il tenore egiziano Ragaa El Din, Pinkerton, ha messo in campo una voce squillante e sicura nella zona acuta. Bene nei passi di canto spiegato, ha enunciato qualche difficoltà nei momenti di maggiore dolcezza.
Sundet Baigozhin, kazako, è un baritono di ottimi mezzi e di bella figura. Ha realzzato un buon Sharpless che potrebbe preludere ad altri impegni qualora anch’egli renda più duttile la propria emissione.
La giovane Carlotta Vichi ha cantato molto bene, con buona voce, ampia e ben sostenuta. Anche il suo personaggio, Sukuzi, è emerso con sicurezza durante tutta l’opera. Didier Pieri ha ripetuto l’ottima prestazione della sera precedente e così Claudio Ottino. Caldo successo anche per questa compagnia.
Prima dello spettacolo è stato osservato un minuto di raccoglimento in memoria di Franco Zeffirelli.

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