IL PICCOLO MARAT / 4. Mario Menicagli anima della riproposizione dell’opera mascagnana nell’anno del centenario sia per la direzione orchestrale che per le scelte artistiche. Ottime interpretazioni vocali e alla fine dieci minuti di calorosi applausi. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI
Dopo la prima rappresentazione scrissero i cronisti presenti in sala che il successo del “Piccolo Marat” era stato addirittura superiore a quello di “Cavalleria rusticana”. Era il 2 maggio 1921 al Teatro Costanzi di Roma. Acclamazioni, scrosci di applausi, richieste di bis. Ripetuto il duetto d’amore del secondo atto e quasi per intero il terzo. A quella strepitosa affermazione ne seguirono tante altre per una ventina d’anni, poi una serie di dignitose riprese, con l’interesse di un autorevole interprete come Nicola Rossi Lemeni, della moglie Virginia Zeani, di Giangiacomo Guelfi, di Afro Poli, e di qualche acceso rappresentante della corda tenorile, ora Umberto Borsò, ora Giuseppe Gismondo, ora Nicola Martinucci.
Poi un lungo silenzio come per tutto il repertorio mascagnano “oltre Cavalleria”, interrotto solo da qualche sporadica ripresa.
L’anno passato “Il piccolo Marat” è approdato al prestigioso Concertgebouw di Amsterdam per una esecuzione concertistica della Radio Olandese benissimo accolta e adesso, nel Centenario della prima rappresentazione, “Il piccolo Marat” è tornato a Livorno a trentadue anni dall’ultima produzione locale (gli atti staccati non contano) che si tenne al teatro all’aperto di Villa Mimbelli nell’estate 1989.
“Il piccolo Marat” è un’opera costruita sullo sfondo della Rivoluzione Francese. Alle spalle della vicenda amorosa del principe Giancarlo di Fleury e della popolana Mariella, si colloca il criminale episodio denominato “Les noyades de Nantes”, epurazioni di massa compiute durante il periodo del terrore dal Rappresentante della Convenzione nella città di Nantes, Jean-Baptiste Carrier.
Giacobino e cordeliere, delegato al baillage di Aurillac, eletto nella Commission National nel 1792, Carrier fu inviato a Nantes per fronteggiare l’insurrezione vandeana. Tra il novembre 1793 ed il gennaio 1794 eliminò sommariamente oltre quattromila prigionieri facendoli caricare legati mani e piedi su imbarcazioni minate che saltavano in aria durante la navigazione sulla Loira. Il crudele sistema fu definito, appunto, noyades, annegamenti. Richiamato a Parigi, Carrier fu catturato nei giorni del Termidoro e, processato, fu condannato per assassinio di massa e ghigliottinato. Nell’opera la figura di Carrier è rappresentata dall’Orco, vera anima nera della trama.
“Il piccolo Marat” è un’opera di straordinaria vitalità che nelle parole stesse di Mascagni “non canta, ma urla, urla, urla” e che si trova di diritto, per vincoli cronologici, all’inizio dell’espressionismo. I concetti di “bello” musicale sono superati in favore di una denuncia del disagio, della oppressione, del terrore. Visione alla quale per molti aspetti non si sottrae il libretto di Forzano, tuttavia con la denunciabile menda di un eccessivo “mélo”. Certo non è però superato l’incessante armonizzare della musica mascagnana che dona a quest’opera momenti di straordinaria forza trainante ed oasi liriche di bellezza a nostro avviso innegabile. Parliamo della preghiera dei prigionieri che apre l’opera, del famoso duetto del secondo atto, dello stupendo finale con l’anelito di libertà dato dal sorgere della luce dopo una cupa notte, mentre sul mare una barca passa all’orizzonte, evidente simbologia di notte-morte, luce-vita, mare-libertà.
Mettere in scena “Il piccolo Marat” oggi rappresenta un atto di coraggio, non di meno urgente per quella riposizione della musica di Mascagni che Livorno attualmente si propone e che necessariamente passa attraverso gli allestimenti dei lavori più cospicui. Mario Menicagli (foto sopra il titolo) è stato l’anima di questa produzione, non solo per il lavoro di direzione d’orchestra e di concertazione alla guida dell’Orchestra della Toscana, ma anche e soprattutto per una serie di scelte artistiche che hanno collocato tutta la produzione su un livello qualitivo piuttosto alto.
Livello raggiunto anche attraverso l’impostazione registica asciutta di Sarah Schinasi (scene e costumi William Orlandi, assistente ai costumi Maria Vittoria Benedetti, luci Christian Rivero) tutta tesa ad evidenziare la caligine di terrore che caratterizza l’opera ed un ottimo cast. Molto bene il tenore Samuele Simoncini che ha risolto senza tentennamenti la parte del protagonista, a tratti veramente impervia e sempre oscillante fra eroismo e sentimentalismo, mettendo in campo un’ottima voce, sicura nel registro acuto, piacevole nel timbro e capace di variazioni espressive. Molto bene anche il soprano Valentina Boi, che giocava in casa da buona livornese, pure animata da ottimi propositi interpretativi ben risolti dal lato vocale. Andrea Silvestrelli ha dispiegato tutta la sua esperienza e la sua professionalità mettendole al servizio dell’autotevezza, delle capacità declamatorie, della protervia dell’Orco, vero protagonista negativo dell’opera. Alberto Mastromarino ha tratteggiato con la caldissima umanità che gli è propria la tragica figura del Carpentiere, personaggio storicamente affidato a grandissimi caratteristi quali Ernesto Badini, Afro Poli e Guido Mazzini. A lui va anche un particolare encomio per aver affrontato la serata anche se colpito da una seria indisposizione. Stefano Marchisio ha sostenuto la parte del Soldato, anch’essa legata a titanici interpreti quali Benvenuto Franci e Giangiacomo Guelfi, a petto in fuori, andando incontro al vibrante declamato della parte con entusiasmo giovanile. A questo punto dovremmo aprire un capitolo a parte per analizzare la prestazione del coro (M.o Maurizio Preziosi) che molto spesso in quest’opera ha la voce del popolo e valenza di protagonista, e dei vari “cammei” che caratterizzano e talvolta – pensiamo in questo caso alla malinconica voce di tenore che si ode lungo le rive della Loira nel primo atto, “manca il pane primidi” – impreziosiscono la partitura. Accomuniamo tutti in un cordiale elogio, partendo dal prezioso Carlo Morini (Il Capitano dei Marats), Marco Mustaro (Una voce lontana), Alessandro Martinello, Michele Pierleoni, Pedro Carrillo (La Spia, Il Ladro, La Tigre), Luis Javier Jiménez García (Un portatore d’ordini), Paolo Morelli (Il Vescovo) e la brava Silvia Pantani (La Mamma).
Al termine dieci minuti di applausi calorosissimi.

2 comments

  • Questa recensione di Fulvio Venturi è la chiave per comprendere interamente quest’ opera geniale di Pietro Mascagni, scritta piu´di trenta anni dopo Cavalleria Rusticana.
    Per i livornesi di oggi e la più gran parte del pubblico internazionale è un’ opera sconosciuta. Oggi ‘ il Marat ‘ è più conosciuta all’estero che in Italia e a Livorno.
    Livorno che dovrebbe essere il tempio dell’arte mascagniana e con il livello delle sue produzioni mostrare la strada mascagniana ai teatri, grandi e piccoli, del mondo. Quando l’opera fu eseguita al Teatro Goldoni nel 1961 diretta da Oliviero de’ Fabritiis con Nicola Rossi Lemeni, Virginia Zeani, Umberto Borsó (protagonista ) Rinaldo Rola, Afro Poli e altri valorosi interpreti l’opera destò sensazione e fanatismo e il duetto d’amore doveva essere bissato a furor di popolo. Nei venti primi anni del dopoguerra l’ opera poteva ancora definirsi popolare poichè ancora nel 1966 l’opera fu eseguita con successo al Teatro Mercadante di Cerignola – ove Mascagni aveva vissuto e scritto la Cavalleria – con Andrea Mongelli ( L’ Orco) Irma Capece Minutolo ( ottima e vigorosa Mariella ) Umberto Borsò ( protagonista ) Silvano Verlinghieri ( il Soldato ) e nuovamente Afro Poli il Carpentiere ) con direttore Giuseppe Luisi. Sempre con grande successo e senza dover parlare di riesumazioni o opera sconosciuta.
    Ció avenne anche sia in minor misura nel 1979 quando l’opera fu diretta al Livornese Teatro La Gran Guardia con il direttore che ora viene giustamente commemorato, Antonio Bachelli con Pauliuc Titus ( L’Orco) Rita Lantieri ( Mariella) Angelo Mori ( protagonista) Giangiacomo Guelfi ( il Soldato) e l’intramontabile Afro Poli sempre nella parte parte più tragica dell’opera, quella del Carpentiere, e altri valorosi parti di fianco. E anche allora il successo fu memorabile e nessuno considerò il Marat un’ opera sconosciuta o dimenticata poichè Mascagni e le sue opere facevano ancora parte della memoria collettiva livornese. I ” vecchi ” afacionados ” erano ancora in vita : canticchiavano e trasmettevano ancora i titoli e le melodie mascagnane. L’opera fu ancora eseguita a Livorno nel 1989 nel bicentenario della rivoluzione francese con Giancarlo Boldrini ( L’Orco) Regina De Ventura ( Mariella) Jesus Pinto ( protagonista) Marco Chingara ( il Soldato) e Maurizio Piccone ( il Carpentieri ) direttore Mauro Ceccanti. Ma l’effetto non era più lo stesso, anche se l’opera fu portata in disco dalla FONÈ, come gia l’edizione del 1961. La tradizione stava scomparendo. Da allora sono trascorsi 32 anni e quasi nessuno delle nuove generazioni conosce ancora quest’opera anche se esistono almeno quatro edizioni dell’opera in CD. Chi le ascolta? O meglio, perchè non vengono ascoltati? Un’opera così grande, solidamente costruita e forte teatralmente e musicalmente. Ora il pubblico livornese ascolta l’opera per la prima volta e non conoscendo che Cavalleria non riconoscono più il loro Mascagni.
    Per la verità bisogna dire che per fare bene e apprezzare appieno le opere di Mascagni occorrono voci, cori, orchestre all’altezza della situazione. Mascagni, dopo Cavalleria Rusticana celebre nel mondo intero, scriveva le sue opere per le possibilità dei grandi teatri e per le grandi voci del suo tempo. Mascagni non ammette mezze misure e richiede il massimo delle forze esecutive. Ne consegue che se non è possibile fare BENE le sue opere, meglio lasciarle dove sono, negli scaffali degli editori.
    Anche questa è una verità che bisogna dire, Mascagni non è ” passe -partout ” come il giovane Verdi, come Tosca o Bohème. Le sue melodie non colpiscono immediatamente l’orecchio come quelle di Verdi o Puccini. Ma una volta assimilati danno più intima e duratore soddisfazione. Le opere di Mascagni richiedono uno lieve sforzo dall”uditorio.
    Questo è certamente il caso con il piccolo Marat che è un’opera che bisogna imparare ad amare, di preferenza con il libretto in mano per capirla bene. Un semplice riassunto non basta. Proprio per questo deploro che non ci sono che due recite per riproporre e fare conoscere bene un autentico capolavoro che i nostri nonni e genitori hanno applaudito con frenetico entusiasmo. E con ragione! Poichè è un dramma umano che fortunatamente finisce bene : con la vittoria del bene sul male, la salvezza, e l’avvenire pieno di raggiante speranze.

    Questi sono naturalmente tempi diificili per noi tutti e per l’arte. L’iniziativa livornese merita dunque ogni elogio per il serio e il coraggio dimostrato nel mettere in cartellone l’opera mascagniana centenaria in questa solenne occasione. E sola, fuori di ogni co-produzione. Ci vuol coraggio da tutti per arrivare in porto vittoriosi con una simile produzione. Ma la soddisfazione ne deve essere immensa! Bravi! Personalmente, da fido di Mascagni e con la mia predilezione per Il Piccolo Marat che amo da più di mezzo secolo, mi congratulo vivamente con ogni contribuente a questa grande intrapresa. E ben che non ho finora avuto l’occasione di ascoltarla spero che ci verrà data l’occasione di vederla o ascoltarla ben presto sia in streaming, sia in disco o in DVD. Il gesto era naturalmente doveroso per la città di Mascagni dopo tanto tempo. Non può accadere che un’opera di Mascagni diventa opera sconosciuta a Livorno. La sua città ha il sacro dovere di portare avanti la causa mascagniana, poichè causa giusta, artisticamente, musicalmente e teatralmente valida e mille volte giustificata. Eseguire regolarmente le sue opere è una necessità assoluta per il livello culturale della città che è l’unica in Italia a possedere come figlio un’artista di fama mondiale come Mascagni. Il mondo aspetta la musica di Mascagni da Livorno. E se non ci sono i fondi per una ( costosa) produzione teatrale, basta dare le opere in forma economica, dunque in forma di concerto con una efficace presentazione del lavoro. Sarà un’ottima preparazione per recite teatrali in avvenire.
    Mentre scrivo questi righi l’opera si rappresenta nuovamente nel magnifico teatro Goldoni, orgoglio della città. Quanto vorrei trovarmi colà e assistere per una volta sola in vita mia all’opera mia prediletta di Mascagni. Ma dovrò contentarmi di un’ascolto audio, streaming o DVD.
    E fidandomi a questa splendida e equilibratissima recensione di Fulvio Venturi, mi fido di lui e il suo sano giudizio congratulandomi con il valoroso maestro Menecagli, i bravi solisti e i cori del teatro Godoni e tutti gli altri contribuenti a questo spettacolo centenario dell ‘incomparabile opera di Mascagni : il piccolo Marat.
    L’opera che per più di mezzo secolo mi ha dato forza e coraggio per superare le difficoltà della vita.
    E non è un magro merito questo!

    Hilaire De Slagmeulder.

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