Il 9 maggio al Teatro Filarmonico il debutto di “Zanetto” di Pietro Mascagni, nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona. La regia è di Alessio Pizzech, che a Livorno firma per la stagione estiva del Goldoni l’opera tango di Piazzolla “Maria de Buenos Aires (il 25 giugno in Fortezza Vecchia)

Ritorno alla regia per il maestro Alessio Pizzech che questa volta affronta Zanetto, opera lirica in un atto di Pietro Mascagni su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, legato al testo teatrale “Le Passant” di Francois Coppée, messa in scena per la prima volta al Liceo musicale Rossini di Pesaro il 2 marzo 1896, sei anni dopo Cavalleria Rusticana, titolo che impose il musicista livornese come la più grande promessa musicale del suo tempo assieme a Puccini. (Sopra il titolo: il regista Alessio Pizzech, ph. Barbara Rigon).
 
Opera rappresentata assai di rado e per la prima volta al Filarmonico, Zanetto è un nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona, al debutto il 9 maggio 2021. Lambientazione rinascimentale nella quale si dipana la vicenda del giovane poeta e cantore Zanetto e della cortigiana Silvia è messa in scena da Alessio Pizzech, con la direzione di Valerio Galli, le scene di Michele Olcese, i costumi di Silvia Bonetti e le luci di Paolo Mazzon. In scena il mezzosoprano Asude Karayavuz nel ruolo del titolo e il soprano Donata D’Annunzio Lombardi in quello di Silvia. 
L’opera sarà preceduta da una coeva antologia verista, con alcuni preludi e intermezzi dello stesso Mascagni, di Francesco Cilea e di Alfredo Catalani.
Repliche: 11, 13, 16 maggio 2021.
Ma l’estate del regista labronico Pizzech si arricchisce anche di altri appuntamenti, fra cui uno anche nella sua Livorno. Eccoli:
25 giugno 2021 – Fortezza Vecchia, stagione estiva del Teatro Goldoni
“Maria de Buenos Aires”, opera tango di Astor Piazzolla 
 
6-7 luglio 2021 – Napoli Teatro Festival
Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf con Marianella Bargilli

A proposito di Zanetto di Pietro Mascagni

Note di regia di Alessio Pizzech

Nuovamente metto su carta i miei pensieri sull’opera “Zanetto” di Pietro Mascagni dopo l’edizione nel 2015 al Teatro Goldoni di Livorno. Nel progettare questa nuova edizione per Fondazione Arena di Verona ho l’opportunità di ripensare a un progetto creativo che si nutre di una prospettiva culturale di matrice europea dentro cui da sempre, ho ascritto Mascagni.

In tal senso mi pare importante affermare che il compositore livornese assorbe più o meno consapevolmente e sperimenta tutta una serie di stimoli culturali provenienti dalle avanguardie d’Oltralpe che dominano lo scenario del Vecchio Continente tra fine Ottocento e Seconda Guerra Mondiale. 

La visione di un Mascagni rinchiuso in un bozzettismo di maniera e per alcuni versi provinciale, mi pare inadeguata rispetto a un’esperienza creativa che con tutti i suoi limiti, lo rende un compositore curioso e coraggioso nel mettersi alla prova. 

Nell’affrontare il mondo di “Cavalleria Rusticana”, di cui ho curato diverse edizioni, il faro è stato il mondo espressionista tedesco, quella tensione oltre il corpo e il suono così come nell’edizione di “Amica” che curai per il Festival di Martina Franca: qui mi trovai davanti a quella sorta di trasfigurazione di una tragedia antica dalle matrici culturali di aria mitteleuropea. 

In questa edizione di “Zanetto” è la Francia del mondo del Parnassianesimo, della sensibilità decadentista che approda al Liberty per poi arrivare al Surrealismo: questi i motivi di ispirazione creativa, legati al testo teatrale “Le Passant” di Francois Copée, ridotto e riadattato a libretto da Giovanni Targioni Tozzetti e Guido Menasci.

È questo mondo francese estetizzante lo sfondo dell’incontro tra Zanetto e Silvia, quasi un faccia a faccia fra due metà, fra due anime dello stesso personaggio ma anche tra due opposti: l’innocenza perduta incarnata da Zanetto e un universo pericoloso e “sbagliato” a cui dà corpo la figura di Silvia. 

Un parlarsi e agire tra i due che è attrazione fatale, riconoscimento di sé stessi nell’altro ed esplorazione di una dimensione onirica, nascosta, quasi perversa, in cui il desiderio e la passione sopita celano l’identità di questi due personaggi emersi da un altrove.

In questa edizione ho pensato che Silvia è donna bellissima avvenente e la vediamo abbandonata quasi violentemente in un letto della sua elegante camera, stanza di sessualità, di passioni fisiche dove un uomo bellissimo la affronta in un corpo a corpo. Dopo una notte di amplessi, la lascia lì e il suo vuoto, il suo sentirsi sbagliata affiorano nuovamente da una lontana memoria incisa sulla pelle. La sua solitudine di donna fatale, portatrice di sessualità ed errore, riemerge in lei, la rende pazza, rode i suoi pensieri.

Emerge così dal nulla, o meglio dall’abisso della mente di lei, uno spazio lunare, un luogo metafisico, un giardino, una sorta di natura morta percorsa dalla voce di Zanetto, creatura che passa nei pensieri di Silvia.

La voce popola il logo scenico e da uno spazio concreto, reale si apre una nuova dimensione: dove cielo e luna e fiori in abbondanza restituiscono un quadro liberty che è palcoscenico del dialogo tra i due.

Un tempo e uno spazio sospeso in una dimensione immaginativa che cela le identità vere, crea un gioco misterioso di equivoci. In un giardino dove i due personaggi si rincorrono, proprio come se fossero due parti dello stesso sogno, come se Zanetto fosse partorito dall’immaginazione perturbata di Silvia ma anche come se potesse essere il contrario. 

Davvero sarebbe interessante che questa domanda, chi ha generato chi, fosse l’ambiguità che ci avvicina a questo piccolo gioiello sperimentale di Mascagni in cui le dimensioni storiche, i tempi si sovrappongono e resta la certezza che quel mondo sano e sincero di Zanetto, quella sua purezza è qualcosa che la donna mascagnana ha perso per sempre.

Una sorta di dannazione del femminile che troveremo nelle grandi eroine del teatro musicale del Novecento. Quasi che la donna, fuori dal palcoscenico della vita sociale, trovasse solo nella finzione teatrale un riscatto dove la sua diversità viene raccontata, vissuta: dove la carica erotica di cui lei è portatrice abbatte regole sociali e costruisce nuove gerarchie di valori producendo scandalo.

Silvia come tutte le donne in Mascagni si ritrova sola, isolata, alle prese col suo pensiero, con la sua potenzialità di donna, con la sua sessualità, con i suoi inferni ed esaltazioni paradisiache, alla ricerca di una redenzione che non troverà mai risposta se non nella morte.

Inferni al femminile che aprono ai grandi dolori del Novecento, alla violenza che da lì a qualche decennio avrebbe insanguinato le terre d’Europa, spazzando via l’ottimismo che aveva segnato il passaggio tra cultura ottocentesca e novecentesca, metafora di un tempo che stava rapidamente cambiando e che declinava verso il sangue. In questa visione il sentimento dell’amore perde i toni rassicuranti della cultura post romantica, avvertendo cosi i contrasti e le inquietudini che domineranno la scena teatrale e storica del Secolo Breve.

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