Gemma Bellincioni dietro le quinte (parte seconda): la sua Salome dopo tanti trionfi e qualche caduta. Un articolo di Fulvio Venturi con fotogallery

Concerti e Lirica

Ecco la seconda parte e ultima parte dell’articolo del critico e autore Fulvio Venturi, dedicato alla cantante Gemma Bellincioni.

di FULVIO VENTURI

A Genova, in un mattino d’aprile del 1897, il cuore di Roberto Stagno, fiaccato dalla nefrite, cessò di battere. Con l’ultima volontà il grande tenore dispose che il suo corpo fosse traslato sul Colle di Montenero, per riposare vicino a Villa Bianca. L’anno successivo, Gemma Bellincioni, tenendo fede ad una promessa di chi non era più, si fece anche scopritrice di talenti.

Mancava un tenore che fosse stato anche grande interprete. Neanche Fernando De Lucia aveva voluto esporsi al confronto con Roberto Stagno, il quale aveva promesso ad Umberto Giordano di creare il personaggio di Loris Ipanoff alla prima rappresentazione assoluta di Fedora ancor prima che l’opera fosse terminata. Per colmare il vuoto carismatico lasciato dalla dipartita del compagno, Gemma Bellincioni suggerì all’autore l’utilizzo di Enrico Caruso, che aveva sentito cantare in “Pagliacci” al Politeama livornese. Ed ebbe ragione, anche se, quando Fedora andò in scena, fu ammirato soprattutto Caruso, che offuscò parzialmente la sua prova.

Il teatro non ha riguardi neppure per le belle signore e, proprio al riguardo di “Fedora”, la sua interpretazione fu in breve soppiantata da una giovane artista fiorentina dotata di un clamoroso sex-appeal, Lina Cavalieri. Ma Gemma Bellincioni era un’artista che sapeva incassare i colpi e non solo i musicisti italiani, o d’area italiana la volevano. Dopo essere stata protagonista nella prima rappresentazione italiana dell’opera Ami Robsart di Isidore de Lara, fu chiamata da questo musicista a Montecarlo per la creazione di Moïna che, forse per i valori intrinsechi alla partitura, forse per il battage si formò per l’occasione, ebbe ottima accoglienza. E dopo de Lara, anche Massenet affidò alla Bellincioni – che già interpretava Manon da par suo – un personaggio nuovo ed assai interessante, quello della fascinosa modella Sapho. Le physique du rôle – celebre quanto le creazioni artistiche – aiutò Gemma Bellincioni anche in “Zanetto”, il menestrello mascagnano, che recò alla sua cantatrice successi brucianti. E bisogna dire che in quest’opera la Bellincioni duellava nell’immaginario degli appassionati con il fulgente ricordo di Sarah Bernhardt che aveva interpretato il personaggio del giovane girovago sulle scene parigine una ventina di anni prima, declamando i versi parnassiani di “Le passant” di Francois Coppée.

Affermare che Gemma Bellincioni, oltre ad essere stata la vibrante interprete che tutti conoscevano, sia stata anche una grandissima cantante è forse troppo. È sicuro che la voce mancava di potenza, che l’adeguamento stilistico risentì del tempo in cui visse e non fu assoluto; il lascito discografico, inoltre, è esiguo e non lascia divinare sulla valenza tecnica, che comunque sembra normale. È tuttavia certo che le sue interpretazioni avevano qualcosa di diverso, erano intense e mai volgari, totali senza perdere l’à plomb; l’artefice aveva statura da grande trageda, non da “disperata” del verismo.
Una flessione accusata verso la fine del 1904, dopo aver preso parte alla prima assoluta della “Cabrera” di Dupont al Lirico di Milano, lasciò debole traccia in quanto Gemma Bellincioni, l’anno successivo, tornò alle scene dapprima con una Traviata trionfale sulla scena del Politeama nell’amica Firenze, quindi affrontando una serie formidabile d’opere nuove per lei, ed impensate per la sua voce, composta da “Thaïs,” “Iris” e “Tosca”. Poi preparò da grande prima donna un finale a sensazione, facendosi carico della diffusione in Italia della Salome straussiana. Sembra che durante le prove Richard Strauss, informato sulla volontà della Bellincioni di voler essere “doppiata” d’una ballerina durante la danza dei sette veli, abbia domandato alla cantante con il consueto suo ironico distacco se credeva di poter sostenere di seguito il faticoso “monologo della testa”. Gemma Bellincioni rispose che ci avrebbe provato. Tanto provò che ci riuscì, e fu un trionfo, poiché quella Salome che cantava e danzava fu acclamata non solo dai pubblici italiani ed europei, ma anche da quelli d’oltremare. Per quanto fosse presa dal vortice di Salome, che portò sulla scena fino all’epocale ritiro dalle scene, avvenuto a Parigi nel 1911, Gemma Bellincioni non dimenticò i vecchi amici e nel 1907 tenne a battesimo insieme a De Lucia la delicata, malinconica “Marcella” di Umberto Giordano.
La sete di rinnovamento che aveva caratterizzato l’excursus di Gemma Bellincioni non si placò con il ritiro dalla scena lirica. Intuite le possibilità di una nuova arte, fondò una casa cinematografica, la Gemma film, dove girò pellicole da prim’attrice, affidando altri ruoli ora alla figlia Bianca, ora ad antichi colleghi di palcoscenico come Mattia Battistini o Carmen Melis. Alla proiezione dei suoi film, talvolta, si piazzava dietro lo schermo e cantava, se l’azione lo richiedeva. Non andò bene e ci rimise anche molti soldi; fu così che decise di tornare al melodramma, forse per ritentare la fortuna. Andò in Olanda dove tra il 1923 ed il 1924 interpretò “Cavalleria”, “Tosca” e “Carmen”, ma non fece storia.

A Napoli, in un mattino d’aprile del 1950, Gemma Bellincioni morì. Erano trascorsi cinquantatré anni dalla morte dell’uomo amato, erano morti Mascagni, Giordano, De Lara, Samaras, Smareglia, Strauss, erano passate due guerre mondiali, forse si era consumata anche la sua ricchezza. Sui giornali, solo brevi trafiletti. Volle essere tumulata accanto a Roberto Stagno, sul Colle di Montenero. Così ebbe termine l’esistenza di Gemma Bellincioni, una cantante storica che non vinse sempre, ma che fu sincera anche con l’amore.

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