Firenze, bis del finale di “Falstaff” grazie alle note verdiane; alla direzione nitida, precisa ed elegante di Sir John Eliot Gardiner; ai cantanti e al Coro del Maggio. Prestazione ammirevole di Nicola Alaimo. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI

In cinquanta e più anni di teatro mai mi era capitato di assistere al “bis” del finale di un’opera come avviene in questo “Falstaff” fiorentino. Oltre alla meraviglia del brano, che dobbiamo a Giuseppe Verdi, il merito è di Sir John Eliot Gardiner, la cui direzione nitida, precisa, elegante trova qui l’apoteosi, dei cantanti che qui si producono in passaggi di altissimo livello musicale, del Coro del Maggio magnificamente istruito da Lorenzo Fratini e dell’Orchestra in stato di grazia. Tripudio, entusiasmo del pubblico sia per l’esecuzione che per l’opera, ancora stupefacente e bella come se fosse stata udita per la prima volta.

Per la verità tanto nitore, tanta eleganza e tanta precisione nel corso dell’opera mi avevano qua e là distratto, come se in fondo la capacità di analisi e la cura del particolare che il maestro Gardiner ha evidenziato finissero per rallentare l’azione e sottrarre qualcosa alla teatralità di “Falstaff”, producendo sempre momenti di livello notevole, che tuttavia tendevano a sezionare una partitura che ha nel flusso continuo una caratteristica irrinunciabile. E’ però anche vero che la levità e la finezza con le quali alcuni passi sono stati resi non li dimenticheremo, valga per tutti quel magnifico terzo atto con la riflessione cosmica di Falstaff che raggiunge una forza orchestrale da sconvolgimento tellurico, il lunare timbro del sonetto di Fenton, l’aereo tessuto del canto delle fate ed il prodigioso fugato finale. Poi la capacità del direttore di guidare la compagnia di canto come se fosse una sola voce, pur mantenendo e persino evidenziando la connotazione di ogni singolo interprete.

Ed è così che il protagonista Falstaff svetta come deve svettare anche grazie ad una prestazione del tutto ammirevole di Nicola Alaimo il quale canta, si muove e recita con la morbidezza di un cantante di grazia e l’agilità di un ballerino, quando invece è un baritono, e che baritono. Ammiriamo in lui la pastosità del timbro, che richiama quella di Giuseppe Taddei e la capacità di variare, sfumare, declamare pur cantando. Alle note piene, risonanti, lanciate della sortita, del duetto con Ford, del terzo atto, fa eco la vaporosità, la capacità di produrre il suono legato-staccato nelle imitazioni madrigalesche del secondo atto. Il suo “Alfin t’ho colto, raggiante fior” è un vero pezzo di bravura e niente, proprio niente, nella sua interpretazione è risolto se non sul filo della musica.

Il resto della compagnia è composto dal Ford cupo di Simone Piazzola, dal Fenton evanescente di Matthew Swensen, dal Dottor Cajus fin troppo puntuto di Christian Collia e dai bravissimi Antonio Garés e Gianluca Buratto, Bardolfo e Pistola. Pesi leggeri nel quartetto femminile dove una maggiore opulenza vocale non avrebbe guastato. Ailyn Pérez è un’Alice precisa che però trova i momenti migliori nel concertato finale; altrettanta precisione abbiamo riscontrato nella Quickly di Sara Mingardo senza magari quel sacro fuoco verdiano; Francesca Boncompagni è una Nannetta caratterizzata da suoni certamente politi, ma anche fissi, mentre Caterina Piva era a proprio agio nei panni di Meg. Tutti però hanno innalzato il livello qualitativo della prestazione generale con quella splendida esecuzione del fugato finale.

Bellissimi i costumi di Kevin Pollard intonati al Seicento shakespeariano che si univano alla perfezione con le essenziali scene di Julian Crouch, ottime le luci di Alex Brox e funzionali i video di Josh Higgason, ma la regia di Sven-Eric Bechtolf, improntata al facile riso senza spazio per l’introspezione (“Mondo ladro”, ad esempio, per cosa ci sarà, se non per quello?) non ci ha convinto.
Di coro e orchestra ho già detto: difficile poter fare meglio, complimenti. Ottima anche la compagnia dei figuranti speciali.
Successo entusiastico.

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