FESTIVAL PUCCINI 2020. Tosca, Gianni Schicchi e Butterfly per “La voce della Luna”, il monologo di Stefano Massini che a Torre del Lago ha messo in campo verve, resistenza e capacità di affabulazione. Con intermezzi dell’ORT e di un cast lirico. La recensione di Fulvio Venturi

Lucca, Musica, Versilia

di FULVIO VENTURI

Il nuovo corso del Festival Puccini sotto la direzione artistica di Giorgio Battistelli sembra essere quello delle lunghe prolusioni.

Come già era avvenuto per l’inaugurale “Gianni Schicchi”, prima dell’inizio una presentatrice intrattiene il pubblico invitato a prendere posto in sala per tempo in rispetto alle regole di sicurezza del distanziamento sociale con fatti del vissuto di Puccini soprattutto in rapporto al luogo ed al lago, poi il direttore artistico stesso prende la parola per illustrare brevemente la serata. E forse questo sarà il cliché dell’intera stagione.

In questo caso Giorgio Battistelli ha introdotto Stefano Massini, che poi si sarebbe prodotto nel monologo “La voce della Luna”, con lusinghiere parole, che hanno definito il protagonista della serata come miglior drammaturgo italiano d’oggi e hanno anticipato il successo finale.

E in effetti Massini ha messo in campo verve, resistenza e capacità d’affabulazione.

L’argomento del monologo s’incentrava sulle tre opere quest’anno in programma al Festival: “Tosca”, “Gianni Schicchi” e “Madama Butterfly”. La loro genesi, o meglio le ragioni della loro genesi, fatti e personaggi alla loro storia inerenti.
È stato piacevole riascoltare la storia di Victorien Sardou, autore della famosa pièce teatrale che si trova nell’etimo di “Tosca”, drammaturgo quasi per caso dopo una gelata che seccò gli olivi di famiglia riducendo i suoi genitori sul lastrico, oppure sentire evocata la figura di Hariclea Darclée, creatrice non solo di questa opera pucciniana, ma anche di “Iris” e della “Wally”, poi finita in miseria per un rovescio di fortuna. Infatti la fortuna, intesa come caso vitale, ha caratterizzato questa parte della narrazione di Massini, che ha iniziato la serata con la parabola cinese del cavallo indesiderato che diventerà il fattore primo della ricchezza dell’uomo che lo riceve in dono e del suo figlio.

Ogni sezione del racconto di Massini era interrotta dagli interventi dell’Orchestra della Toscana che sotto la direzione di Alberto Veronesi e la partecipazione del baritono “ospite” Devid Cecconi, nonché dei solisti Katerina Kotsou, soprano, Ragaa El Din, tenore e Raffaele Raffio, baritono, ha eseguito brani delle tre opere in argomento. Da rilevare che forse per la prima volta in una serata dedicata a Giacomo Puccini accanto alla figura del musicista lucchese siano emersi personaggi come Pietro Mascagni, Ruggero Leoncavallo, Alberto Franchetti e, più ovviamente, Arturo Toscanini, nella configurazione di un panorama culturale di straordinaria vivezza come quello italiano della fine dell’Ottocento. Più convenzionale è parsa l’analisi genetica di “Gianni Schicchi” e riguardo “Madama Butterfly” ha sorpreso la tesi sostenuta da Massini secondo la quale eventi storici come la rivolta dei Boxers in Cina e il matrimonio di Vittorio Emanuele di Savoia con Elena del Montegro (alla quale Giacomo Puccini dedicò la stessa “Butterfly”) sarebbero stati più decisivi del coté orientalista marcatamente rilevabile allora in Europa nella filiazione dell’opera.

La serata si è conclusa con un quasi fuori programma dato dal melologo costituito dalla trama del “Compleanno dell’Infanta”, lancinante novella del miglior Oscar Wilde, sulle malinconiche note dei “Crisantemi” pucciniani. Il nesso di questo finale risiedeva nell’aver Giacomo Puccini ipotizzato un altro lavoro di Wilde, “A florentine tragedy”, come plot di una sua opera mai realizzata. Senza però dire che “Il compleanno dell’Infanta” è diventato l’argomento di un’opera-capolavoro di Alexander von Zemlinsky con il titolo “Der Zwerg” (Il nano).

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