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FESTIVAL PUCCINI 2019 / 4. L’ardore dell’ORT, gli applausi a Veronesi. “La Fanciulla del West” giunge alla meta puntando sulla compagine corale. Con un’intervista di Fulvio Venturi al professor Marco Marchi

Concerti e Lirica, Versilia
di FULVIO VENTURI
Esistono due modi per mettere in scena La Fanciulla del West. Il primo è quello di puntare sul trio Minnie-Johnson-Rance, qualora si disponga degli interpreti adatti. Il secondo, dal momento in cui quest’opera è decisamente d’assieme, è quello di giungere alla meta facendo affidamento su un buon gruppo di cantanti di fianco e su una efficace compagine corale. Per questa produzione che inaugurava la sessantacinquesima edizione del Festival Puccini di Torre del Lago è stata adottata la seconda opzione.
Festival Puccini 2019- La Fanciulla del WEst foto la Bottega dell’immagine (24) Minnie Maria Guleghina Jack Rance Luca Grassi
Abbiamo così apprezzato globalmente la prova dei minatori e dei “famigli” di Minnie nel cui ambito si è messo in evidenza il Nick musicale e scenicamente solerte di Fabio Serani, il Sonora cordiale e vocalmente presente di Luca Bruno e dove la Wowkle di Annunziata Vestri è parsa un lusso assoluto. Ma faremmo torto a molti altri bravi giovani se non citassimo Alberto Petricca, Trin, Marco Voleri, Harry, Tiziano Barontini, Joe, Andrea de Campo, Larkens, Francesco Lombardi, Bello, Michele Perrella, Happy, Alessandro Ceccarini, Billy Jackrabbit. A loro, insieme con il Coro del Festival, istruito dal maestro Roberto Ardigò, è spettato il compito pienamente assolto di restituire l’idea del capolavoro che le ampie campiture del primo atto e del commovente finale offrono. Bene anche in apertura d’opera il Jack Wallace di Daniele Caputo nonché, nella scena della posta, il Postiglione netto e pulito di Matteo Bagni. Sarebbe stato auspicabile maggior personalitá dall’Ashby di Ivan Marino, dal Sid di Andrea Del Conte e dal Castro di Massimo Schillaci, ma questi sono dettagli.
Festival Puccini 2019- La Fanciulla del WEst @Bottega dell’immagine Minnie Maria Guleghina D Johnson Alejandro Roy (52)
Fra le tre parti più grandi Luca Grassi è stato un Rance funzionale, ma non dotato di quella presenza vocale che contrassegna questo personaggio.
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Lo svettante registro acuto e l’appassionato, incandescente fraseggio del bandito-gentiluomo Dick Johnson costituivano un argomento ricorrente degli appassionati di un tempo. Chi aveva ascoltato Merli nel ‘38, chi Del Monaco nel ‘54, chi Corelli nel ‘57, o Masini nel ‘49 e i ricordi fioccavano. Ok, quei tempi sono passati, ma andiamo avanti.
Alejandro Roy ha messo in campo una voce generosa e abbastanza sicura in alto ancorché non bellissima di timbro, ma anche passaggi da affinare nel canto di conversazione del quale la parte abbonda.
Festival Puccini 2019- La Fanciulla del WEst foto la Bottega dell’immagine Minnie Maria Guleghina (56)
Maria Guleghina ha lottato tutta la sera cercando di far emergere quella dovizia vocale che le era pertinente. Ha trovato i momenti migliori nella partita a poker e in qualche passo del finale, ma spesso è parsa non totalmente a suo agio nella zona centrale e grave della parte.
La regia, le scene e i costumi di Renzo Giacchieri avranno senz’altro soddisfatto i fautori della tradizione, persino in quei dettagli assai leziosi cui la recitazione di Minnie è stata relegata.
L’Orchestra della Toscana si è applicata con ardore nell’esecuzione della partitura magnifica della Fanciulla che pure non appartiene al repertorio suo più naturale dispiegando qualche raffinatezza nei frequenti “a solo”, sotto la guida di Alberto Veronesi salutato dai vibranti applausi di una parte del pubblico al suo apparire sul podio all‘inizio del terzo atto. (*)
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IN FOYER / L’INTERVISTA AL PROFESSOR MARCO MARCHI
Prima dello spettacolo abbiamo incontrato uno spettatore eccellente, il prof. Marco Marchi, già titolare della cattedra di Letteratura Moderna e Contemporanea dell‘Università di Firenze e oggi importante critico letterario. Appassionato del melodramma è giunto a Torre del Lago per assistere alla rappresentazione della Fanciulla del West e ci ha rilasciato questa intervista.
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Caro professore, che cosa raffigura per lei Torre del Lago? È anche lei «rapito» dal luogo pucciniano?
Torre del Lago per me é veramente Torre del Lago Puccini. Sono sempre stato qui nel nome di Puccini, in onore di questo grandissimo musicista, attratto dai luoghi in cui ha vissuto e operato. Uno spettacolo, una visita alla sua casa… È sempre come respirare la sua aria, e anche stavolta è così. Il suo genio qui aleggia dovunque, non solo tra le pareti di quella che fu la sua dimora o nello spazio teatrale del Festival.
La popolarità di Puccini è in continua ascesa e oggi, dopo qualche ostracismo novecentesco, anche la critica ha compiuto la sua rivalutazione sul musicista. Secondo lei a cosa è dovuto tutto ciò?
A un effettivo riconoscimento del valore della sua opera oltre le stagioni e le mode… Diciamo anche oltre i reali provincialismi di chi pensava di snobbare ascoltatori e critici valutati provinciali. E’ un po’ come il caso di Pascoli, poeta che fa benissimo coppia anche in altri sensi con Puccini. Prima Pascoli non era riconosciuto unanimemente come un validissimo rappresentante del nostro simbolismo letterario e un autore di portata internazionale come in effetti é. Il tempo spesso fa riflettere.
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E l’uomo Puccini?
L’uomo Puccini che per me conta è quello che si identifica con la sua opera. É il destino degli artisti vivere lì, in quegli spazi, la propria vera vita. Il resto conta meno, molto meno. Non a caso sono stato autore, e autore convinto, di due “vite scritte”, una dedicata a Tozzi, l’altra a Svevo…
Lei saprà che il Festival Pucciniano ebbe il suo inizio il 24 agosto 1930 con una produzione della Bohème diretta da Pietro Mascagni. È ancora possibile stabilire un parallelismo fra questi due musicisti toscani?
Senza dubbio. Origini toscane a parte, sia Puccini che Mascagni hanno partecipato di una stessa temperie culturale e ambedue, nell’originale diversità delle loro ricerche, hanno creduto nella melodia, in una possibilità squisitamente italiana di rinnovarsi. Certo, rispetto a Puccini Mascagni non può vantare una continuità ispirativa così solida e coerentemente orientata, ma non dimentichiamoci che Mascagni ha scritto capolavori ancora da valorizzare come “Iris” e “Guglielmo Ratcliff” e non solo “Cavalleria”.
Un parere sull’attuale produzione della Fanciulla del West per la quale è espressamente giunto a Torre.
È  un’opera pucciniana il cui valore è a mio parere proporzionale alla possibilità che in genere si ha di vederla rappresentata. Per molti motivi, non ultimo l’impegno davvero notevole richiesto, musicale e canoro, a chi voglia metterla in scena. Stasera vedremo e ascolteremo.
L’opera pucciniana che preferisce.
Al primo posto metto da sempre “Manon Lescaut”, subito dopo, però, c’è  “La Fanciulla del West”.
(*) L’opera “La Fanciulla del West” sarà replicata sul palcoscenico del Gran Teatro all’aperto di Torre del Lago il 26 luglio 2019 nell’ambito del 65° Festival Puccini. 
Le foto pubblicate di “La Fanciulla del West” sono di Bottega dell’Immagine, ad eccezione dell’immagine del professor Marchi e quelle relative alla platea e al palcoscenico del Gran teatro e del Lago.
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