FESTIVAL PUCCINI 2018 / 18. La lunghissima serata del Trittico. Tabarro deludente (salvo le voci femminili), Suor Angelica di livello (Ort e D’Annunzio Lombardi), Gianni Schicchi si affida a De Simone e Formaggia. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

È difficile, oggi, assistere ad una rappresentazione associata delle tre opere di Puccini che sono indicate sotto il nome di Trittico. Il Tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi. Tre atmosfere differenti.

Il Tabarro, la Senna, la Parigi dei “quai”, l’amore, l‘erotismo, il lutto, la tragedia. Ovvero il ritratto di Puccini. Opera fulminante, anticipatoria, quasi cinetografica. E non si pensi al “muto” che già ci starebbe. Ditevi voi se Michele, padrone di barca, cinquantenne, protagonista di quest‘opera, non potrebbe avere la faccia di Jean Gabin. Dunque del “réalisme poétique“ cui la cinematografia moderna, tutta, deve qualcosa.

Suor Angelica, il chiostro monacale, la quiete composta, silenziosa, fontane che s‘indorano nei tramonti di maggio, una madre reclusa, i fiori, la morte.

Gianni Schicchi, il “dugento”, Dante, la speculativa grettezza toscana, la truffa, il sarcasmo.
Tanti cantanti, tanti costumi a farla ricca la produzione, un‘orchestra doviziosa, coro non debordante, ma che in Suor Angelica più ce n‘è, meglio è. (Segue la fotogallery).

Soldi, produzione costosa, e soldi sulla cultura oggi non ce sono e mi pare che neanche ce ne saranno. Poi metteteci il rovello di Puccini che queste tre opere scrisse, riscrisse, fece di esse tre capolavori e mai fu contento.
Insomma, roba difficile, bella e difficile.
Meglio ripiegare su una Bohème, su una Tosca, su una Butterfly. Quelle vengono sempre, se ci si accontenta, il Trittico non si sa.
E allora facciamoci una domanda. Come è venuto questo Trittico?
Rispondo subito.
Il Tabarro non mi è piaciuto. Quasi intimidito di fronte alla fluvialità della partitura il giovane direttore Jacopo Sipari di Pescasseroli, deludente la coppia virile formata dal marito, Michele, e dall’amante, Luigi. Il tenore Vitalji Kovalchuk (Luigi) avrebbe anche un timbro che ricorda i lirico-spinti dei bei tempi andati, ma non la tecnica e la quadratura musicale. Il baritono Estefan Florin (Michele) non dispone delle doti di grande fraseggiatore peculiari del personaggio, né il senso del rimpianto, del tempo che passa, l’amarezza dell’amore perduto che appartengono ad esso e la sua voce è perdipiù usurata. Buona la Giorgetta di Silvana Froli ed eccellente La Frugola di Annunziata Vestri, ma impalpabili le parti di fianco.

Decisamente migliore Suor Angelica, le cui espansioni timbriche sono parse più congeniali a Jacopo Sipari delle tensioni del Tabarro. Il giovane direttore, infatti, ha dato della partitura di Suor Angelica una lettura elegante e raffinata. Una volta si sarebbe definito questi tratti di raffinatezza come “assonanze con la scuola francese” oppure “eco schonberghiane” che tanto mandavano in sollucchero i critici di un tempo. Ma ora che il Novecento si legge con una lente centenaria ci pare che il linguaggio di Puccini, il quale sapeva trasformare il kitsch in finezza, sia originale e basta.
Detto dell’Orchestra della Toscana che in questa Suor Angelica ha firmato una prestazione di alto livello, sia nella cospicua sezione degli archi che in quella dei legni e dei fiati in genere, Donata d’Annunzio Lombardi (nella foto sopra il titolo), dopo averci abituato alla sua finissima Manon ed alla sua bellissima Butterfly, ha dato vita ad un’Angelica quasi predestinata, assorta fin dall’entrare in scena, poi contenuta, compressa, nella lancinante scena del parlatorio, dolcissima, colma d’indugi e d’amore materno nel “Senza mamma” e quindi illuminata dalla luce della grazia nel trapasso finale. In certe alchimie tecniche, come il sol della chiusa emesso a testa riversa, e i do a filo di voce, mi ha ricordato la grande Magda Olivero. Accanto a lei, sempre su livelli d’eccellenza, la Zia Principessa musicale, precisa, concentrata di Annunziata Vestri.

Gianni Schicchi si è avvalso della padronanza e della esperienza di Bruno De Simone nel ruolo del titolo e di un ottimo Danilo Formaggia nei panni di Rinuccio, ma non tutte le parti di fianco erano coperte a dovere.
L’allestimento, funzionale, è dell’Opera di Stato di Budapest e la regia, senza grandi voli, di Ferenc Anger.
Il Coro del Festival, istruito dal maestro Roberto Ardigò, si è fatto valere specie in Suor Angelica, denunciando tuttavia qualche difetto d’à-plomb.
La produzione che ricordava il centenario della prima rappresentazione delle tre opere anticipandolo di qualche mese (Metropolitan di New York, 14 dicembre 1918) è stata dedicata al grande direttore d’orchestra Tullio Serafin a cinquant’anni dalla scomparsa.
Spettacolo troppo lungo che è terminato all‘una e venti, ma la serata torrellaghese era delicatissima.

2 comments

  • Non credo che il recensore sia “disarmante”: Venturi ha espresso la sua (informata) opinione. Anche io ho assistito ad Il Trittico, sabato sera, e mi dispiace di non aver incontrato Fulvio (lo avrei salutato volentieri). La Musica è così: ognuno è libero di vederla (ed ascoltarla) come vuole. A me è parsa una rappresentazione degna di largo plauso, e non ho avuto l’impressione che il direttore Sipari fosse intimidito da Il Tabarro (anche se concordo con Venturi sul fatto che le donne siano state, in quell’opera, migliori degli uomini). Vero è che la serata sia stata lunga (si sapeva, no?), ma per me è ben valsa la pena di fare l’una passata a sentire un capolavoro come Il Trittico che, ohimè, non capita spesso di ascoltare. Ci tornerei oggi stesso!

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