“Don Carlo” a Parma fra sonorità e finezze

Fuori Toscana

di Fulvio Venturi

Ogni volta che “Don Carlo” va in scena si pone la questione musicologica. Quale versione scegliere? L’opera fu composta per Parigi e per essere rappresentata nel 1867 in francese, in cinque atti e con balli secondo il perfetto stile “grand-opéra”. Poi seguirono le versioni in italiano, con rimaneggiamenti e ripensamenti, fin quando Verdi, nel 1884, presentò alla Scala una partitura in quattro atti, eliminando di sana pianta tutto l’atto di Fontainebleau che apriva l’opera. La storia delle versioni di “Don Carlo”, tuttavia, non finì in quel punto, ma ad essa ne seguirono almeno un altro paio, quella di Modena 1886 che ripristinava sia pur non integralmente l’atto eliminato due anni prima alla Scala e quella di Abbado del 1977 che recuperava parti espunte addirittura durante le prove per la prima rappresentazione assoluta del 1867.

Ora bisogna dire che come lo giri, lo giri, “Don Carlo” è un capolavoro e che la versione in quattro atti, che oggi fa arricciare il nasino ai puristi (e anche a noi piace meno perché l’atto di Fontainebleau è pura poesia) è stata comunque quella che ha fatto “camminare” l’opera in teatro per gran parte del Novecento con tutto il positivo che ne è derivato. Orbene, a Parma è stato scelto (al Teatro Regio, in scena dal primo all’11 ottobre 2016, ndr) di dare “Don Carlo” in quattro atti. Se questa opzione sia stata attuata nella piena convinzione, o nel timore che la versione in cinque atti sia troppo lunga, ci interessa fino ad un certo punto e non indaghiamo.farnocchiadoncarlo

Risposte decisamente positive sono invece giunte dalla parte esecutiva del nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma (in coproduzione con Teatro Carlo Felice di Genova, Opera de Tenerife e Teatro Nacional Sao Carlos di Lisbona). Se nell’impianto scenico essenziale di Maurizio Balò, che ha realizzato scene e costumi ispirandosi alla pittura di Velazquez e alla iconografia degli altri pittori spagnoli di corte, la regia di Cesare Lievi è parsa talvolta troppo svelata e artificiosa (i Grandi di Spagna che si prendono a spintoni ad esempio), con scarsa percezione del mistero, Daniel Oren è apparso in gran forma, conferendo alla partitura un serrato ritmo narrativo, robuste sonorità, equilibrata finezza e traendo il meglio da una compagine canora degna di encomio.

José Bros, nei panni del protagonista, è stato un interprete di classe superiore, partecipativo ed elegante, così come Michele Pertusi, un Filippo levigato e morbidissimo. Il baritono Vladimir Stoyanov, Posa, invece, è risultato forse un po’ troppo leggero, anche se composto e senza dubbio nobile. Bene Serena Farnocchia, Elisabetta di Valois, con uno splendido quarto atto e un duetto finale memorabile insieme a Bros. Marianne Cornetti, Eboli, dopo un evidente impaccio nella canzone del velo ha poi dispiegato voce e temperamento fino a cogliere un meritato lungo applauso al termine di “O don fatale”. Ottimo anche il Frate di Simon Lim, il Tebaldo della giovane Lavinia Bini e comunque sufficiente l’Inquisitore di Ievgen Orlov. Il coro del Teatro Regio di Parma (maestro Martino Faggiani) e l’orchestra Filarmonica Arturo Toscanini hanno firmato una prova di sicura affidabilità. Teatro gremito, entusiasmo e catarsi finale.

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