“Don Carlo” a Genova: incisiva la lettura del direttore Galli. Cast canoro non sempre al meglio, bravo il baritono Vassallo. Dedica alla compianta Daniela Dessì

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

In un momento non facile e con grande coraggio il Teatro Carlo Felice ha presentato “Don Carlo” che oltre ad essere uno degli estremi capolavori di Verdi è una delle opere più complesse ed impegnative che siano state composte. L’allestimento è quello che ha visto collaborare l’ente genovese con la Fondazione Teatro Regio di Parma e l’Auditorio de Tenerife “Adán Martin” per la regia di Cesare Lievi (assistente Ivo Guerra) le scene e i costumi di Maurizio Balò (assistente Marianna Carbone), le luci di Andrea Borelli. Poiché lo spettacolo è già stato recensito da noi quando è andato in scena a Parma nello scorso ottobre e la parte visiva è rimasta pressoché immutata, così come le ragioni musicologiche che hanno indirizzato la scelta sulla versione in quattro atti dell’opera, ci concentriamo maggiormente sulla esecuzione musicale, non prima, però di ricordare il carme “Una Corte in lutto”, inserito nel programma di sala, con il quale il regista Cesare Lievi ha dato ala alla sua poetica e alla sua visione di “Don Carlo”.

Valerio Galli ha dato una lettura estremamente lirica e intimistica della partitura. Da qui alcune sospensioni dinamiche, alcune diluizioni timbriche che maggiormente si sono avvertite nella ripresa del duetto dell’amicizia, nei momenti onirici come il deliquio amoroso del protagonista in “io vengo a domandar grazia alla mia regina”, nella morte di Posa e nel duetto finale. Altrove, come nelle grandi scene di assieme, il direttore viareggino è stato incisivo e ha dato sempre l’impressione di avere il polso della situazione così come saldo il rapporto con il palcoscenico. L’orchestra del Carlo Felice, in buona forma, lo ha seguito contribuendo ad una resa intensa, ma anche brillante, ove necessario, della tinta verdiana.salvamento2

Non sempre, invece, la compagine canora è apparsa al meglio. Aquiles Machado, Don Carlo, ha senz’altro dispiegato un fraseggio variegato, partecipe e persino elegante con un timbro vocale ancora molto bello nella zona mediana. Ma la parte a lui affidata è, insieme a quella di Arrigo nei Vespri Siciliani, la più acuta dell’intero repertorio verdiano e in questo senso Machado ha evidenziato difficoltà costanti nell’affrontare il passaggio di registro e la barriera sonora costituita dalle note la bem, la, si bem, si.

Di Svetla Vassileva abbiamo apprezzato l’applicazione costante e l’ardore del temperamento, ma non sempre la tenuta stilistica è stata quella richiesta dal personaggio di Elisabetta di Valois, uno dei più stilizzati e raccolti dell’intera storia del melodramma.

Giovanna Casolla, beniamina di una parte del pubblico, ha dato alla Principessa d’Eboli il consueto apporto di passione e calore, cedendo comunque qualcosa alla linea canora del personaggio.

“Don Carlo”, tuttavia, non sarebbe tale senza l’apporto delle voci gravi maschili e in questo campo le cose sono andate decisamente meglio. Riccardo Zanellato, che debuttava nel personaggio di Filippo II, legato nel nostro ricordo ad interpreti come Boris Christoff, Nicolai Ghiaurov, Cesare Siepi, Bonaldo Giaiotti, Nicolai Ghiuselev, ha usato con equilibrio il suo strumento, raggiungendo l’acme della prestazione nel momento più atteso della serata, ovvero l’ispiratissima aria “Ella giammai m’amò”. Con lui, nello strepitoso duetto “Son io dinanzi al re”, ha cantato molto bene l’altro basso Marco Spotti, forse il migliore interprete del personaggio del Grande Inquisitore fra quelli della nostra lunga carriera teatrale. Di buona qualità anche il Frate di Mariano Buccino.

Abbiamo lasciato per ultimo il baritono Franco Vassallo proprio per sottolineare il valore della sua prestazione come Marchese di Posa: virile, contenuto, ben cantato. Decisamente il migliore del cast. Fra l’altro fa piacere ricordare che Vassallo nell’ottobre 2015 era stato al Carlo Felice un magnifico protagonista di “Simon Boccanegra”. Due ottime voci toscane, anzi livornesi, quelle di Didier Pieri (L’Araldo e Lerma) e Silvia Pantani (Una voce dal cielo) completavano con il Tebaldo di Marika Colasanto e i Deputati fiamminghi di Ricardo Crampton, Ettore Kim, Roberto Maietta, Enrico Marchesini, Daniele Piscopo, Stefano Rinaldi Miliani la distribuzione dei cantanti. Il Coro del Carlo Felice, Franco Sebastiani direttore, ha fornito prova complessivamente buona, anche se migliore nella sezione maschile. Nella scena dell’autodafé, inoltre, dove l’impatto sonoro è importantissimo, la compagine è parso essere stata collocata troppo “en coulisse” rispetto alla platea.

Con lodevole iniziativa, prima dell’inizio, il soprintendente Maurizio Roi ha dedicato lo spettacolo a Daniela Dessì che avrebbe dovuto interpretare il personaggio d’Elisabetta, se non fosse prematuramente scomparsa l’estate scorsa. Era presente Fabio Armiliato, compagno della indimenticabile cantante.
Per tornare allo spettacolo, l’esito finale è stato eccellente con lunghi applausi.

5 comments

Lascia un commento