“Der Ferne Klang” di Franz Schreker torna in scena a Francoforte dopo 74 anni. La nuova produzione firmata da Damiano Michieletto

Fuori Toscana

Torna all’Opera di Francoforte, dove vide la sua prima esecuzione assoluta nel 1912 e dove mancava dal 1945, il capolavoro di Franz Schreker Der ferne Klang (Il suono lontano), in scena a partire da domenica 31 marzo 2019 alle ore 18.00. La nuova produzione è firmata dal regista veneto Damiano Michieletto, al suo debutto nella città sulle rive del Meno. Con lui lo scenografo Paolo Fantin, il costumista Klaus Bruns, e il light designer Alessandro Carletti. I video sono realizzati da Roland Horvath e da Carmen Zimmermann (le foto di scena sono di Barbara Aumüller).

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Damiano Michieletto (ph. Fabio Lovino)

Seconda opera di Schreker, Der ferne Klang è uno dei lavori più significativi del compositore austriaco e del clima culturale degli anni della Secessione viennese. Vi si racconta una storia di decadenza e redenzione dove arte e amore sono realtà inafferrabili, che solo il sogno e il desiderio rendono concrete. Un giovane musicista, Fritz, abbandona l’amata Grete per inseguire il successo e un misterioso “suono lontano” che racchiude la perfezione dell’arte. Soltanto di fronte alla morte capirà la tragica ironia del suo destino: lasciando Grete e respingendola con cinico moralismo quando la incontra in un lussuoso bordello veneziano, Fritz ha perso quel “suono lontano” che riconoscerà solo quando Grete, accorsa al suo capezzale, tenterà di ricongiungersi con lui.

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Il gusto tutto decadente di Schreker per i tormenti dell’inconscio e i colori lividi di una civiltà in decomposizione condannerà all’oblio l’autore – marchiato come “degenerato” dai nazisti nel 1933 – ma influenzerà suoi contemporanei come Zemlinsky e Korngold, di cui il Teatro alla Scala allestirà in primavera un’opera simile per deformazione onirica a Die ferne Klang: Die tote Stadt (La città morta).

Michieletto, nel suo progetto di messa in scena per Der ferne Klang, si è concentrato sul tema della memoria: “Ho immerso la narrazione nella dimensione del ricordo – dice il regista – perché la musica è liquida, sospesa, e descrive una dimensione quasi irreale. L’opera racconta un storia che si svolge nell’arco di un’intera vita, cosa piuttosto rara a teatro. Più frequentemente la narrazione si attiene all’unità di tempo aristotelica, mentre qui i personaggi variano significativamente la loro età anagrafica nel corso dell’opera. Il protagonista è un giovane compositore che ha bisogno di trovare “il suono lontano”, che è per lui come una missione artistica, e che diventa un vero e proprio tarlo. Rinuncerà alla sua storia d’amore per una giovane che diventerà una prostituta e cadrà in disgrazia, mentre lui conoscerà il successo. Alla fine però, vecchio e sull’orlo della follia, la ritroverà: i due si riconosceranno come gli innamorati dell’inizio, ma sarà troppo tardi. Il loro incontro sarà romantico ma anche tragico: non aver vissuto questo amore ha impedito all’artista di essere felice durante tutto il corso della sua vita. Trovando l’amore è come se trovasse quel suono lontano che ha ossessivamente cercato, potrebbe concludere finalmente la sua opera ma il suo tempo è finito”.

L’Orchestra e il Coro dell’Opera di Francoforte sono diretti da Sebastian Weigle. Protagonisti sul palco sono Jennifer Holloway e Ian Koziara nei ruoli di Grete e Fritz. Lo spettacolo è replicato il 6, 13, 19, 26 e 28 aprile, il 4 e l’11 maggio.

La successiva nuova produzione di Damiano Michieletto sarà Alcina di Händel con Cecilia Bartoli nel ruolo del titolo, il 7 e il 9 giugno 2019 al Festival di Pentecoste di Salisburgo.

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