Centenari operistici: il 27 marzo 1917 debuttava “La Rondine” di Giacomo Puccini. Un successo flebile e tormentato, ma il Maestro la portò sempre nel cuore

di FULVIO VENTURI –

Non si può certo dire che Puccini e Mascagni siano stati con le mani in mano durante gli anni della prima guerra mondiale. Nel 2017, infatti, raggiungono il centenario “La Rondine”, “Lodoletta”e “Rapsodia satanica”.

“La Rondine”, che rimane una delle opere meno note di Puccini, anzi, forse la meno diffusa insieme con le due opere della gioventù, “Le Villi” e “Edgar”, fu concepita in origine come operetta comico-sentimentale su commissione del CarlTheater di Vienna. Alla commissione seguì un ricco contratto con gli impresari Berté ed Eisenschitz, presso i quali Puccini era stato introdotto dal barone Angelo Eisner von Eisenhof. Non è un bisticcio, né uno scioglilingua fra il nome di Eisner von Eisenhof, scrittore, amico di Puccini e viveur della Vienna imperiale che comparirà anche fra i personaggi de “Gli ultimi giorni dell’umanità” (“Die Letzen Tagen der Menscheit”) di Karl Kraus, e quello dell’impresario testé citato, Eisenschitz.

Il soggetto della “Schwalbe”, come l’operetta avrebbe dovuto intitolarsi in tedesco (significa rondine), è il seguente: nella Parigi dei Caffè e dei Boulevards cara agli Impressionisti, Magda, amante del ricco banchiere Rambaldo, fugge dalla sua dorata prigione parigina per vivere in Costa Azzurra con un giovane provinciale, Ruggero, nel quale riconosce il vero amore. Ma rapidamente si rende conto di non essere la donna giusta per il giovane e, complice un rinnovato interesse di Rambaldo per lei, decide di tornare a Parigi.

Puccini dette inizio alla composizione nel 1912, poi fu preso da mille pensieri. Gli accordi internazionali fra Italia ed Austria periclitavano, lui era italiano, ma la sua operetta sarebbe stata austriaca. E perché proprio un’operetta quando non ne aveva mai composte? Inoltre era scontento del lavoro dei librettisti viennesi Heinz Reichert e Alfred Willner tanto da richiedere ad Eisner stesso frequenti interventi e cambiamenti di rotta. Con la grande crisi politica del 1914 Puccini risolse. L’operetta non si sarebbe più data a Vienna, ma sarebbe diventata un’opera italiana, pur mantenendo un versante comico accanto al suo consueto coté sentimentale, e il lavoro letterario sarebbe stato compiuto da Giuseppe Adami. Nacque così “La Rondine”, un uccellino che, abbandonato il nido viennese, si mise in volo per trovare ricetto a Monte Carlo. Vicino, dunque, ai luoghi dove il suo terzo atto si ambientava e abbastanza distante da quelli in cui la guerra infuriava tragicamente tragicamente.

Il 27 marzo 1917, presso la Salle Garnier del Principato, sotto la guida di un giovane direttore emergente, Gino Marinuzzi, straordinario, e un cast eccellente formato da Gilda dalla Rizza, Tito Schipa (sarà poi esistito Ruggero migliore? Ne dubitiamo), Ines Maria Ferraris e Carlo Dominici, l’opera andò in scena.

Il successo fu piuttosto flebile e quando “La Rondine” fu presentata in Italia (a Bologna, 5 giugno), l’accoglienza fu ancora più tiepida, se non negativa. E così qualche mese più tardi l’imprimatur milanese al Teatro dal Verme equivalse ad una stroncatura. In questo caso si tentò di addossare le colpe sulla protagonista Maria Farneti, grande e raffinata cantante, che se la prese fino al punto di abbandonare le scene a soli quarant’anni, ma i motivi dell’insuccesso non erano esecutivi.

Per diverse ragioni “La Rondine” aveva volato con un piombo nell’ala, quello era il conquibus.
Non opera, non operetta, lavoro spurio, irrisolto, si disse. Per di più lo spiccato nazionalismo di quei giorni accusò “La Rondine” di essere l’opera “austriaca” di Puccini e di essa si parlò quasi di soppiatto per lungo tempo.

Giudizi negativi che ci sembrano quanto mai riduttivi nei confronti di questa partitura senz’altro tenue, ma fine, delicata, sfumata nel tratteggio delle situazioni e dei personaggi, proprio come un pastello di Manet o di Degas. E malinconica, scritta come il vento scrive con le penne dell’ala, profumata dell’odore di salsedine del mare settembrino, di una valva di tellina racchiusa in una lettera d’amore.

Puccini fu cosciente di tutto ciò e dal modesto accoglimento riservato alla sua creatura ebbe inizio anche il rovello che attanagliò la parte finale della sua esistenza.

In breve tempo compì due revisioni dello spartito, e in un caso modificò anche ampiamente il finale, a nostro avviso senza giovamento, per poi tornare sui suoi passi e risistemare la partitura quasi in modo conforme alla stesura per la versione di Bologna. E con arguzie tutta toscana, quando poi si rese conto che per “La Rondine” era davvero dura conquistare un posto stabile in teatro, ebbe anche a confessare: “Tutte le rondini girano, la mia mi fa girare”.

Ma l’affetto del musicista per questa sua creatura fu autentico. Quando gli parve che l’opera avesse definitivamente interrotto il suo volo, Puccini fece realizzare da un orafo una piccola rondine d’oro e di smalto blu che portò attaccata all’orologio fino alla fine dei suoi giorni. Per lungo tempo “La Rondine” uscì dalle scaffalature di Casa Sonzogno molto raramente. Si ricorda un’altra bella versione monegasca diretta da De Sabata e cantata in francese nel 1925, una doviziosa produzione newyorkese con Gigli e la Bori della quale è rimasta ampia documentazione fotografica nel 1928, ma in Italia praticamente niente fino al 1958, quando per i cento anni della nascita di Puccini, “La Rondine” andò in scena al Teatro San Carlo di Napoli con una splendida Rosanna Carteri per protagonista.

Solo in tempi recenti, giustamente, ultimata la revisione del lavoroe della personalità di Puccini, “La Rondine” è giunta ad essere riconosciuta forse come l’esempio più tangente del tormento del suo autore.

(1 – continua)

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