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Carlo Felice di Genova: “Adriana Lecouvreur”, o dell’intimismo. Da Barbara Frittoli e dal direttore Valerio Galli un’interpretazione raffinata. Molto bene Devid Cecconi e Didier Pieri. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

Ho visto molte volte “Adriana Lecouvreur” di Francesco Cilea in teatro e da tanti anni così da mettere insieme nel mio bagaglio critico una galleria di prime donne, prima fra tutte Magda Olivero. E così di direttori d’orchestra, alcuni di questi straordinari per vitalità e cultura, da intendersi come conoscenza della materia, ovvero “Adriana Lecouvreur” e il periodo storico, sociale e musicale in cui quest’opera vide la scena che è l’inizio del Novecento. 

Spesso le produzioni cui ho presenziato si sono risolte in grandi impennate da parte delle prime donne più o meno celebri che rivestivano i panni della protagonista, ora secondate da vibranti antagoniste – le interpreti della Bouillon – nei due atti centrali, da squillanti innamorati tenorili, oppure da toccanti artisti di voce baritonale.

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Da parte dei direttori d’orchestra ho invece rilevato con frequenza la volontà di dare sangue ad una partitura che non urla, ma che è di sana costituzione, oppure di secondare, sia pure con tutta la classe di questo mondo, le necessità della suddetta prima donna.

All’opposto mai mi era capitato di assistere ad una lenta ma sicura costruzione della tragedia come in questo caso, nell’allestimento in scena al Carlo Felice di Genova.

Il concorso primario risiede nell’inconsueto carattere che Barbara Frittoli conferisce ad Adriana. Il suo è un personaggio costruito più su fini declamazioni, su rattenute emozioni, sulla misura e sulla eleganza che sullo “spolvero” della consumata attrice teatrale. Nell’attitudine di Barbara Frittoli non si troveranno i celebri scuotimenti di tenda e le plateali cadute da applauso, pure incontestabili in un documento del teatro Liberty come questo. Persino nel passo più ardente dell’opera, il monologo di Fedra, “detto” da lei, l’invettiva si unisce al dolore più che allo sdegno e i fiati, le cesure, i silenzi che interrompono il declamato, stabiliscono e tensione e interpretazione. Il quarto atto di Barbara Frittoli poi si svolge tutto fra lancinanti sospiri, fra cadute psicologiche e momentanei risvegli, gioie represse e abbandoni mortali. Muore sola la sua Adriana, non confortata dall’amore, dalla pietà e neppure dall’arte. Un’interpretazione straordinariamente moderna, contemporanea, originale che può solo essere condivisa.

ph © rosellina garbo
ph © rosellina garbo

 

Valerio Galli, dal podio, oltre a sostenere la cantante spartisce con essa il pensiero interpretativo, sovente contenendo talvolta le dinamiche senza perdere in intensità. Questa “Adriana” è come un lungo epicedio, una costruzione nota per nota della catarsi finale. Una lettura insolita, innovativa, nella quale si è ben inserito il personaggio di Michonnet creato da Devid Cecconi il quale ha dimenticato i patetismi spesso lacrimosi della tradizione per dare vita ad un uomo innamorato per niente senile che si consegna al ruolo subalterno sublimando i propri sentimenti.

Non così è stato per Marcelo Alvarez che invece ha presentato un Maurizio esteriore sia dal lato vocale (qui anche con qualche pecca specialmente nel secondo atto) che scenico e che solo nel quarto atto si è unito alla visione intimistica generale. 

Solida vocalmente Judit Kutasi, la Principessa di Bouillon, ma qualcosa della vena antagonistica del personaggio deve maturare.

Molto bene Didier Pieri nei panni dell’Abate di Chazeuil, carattere di alta specializzazione. Pieri è rifuggito da quegli atteggiamenti caricaturali spesso di maniera che soffocano questo personaggio cantando la parte con levigata vocalità, con eleganza e misura, sia nei numerosi passi concertati che nei concitati momenti del secondo atto e nei languori settecenteschi del terzo. Una buona voce ha anche dispiegato il basso Federico Benetti, il Principe di Bouillon, ma in quella parte l’articolazione della parola cantata deve essere più sciolta. Bene infine il quartetto degli “attori”, tutti realmente esistiti al pari di Adrienne Le Couvreur e degli altri personaggi della opera di Francesco Cilea, ovvero M.lle Jouvenot, M.lle Dangeville, Poisson, Quinault, interpretati rispettivamente da Marta Calcaterra, Carlotta Vichi, Blagoj Nakoski, John Paul Huckle, il Maggiordomo di Claudio Isoardi e il Coro preparato dal maestro Francesco Aliberti. La coreografia di Michele Cosentino era animata dai danzatori Michele Albano, Ottavia Ancetti, Giancarla Manusardi. 

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L’allestimento firmato interamente da Ivan Stefanutti per regia (assistente Filippo Tadolini), scene e costumi, e prodotto dall’Associazione Lirica Concertistica Italiana (As.Li.Co) è ormai un classico e gira di teatro in teatro ogni qual volta l’opera di Cilea sia in cartellone. 

La produzione genovese è dedicata alla memoria di Mirella Freni, la grande cantante che fra le molte opere del suo repertorio ebbe anche “Adriana Lecouvreur”.

  • (Repliche di “Adriana Lecouvreur al Carlo Felice di Genova: 13 febbraio ore 20, 14 febbraio ore 20, 15 febbraio ore 15, 16 febbraio ore 15).

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