Antologia Verista a Verona. “Zanetto”, quaranta intensi e interessanti minuti di musica mascagnana. Bene Donata D’annunzio Lombardi, una Silvia esemplare. Apprezzata anche Asude Karayavuz. Bravo Valerio Galli. Centrata la regia di Alessio Pizzech. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI
Non sono mai stato un “mascagnano” fra virgolette, come diceva Eugenio Gara, ma non ho mai capito perché la musica di Mascagni e quella di altri autori della cosiddetta Scuola Verista sia stata relegata, o sia scesa, se preferite, in fondo alla scala del gradimento e dell’accettazione critica. Forse il cambio del “gusto” (e questa volta le virgolette le uso io), forse qualche giudizio tranciante, storico ed influente, forse qualche atteggiamento censurabile, sfociato in adesione politica meritevole di damnatio memoriae. Tutto può essere.
Se, nondimeno, questa “Antologia Verista” proposta dalla Fondazione Arena di Verona e andata in scena al Teatro Filarmonico nel pomeriggio di domenica 9 maggio 2021 avesse avuto l’obiettivo di una rifocalizzazione su questo repertorio, mi sembra che lo scopo sia stato raggiunto.
La prima parte ha avuto il merito di mettere in programma pagine dimenticate, ma che dimostrano capacità d’inventiva e di scrittura come la sinfonia dell’opera “Le Maschere” e l’interludio del terzo atto da “Guglielmo Ratcliff” – esemplare la prima di un ricongiungimento al “Settecento” di Cimarosa, la seconda della captazione del momento musicale che si avvicina al disfacimento dell’armonia tradizionale – che, avvicinate a quella struggente contemplazione della morte che è il preludio “A sera” della “Wally” di Catalani (che fu prima quartetto d’archi e prima ancora foglio d’album per pianoforte), fanno intendere quanto la Scapigliatura lombarda, con le sue “penombre”, le sue “disjecta”, i suoi bianchi “disfatti”, se di pittura in questo caso si parli, abbia avuto un peso su queste pagine musicali.
Levità e capacità introspettive che si sono rilevate in questo programma veronese anche nel delicato interludio del secondo atto della “Adriana Lecouvreur” e nell’abusato intermezzo di “Cavalleria rusticana”.
Nella seconda parte è stato rappresentato “Zanetto”, quaranta intensi minuti di musica mascagnana, tratti da “Le Passant” di François Coppée, pièce che fu cavallo di battaglia di Sarah Bernhardt.
Mascagni lo mise in musica per le allieve del Liceo Musicale “Rossini” di Pesaro del quale aveva assunto la direzione, poi lo portò sulle scene. Era il 1896. In scena sono due, Silvia e Zanetto, soprano e mezzosoprano. Sullo sfondo di un notturno fiorentino, lei è una cortigiana famosa per avvenenza, lui un cantore girovago in cerca di questa donna dalla straordinaria beltà. S’incontrano, lui non la riconosce, ma fra i due potrebbe sbocciare l’amore. Lei dissuade il ragazzo e rimane sola, piangendo però amare lacrime.
Ora, da mascagnano senza virgolette (quelli con le virgolette dicevano che Mascagni era il meglio del mondo), mi sento di poter dire che i quaranta minuti di “Zanetto” sono molto interessanti. Oltre ad un flusso melodico incessante e ad armonizzazioni inquiete qui si anticipa il solipsismo novecentesco: non fatemi tirare fuori le notti trasfigurate o i vènti d’estate, ma almeno “Violanta” di Korngold, “Eine florentinische Tragödie” di Zemlinsky e anche un vago Mahler di qualche Lied, sì (al proposito lèggere le lettere di quest’ultimo alla sorella).
Mettere in scena Mascagni, o meglio l’opera tardo-ottocentesca, non è mai cosa semplice. Inutile nasconderselo, il kitsch è sempre dietro l’angolo. Ma qui a Verona l’ostacolo è stato felicemente eluso. Valerio Galli è stato bravissimo a tenere in equilibrio una partitura senza togliere ad essa suono e intensità, ma evitando l’eccesso. A lui un bravo supplementare per aver così ben diretto anche la prima parte. Buona l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona e decoroso il Coro diretto da Vito Lombardi. Bisogna dire che il preludio corale di “Zanetto”, oltre che singolare, è proprio difficile.
Donata d’Annunzio Lombardi è stata una Silvia esemplare per bellezza, capacità interpretive e qualità di canto. Il la naturale pianissimo della chiusa (“Sia benedetto Amor, posso piangere ancora”) non lo dimenticheremo. Asude Karayavuz, Zanetto, ha cantato sia con lo spirito giovanile e l’entusiasmo che la sua parte contiene, sia con perizia tecnica ed eleganza. Proviene dal Belcanto e questa proprietà si è sentita. Le due cantanti state entrambe molto apprezzate.
Scene piacevoli e funzionali di Michele Olcese, giustamente recanti qualche citazione pittorica (la luna da Donato Creti e la Gorgone da Sartorio), bei costumi di Silvia Bonetti e corrusche (ma sì, fatemi fare il barbogio) luci di Paolo Mazzon.
Alessio Pizzech in regia (assistente Lorenzo Lenzi) ha sottilmente incentrato l’ottica sul non detto, sulle intenzioni segrete e sul velato erotismo di questa operina. Cose non scritte, ma senza dubbio presenti.
Alla fine la sua Silvia muore come una Madonna dei Gigli, e il suo letto d’amore diventa un catafalco floreale.
“Hors du coffret de laque aux clous d’argent…
et sous la pourpre ombreuse du rideau,
Noble et pur, un grand lys se meurt dans une coupe.” Fuori dallo scrigno di lacca dai chiodi d’argento e sotto la porpora ombrosa del sipario, nobile e puro, un grande giglio muore in una coppa. (F. Coppée, Le lys)
Lo abbiamo preso per un omaggio allo stesso François Coppée e a tutte le “sante” (non sono poche) della letteratura francese di quel periodo.
Alla fine applausi molto convinti per tutti, incluso Mascagni.

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