La Wally lib

Al Teatro del Giglio di Lucca “La Wally” di Alfredo Catalani. Il soggetto, la musica, l’opera: l’analisi di Fulvio Venturi (con fotogallery e video)

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

Alfredo Catalani inizia a lavorare alla composizione della Wally (in scena il 19 e 21 gennaio 2018 al Giglio di Lucca)* nella primavera 1888 insieme a Luigi Illica. Il soggetto prescelto, sottoposto alla attenzione di Catalani dalla editrice Giovannina Lucca, proviene da un breve romanzo di Whilelmine von Hillern, Die Geier-Wally. Eine Geschicte von Tyrolen Alpen, uscito nel 1875, tradotto in otto lingue fra cui l’italiano (in Italia era uscito a puntate sulla Perseveranza) e poi, seguendo la moda toccata ad altri fortunati lavori letterari, trasformato dalla stessa autrice in una non meno bene accolta pièce teatrale. Un Heimatroman, un romanzo popolare, localistico, il cui plot risaliva ad un aneddoto che riguardava la pittrice Anne Stainer Knittel, raccolto nel 1870 da Whilelmine von Hillern a Innsbruck. All’età di diciassette anni la Stainer Knittel aveva estratto un nido d’aquila da una parete di roccia, pericolosa operazione alla quale in genere accudivano gli uomini in difesa delle pastorizie. Da questo fatto reale, nel romanzo, la protagonista (di nome Walburga, ridotto in Wally), ripudiate le convenzioni femminili, trascorreva la giovinezza nella natura vivendo in connubio con il paesaggio montano e gli animali selvaggi.
Luigi Illica arricchisce il plot con l’inserimento di un amore romantico ed un finale tragico e nasce così il libretto de La Wally, alla cui stesura la Hillern medesima non fu estranea.
Carlo Gatti, l’autorevole biografo catalaniano, riferisce che l’opera fu pronta in pochi mesi e compiuta nella primavera 1891. Acquistata la partitura da Ricordi, e destinata per la prima rappresentazione alla stagione scaligera 1891/92, nel successivo mese di luglio Alfredo Catalani si sottopone ad un lungo viaggio a Monaco di Baviera in compagnia del pittore Adolf Hohenstein per preparare i bozzetti di scena e i “figurini” per La Wally, e per trattare con Whilelmine von Hillern le condizioni dei diritti d’autore a lei spettanti.

Vi fu anche il tempo per una nota ironica e Catalani chiosò l’incontro con “ma come sa far bene i suoi affari, quella signora! È peggio di un avvocato!”
Da Monaco, dove furono ospiti della scrittrice per dieci giorni, Catalani e Hohenstein si trasferiscono a Bayreuth per assistere ad una rappresentazione di Parsifal, e quindi in Tirolo, a Sœlden, nella valle d’Œtz, ovvero nei luoghi di Wally, per ritrarre dal vero costumi e paesaggi.
Nel dicembre 1891 Catalani inizia le prove dell’opera con i cantanti. Quando la produzione giunge agli “assieme” il musicista si ammala. Non che sia la prima volta, anzi, la tisi lentamente lo sta uccidendo con continue emottisi ed otorragie. Ancora Gatti riferisce che Giovannina Lucca, durante la forzata assenza di Catalani, sia salita un giorno in palcoscenico e dalla ribalta abbia esortato l’orchestra con accorate parole, “ponete cura a quest’opera che forse è l’ultima del suo compositore”.
Spenta alla meglio la febbre, Catalani si rialza, torna in teatro, riprende ad istruire i cantanti e il direttore Edoardo Mascheroni.
In questo clima spettrale La Wally va in scena il 20 gennaio 1892.
Fuori fa freddo, ma la Scala rigurgita di pubblico. Catalani a Milano è conosciuto. In piccionaia si soffoca. Il sipario si solleva sulle scene di Hohenstein che riproducono come vederle le rupi d’Oetz, le selve, le vette del Murzoll e del Similaun. La musica di Catalani fluisce sull’amore di Wally e Hagenbach, descrive il crepuscolo, s’inerpica su per i ghiacciai, danza con la gente Soelden. E’ scorrevole, come colori ha i grigi dei freddi invernali, i bianchi azzurrini dei candori nivali, i rossi della passione e del sangue. I due preludi, uno al terzo, l’altro al quarto atto, offrono visioni d’inquieta contemplazione, hanno il sapore della morte.
Alla fine è un successo, tanti applausi, grida festose, molte chiamate al proscenio per tutti.
Per qualcuno La Wally non è un punto d’arrivo, ma di partenza. Le opere precedenti di Catalani, da Dejanice a Loreley, l’hanno preparata, ma la partenza non avverrà mai.
Il percorso si arresta poco dopo e il 7 agosto 1893 Alfredo Catalani scende nella tomba a soli 39 anni.
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A questo punto, chi era Alfredo Catalani?

Dalla nativa Lucca, dove vide la luce il 19 giugno 1854, Alfredo Catalani aveva seguito un percorso simile a quello del conterraneo Giacomo Puccini, più giovane di quattro anni.
Era nato in una famiglia di musicisti e dopo aver accolto i primi insegnamenti musicali dallo zio paterno Felice, si era iscritto all’Istituto musicale “Pacini” della sua città dove nel 1869 aveva iniziato lo studio del contrappunto nella classe di Fortunato Magi. Allo stesso tempo frequentò con profitto il Liceo “Machiavelli”, dimostrando particolare attitudine alla matematica e conseguendo nell’estate 1871 una brillante licenza (9 in italiano, latino, greco, storia, storia naturale, matematica scritta, 10 matematica orale). Ottenuto il diploma liceale, contravvenendo al volere del padre Eugenio (insegnante di musica) che vedeva nel figlio un avvocato, Alfredo decise di non iscriversi all’Università di Pisa, ma di continuare lo studio della musica. Frattanto la salute del giovane già si dimostrava segnata dalla malattia familiare e nel settembre 1871 moriva di tubercolosi la sorella Elisa. Forse le condizioni fisiche consigliavano diversamente, ma Catalani risolse di recarsi ugualmente a Parigi, ove seguì i corsi di Bazin per la composizione e il contrappunto, nonché di Marmontel per il pianoforte. E proprio con questo strumento Alfredo Catalani dimostrò di avere particolare attitudine.

Bisogna anche notare che durante il biennio 1872/73, quello degli anni parigini di Catalani, negli ambienti musicali della capitale francese furono presentati ed eseguiti lavori come le musiche di scena di Bizet per L’Arlesienne di Daudet, la Suite pour Orchestre di Guiraud, l’oratorio La Rédemption di Franck, le “drame sacré” Marie Magdeleine di Massenet, i poemi sinfonici Le rouet d’Omphale e Phaeton di Saint-Saens nonché alcune parti del Sigurd di Reyer. Chi voglia riflettere sulla formazione di Catalani aggiunga le letture di Flaubert e Zola che il giovane intraprese in terra di Francia – “Ho finito di leggere Nana e sono più zoliano che mai” scriverà più tardi all’amico di sempre Giuseppe Depanis – nonché la conoscenza di Lohengrin avvenuta in Italia sul finire del fatidico 1871 e il quadro sarà completo.
Purtroppo al quadro formativo si deve assommare anche una prima cartella clinica con una diagnosi di tisi certificata rilasciatagli a Parigi.Catalani IMG_1016 1

Nell’estate 1873 Catalani rientrò in Italia e decise di concludere gli studi al Conservatorio di Milano. Nella città lombarda frequentò i salotti della Contessa Maffei, di casa Stampa, dei fratelli Junck e conosce in Emilio Praga, Arrigo Boito, Cletto Arrighi, nel tardo Giuseppe Rovani, in Igino Ugo Tarchetti e Giovanni Camerana per la letteratura, in Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni per la pittura, in Ponchielli, in Boito stesso, in Franchetti, Bottesini, Bazzini e Faccio per la musica, i fermenti della Scapigliatura. Il giovane lucchese si fa notare per la fine cultura, per l’ottima conoscenza del francese, per la valenza pianistica. Piace alle donne. Nel 1878, per Tranquillo Cremona, Alfredo Catalani posa addirittura come modello del quadro L’Edera. Farà parlare tutta Milano una sua liaison più o meno segreta con Teresa Junck, la moglie di uno dei due fratelli sopracitati. Un amore morboso e disperato che lo segnerà per sempre.

E da qui proseguiamo con un presente storico.

Dopo avere assistito a Lucca anche alla morte del fratello Roberto (ventidue anni, 17 ottobre 1874), come saggio finale del Conservatorio, dove si diploma con Antonio Bazzini, il 19 luglio 1875 Alfredo Catalani presenta La Falce, un’egloga orientale su libretto d’Arrigo Boito.
E’ l’inizio della carriera di Catalani come operista, un inizio raccolto, riservato, timido, quasi come saranno gli sviluppi che seguiranno, ma che anche dimostra in una pagina, il prologo sinfonico, le capacità del suo autore. E tale “prologo sinfonico”, con le sue eco del Rheingold, rimane uno dei migliori esempi di musica strumentale italiana postromantica. Dopo La Falce, Catalani compose Elda (Libretto Carlo d’Ormeville, Torino, Teatro Regio, 17 febbraio 1880), Dejanice (Libretto Angelo Zanardini, Milano, Teatro alla Scala, 17 marzo 1883), Edmea (Libretto Antonio Ghislanzoni, Milano, Teatro alla Scala, 27 febbraio 1886) e si dedica a Loreley, rifacimento di Elda, presentata al Teatro Regio di Torino esattamente dieci anni più tardi il 17 febbraio 1890.Dejanice lib

Elda è una saga nordica tratta dalla ballata Die Lore-Ley di Heinrich Heine. Catalani forse calcò la mano sulle dimensioni e l’opera fu data con i pesanti tagli di Carlo Pedrotti per un tiepido accoglimento. Loreley è bella e tetra, con tante citazioni, ora palesi, ora nascoste, da Tannhaeuser, da Wagner in genere. Dejanice rappresenta il ritorno a quell’oriente già delineato nella Falce. Il libretto pessimo non assicura all’opera la giusta circolazione teatrale che alcune sue pagine meriterebbero. C’è tanta Francia, tanto Massenet, tanto Saint-Saens. Edmea è un pallido fiore della Scapigliatura lombarda trasposto in Boemia, fra lotte feudali ed amori perduti, con le “penombre” di Emilio Praga, le fiabe e le leggende di Tarchetti. Altro libretto “impossibile” che Ghislanzoni ha mutuato da Alexandre Dumas figlio e da Pierre de Courvin Kroukowsky. Nessun grande successo, nessun diniego palese, scarsa definizione. Qualcosa che sfugge, come l’inesorabile trascorre dei giorni. Catalani, che nel contempo è diventato insegnante presso il Conservatorio milanese, compone anche molta musica da camera, diverse pagine pianistiche, e anche questo, in Italia, lo rende abbastanza isolato. Tutti sanno che è malato, che la sua vita sarà necessariamente breve, e si regolano di conseguenza. Niente sgarbi, ma anche poco entusiasmo. E si giunge alla Wally, l’ultimo capitolo.

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Quello che si nota, e che rimase inosservato all’epoca, e che la critica talvolta si è portata pedissequamente dietro, è la costruzione della scena che Catalani compie nella Wally. Retaggio indubbio della lezione wagneriana. Dalla tradizione italiana e da quella francese, imprescindibile, come abbiamo visto, per Catalani, il musicista lucchese eredita il gusto per la melodia fine e contenuta, del pezzo chiuso, del duetto e persino del concertato.
Il primo atto introduce l’ambiente della montagna. Siamo a Hochstoff, in Tirolo. Cori di genere con il recupero larvato dello jodler nel canto dei montanari che è testimoniato sia nel coro iniziale (“Bravo Gellner!”) che nella sortita di Hagenbach (“Un solo al cor!”). Ma è soprattutto nella canzone di Walter (“Un dì verso il Murzoll”) che tale modulazione si evince maggiormente. Tipico pezzo chiuso, omaggio al Belcantismo italiano (il personaggio è persino un adolescente “en travesti”, come Pierotto nella Linda di Chamounix, del quale condivide anche il carattere gregario), ove però alberga una remiscenza wagneriana nella cadenza che rimanda a quella dello Steuermann nel Fliegende Hollaender. Dal racconto di Hagenbach (“Su per l’erto sentier”) e dalla conseguente baruffa l’atmosfera musicale cambia decisamente. Le arie chiuse sono state presentate come una “carte de visite” del personaggio, quel momento la narrazione diventa unitaria. Così il duetto fra Wally e Gellner (“Sei tu che domandata ha la mia man?”) scorre senza soluzione di continuità e i due “a solo” (il primo, di Gellner, “T’amo ben io” è fascinosissimo, e il secondo, di Wally, “Son libera come la luce e il vento”, annuncia il tema della montagna) s’incastonano nella materia musicale senza variazione tonale, mantenendo il Si minore d’armatura. Una scala cromatica su tempo lento introduce all’Andante sostenuto molto (con molto sentimento) di “Ebben? Ne andrò lontana”. Si tratta del recupero della scena “Chanson groenlandaise” che Catalani aveva scritto nel 1878 per il celebre tenore Julian Gayarre su testo di Jules Verne (che la fece apparire nel 1856 come Chanson scandinave e poi aumentata per comparire nel 1873 nel romanzo Le pays des fourrures come Chanson groenlandaise). E così fino alla fine. Il brano conduttore dell’intero secondo atto, la danza del bacio, coinvolge sei solisti di canto, ingloba un duetto, e armonizza con il coro. Ma il tema della danza si annuncia già all’inizio dell’atto nella canzonetta del Pedone di Schnals e nel chioccio melodizzare del corno a formare un’unica scena. Così il crepuscolare terzo terzo, preceduto da un altro recupero, il preludio che Catalani aveva composto come pagina pianistica (pubblicata sul “Paganini” di Genova) poi modificata nel quartetto per archi A sera eseguito dal Quartetto Campanari nel 1889. Un bel pezzo sinfonico apre il quarto atto che come il destino incede verso la morte sul tema della montagna sempre enunciato da un desolato squillo di tromba.

Rispetto a tutte le opere di Catalani, e non solo, che la precedettero La Wally presenta uno stacco. La Scapigliatura è alle spalle, l’orientalisme di Dejanice è archiviato, così come il post-romanticismo un po’ bolso di Edmea. Rimane la saga nordica di Loreley con un dato nuovo, l’impressionismo pascoliano che nello stesso 1892 della Wally si manifesta con le Myricae e che a sua volta si unisce con la contemplazione della morte del Poema Paradisiaco di D’Annunzio che apparirà nel 1893.
Con esso, l’avvio del Crepuscolarismo.
Questo per le eco letterarie.
Il divisionismo triste del lucchese Amedeo Lori, i riflessi dei laghi alpini di Emilio Longoni, le meditazioni di Angelo Morbelli sulla malattia e sulla fine dei giorni, i funerali di Giuseppe Pellizza, i controluce di Giovanni Sottocornola per il fronte pittorico. E qui, imprescindibili,  le nevi di Segantini, segnate col rosso del sangue come un’emorragia.
In questo percorso di arte e di poesia, d’ineluttabile, estenuato, descrittivo isolamento, quasi didascalico nel rapporto con la morte, come A rebours di Huysmans, Catalani e La Wally ci stanno a perfezione.
La montagna incantata di Mann e Inverno di malato di Moravia avranno da venire.

Bibliografia

Carlo Gatti, Catalani, Milano, Garzanti, 1953

Maria Menichini, Alfredo Catalani alla luce di documenti inediti, Lucca, Mfp editore, 1993

Gianandrea Gavazzeni, Il sipario rosso, Torino, Einaudi, 1992

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APPUNTAMENTO AL TEATRO DEL GIGLIO DI LUCCA (*)

L’opera “La Wally” di Alfredo Catalani va in scena venerdì 19 gennaio 2018 alle ore 20.30 al Teatro del Giglio di Lucca, dove replica domenica 21 gennaio alle ore 16. (Clicca qui per ascoltare una versione del brano “Ebben? Ne andrò lontana”).

Serena Farnocchia veste i panni di Wally, nel cast Francesco Facini / Stromminger; Irene Molinari / Afra; Paola Leoci / Walter; Zoran Todorovich / Giuseppe Hagenbach di Sölden; Marcello Rosello / Vincenzo Gellner dell’Hochstoff; Graziano Dellavalle / Il Pedone di Schnals. 

Orchestra Filarmonica Pucciniana, direttore Marco Balderi. Coro Festival Puccini – maestro del Coro Elena Pierini. Regia di Micola Berloffa.

Coproduzione Teatro del Giglio di Lucca, Fondazione Teatri di Piacenza, Teatro Valli di Reggio Emilia, Teatro Pavarotti di Modena.

 

2 comments

  • Com’è consueto, l’amico Fulvio ci illumina con la sua scrittura dotta e chiara. Questa volta ci espone in un ottimo saggio la genesi di quella strana “creatura” che è l’opera “La Wally” che, pur avendo avuto in passato un appassionato“sponsor” come il maestro Arturo Toscanini, mai è riuscita a prendere definitivamente il volo conquistandosi il pieno diritto d’ingresso nel “grande” repertorio. Ora riproposta in questa produzione del Giglio di Lucca, sperando che la compagnia artistica sia all’altezza del grave compito, c’è da augurarsi che il capolavoro dello sfortunato maestro lucchese possa finalmente ricominciare a essere rivisto e riascoltato.

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