“Adriana Lecouvreur” al Teatro Comunale di Bologna. Cuori, passioni, vendette amorose, metateatro: bella direzione di Asher Fisch, Kristine Opolais tratteggia bene il personaggio e Luciano Ganci è un Maurizio di buona voce. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI

Assistere ad una recita di “Adriana Lecouvreur”, per me, è come aprire il famoso cassetto segreto della scrivania. Ne escono immagini a mille, dai ricordi della gioventù popolati dai barbagli della Divina Magda (Magda Olivero, per chi non lo sapesse), agli aneddoti di Galliano Masini che fu un Maurizio di quelli extra nell’anteguerra, ad altre produzioni animate ora da Raina Kabaivanska o da Mirella Freni, ora da cantanti più recenti, ora da Gianandrea Gavazzeni che di tutto il repertorio italiano “liberty” fu il nume tutelare in tempi grami. (Tutte le foto sono di Andrea Ranzi / Casaluci-Ranzi).

“Adriana” è un’opera fortemente evocativa. Presentata nel 1902, nasce dal teatro, vive in teatro, in teatro muore e si rinnova. Tutto vero al suo interno, dai personaggi storici agli attori, tutti realmente esistiti, alla vicenda che trae linfa dalle indagini che si aprirono all’indomani della morte misteriosa della prim’attrice della Comédie Française, Adrienne Lecouvreur, e che furono riguardate da Eugène Scribe ed Ernest Legouvé nel redigere la pièce da cui si trae l’opera di Cilea, eppure anche tutto squisitamente teatrale ed effimero, quasi che di tutto quel gran palpitare di cuori e di passioni, di echi di battaglie e di vendette amorose, non rimanesse che la sabbia del tempo.

Sotto questo profilo ha una sua logica la scelta della regista Rosetta Cucchi (scene Tiziano Santi, costumi Claudia Pernigotti, luci Daniele Naldi, coreografie Luisa Baldinetti, video Roberto Recchia, assistente alla regia Stefania Panighini, assistente alle scene Serena Treppiedi) di ambientare i quattro atti dell’opera in quattro diversi momenti cronologici che ci portano dal 1730 della vicenda – anno della morte di Adrienne Lecouvreur – ad oggi. Non tutto ci è parso appartenere ad uno stessa rigorosa ottica, a dire il vero; per esempio: la lunga citazione della danzatrice Loïe Fuller che furoreggiò a cavallo del Novecento in quel terzo atto tutto dedicato all’Art-Déco l’abbiamo letta come una forzatura, così come i personaggi che interagiscono dai palchi in una situazione di metateatro già li avevamo visti proprio a Bologna in una storica produzione del Grand Macabre di Ligeti (e in quel caso fu una superna Slavka Taskova Paoletti quale Venere a lanciare i suoi strali sovracuti da quella stessa barcaccia), ma comunque lo spettacolo fila che è una meraviglia.

E quel finale con la voce di Maurizio fuori scena, come un’evocazione ctonia sul vaneggiamento di Adriana, entrerà con pieno merito nella nostra personale galleria dei ricordi buoni.

Gran merito di tale scorrevolezza è tuttavia da ascriversi anche e soprattutto alla bella direzione di Asher Fisch che per niente indulge al sentimentalismo, propensione un po’ sempre acquattata in incognito fra le pagine di quest’opera, come Maurizio di Sassonia lo è “nel terzo palco a destra”, ma che puntualmente sottolinea le non poche raffinatezze e le eco wagneriane della partitura di Cilea. Altro grandissimo merito del direttore è quello di aver saputo amalgamare i cantanti – pregi e difetti – in un assieme omogeneo e funzionale.

Kristine Opolais tratteggia bene il personaggio della grande attrice, della protagonista, senza per questo uscire mai dallo spettacolo. La voce non è la sua prima arma di seduzione, ma la prestazione complessiva è ragguardevole ed il suo quarto atto, allorquando riesce a trasmettere che a far morire Adriana è più la depressione dell’avvelenamento, si colloca ad un rango interpretativo decisamente alto.

Luciano Ganci è un Maurizio di buona voce, dotato di un impasto timbrico lirico che si addice al personaggio, né mancano a lui gli squilli del guerriero. La regia gli consegna anche dei momenti caricaturali – un abbozzo di azione mimata con l’Abate nel secondo atto, la smargiassata del racconto dell’assalto di Mittau nel terzo – che Ganci risolve con una certa disinvoltura. In Sergio Vitale abbiamo ritrovato quelle doti di cordialità e naturalezza imprescindibili nel carattere di Michonnet. La voce ha anche un impasto piuttosto nobile, forse l’interprete deve giungere ad una certa maturità, ma il tempo gioca a suo favore. Veronica Simeoni nei panni della terribile e potente Principessa di Bouillon è il contraltare bruno della bionda avvenenza di Adriana. Bella e sexy in scena (per quanto il costume tutto bianco del secondo atto non rendesse del tutto giustizia al personaggio) gioca più sull’interpretazione che sulla mera vocalità, disegnando una figura rapace, vendicativa, ma anche sconfitta. Gianluca Sorrentino impersonifica un Abate di Chazeuil sfumatissimo e ironico, Romano Dal Zovo un Principe di Bouillon rigido e caricaturale, quasi un cocu magnifique ante-litteram ed Elena Borin, Aloisa Aisenberg, Luca Gallo e Stefano Consolini insieme costituiscono un quartetto di attori inappuntabile. Ottima la prestazione del coro nell’imitazione settecentesca del “Bel Pastor di Frigia” e molto bravo l’acrobata Davide Riminucci nel Giudizio di Paride. Franco successo.

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