Addio a Georges Prêtre, con lui direttore d’orchestra (anche al Maggio) la musica era passione, intelligenza e sensibilità

Concerti e Lirica

La scomparsa di Georges Prêtre a 92 anni, ha destato commozione in tutto il mondo. Ecco un ricordo del grande direttore d’orchestra scritto da Fulvio Venturi, critico musicale e autore.

di FULVIO VENTURI –

Il Teatro Comunale, quello che non esiste più, pieno di suono per un’esecuzione secca e precisa, incastonata nell’azzurro della scenografia di Pier Luigi Pizzi. Turandot, Maggio Musicale Fiorentino 1971. Una produzione mai dimenticata, che riuniva, oltre al suo, i nomi di Hana Janku, Maria Chiara, Placido Domingo, Renato Capecchi, Luigi Roni e tanti altri. A distanza di pochi giorni, una straordinaria Pâdmâvâti di Roussel che lasciò esterrefatta la mia fantasia d’adolescente. Così iniziò il mio cammino con Georges Prêtre, il direttore d’orchestra francese spentosi adesso a novantadue anni.

Captava l’attenzione, Georges Prêtre, con la straordinaria vigorìa, con quel gesto marcato, netto, che sapeva farsi impalpabile, lasciando la bacchetta, per chiedere all’orchestra, gli occhi chiusi, oasi sonore, trasparenze, veli, nubi notturne, la spuma del mare, il soffio del vento. Un cammino lungo, come la sua vita, come la mia esperienza di spettatore. Titoli magnifici, ora frequenti, ora rari, Carmen, La Damnation de Faust, Pélléas et Mélisande, Werther, Le Martyre de Saint Sébastien, Cavalleria rusticana. Con lui personaggi che contribuivano a creare un mondo unico, Gedda, Crespin, Chauvet, Giancarlo Menotti, gli attori della Comédie Française, Alfredo Kraus, Frederica von Stade. Poi il “sinfonico”, la sua amata Symphonie Fantastique di Berlioz, il suo Boléro quasi assorto, il mare e la notte di Debussy, il suo fenomenale Strauss, virtuosistico e palpitante insieme, ma anche il suo Mozart e il suo Beethoven.

Ad ogni serata è legata una sensazione, un ricordo, segno della sua personalità, della sua grandezza. Il nitore, ma anche la passione e l’ineluttabilità della sua Carmen, figlia più del fato che della libertà, gli interrogativi irrisolti di Pélléas estenuati nella bellezza di Mélisande, la sensualità orgiastica del Faust berlioziano, la dolorosa compostezza di Werther nella cui parvenza sonora, nella visione di Prêtre, si ritrovava il dolore di Goethe quanto il palpitare di un grande cuore, quello dell’interprete, la commozione di Cavalleria rusticana dal cui intermezzo sgorgavano lacrime vere. Alternanza di sublime e terreno. Vedere sul podio Georges Prêtre faceva capire che per dirigere ci vuole passione, intelligenza, sensibilità, ma anche tanta tecnica e che le une doti senza quell’attitudine pratica non ricevono habeat corpus.

A questo punto un vero ritratto d’artista, di un artista scomparso, dovrebbe prevedere la trenodia di quello che tale artista fece, come si formò, di chi fu allievo, chi frequentò dopo. In questo caso affiorerebbero dal continente sommerso della storia André Cluytens e Francis Poulenc, Darius Milhaud e Luigi Dallapiccola, persino Maria Callas che con Prêtre realizzò le ultime memorabili imprese discografiche. Diremo invece che l’uomo Georges Prêtre fu figlio della seconda guerra mondiale, dunque vide in faccia la tragedia, e nella tragedia seppe discernere la poesia. Lo vediamo sorridente, cordiale, ancora giovane, eternamente giovane, sorseggiare champagne durante un entr’acte scaligero e volare, oltre il suono, nella luce. Non ci sono frasi di circostanza per Georges Prêtre, non possono esserci.

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