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A Modena va in scena “Andrea Chénier”. Spettacolo di livello, buone le prestazioni dei cantanti (da Saioa Hernandez a Sgura e Muehle). Aldo Sisillo, dal podio, tiene in pugno il palcoscenico. La recensione di Fulvio Venturi

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

Forse perché «Andrea Chénier» è stata la prima opera cui ho assistito in teatro cinquantatre anni fa, sempre, di fronte ad essa, provo commozione. Mi vengono in mente tanti spettacoli, tanti cantanti, grandi teatri e teatri di provincia. Risparmierò l’elenco e solo dirò che anche stasera (venerdì 15 febbraio 2019, ndr – replica dell’opera domenica 17 febbraio ore 15.30), è stato così. In un battito d’ali mi sono rivisto nell’arrampicata per le scale che portavano su al loggione del mio vecchio Goldoni, a Livorno, e ho risentito le voci di quegli appassionati d’un tempo. Così il mondo dell’opera mi conquistò e ogni volta che vado in teatro l’incanto si ripete.

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E veniamo a noi.
Nel lodevole impegno di riproposta di alcuni titoli dimenticati della scapigliatura e del verismo che nel giro di pochi anni ha portato all’allestimento de «L’amico Fritz», de «La Wally», de «Le Villi», de «La Rondine», e de «La Gioconda», a distanza di oltre trent’anni dall’ultima rappresentazione, «Andrea Chénier» è tornato in scena al Teatro Comunale di Modena. Operazione coraggiosa perché mettere in scena l’opera di Giordano significa correre sempre un bel rischio. A Modena le difficoltà sono state eluse presentando uno spettacolo coeso e sicuramente di buon livello. Il protagonista Martin Muehle ha messo in campo buona voce, buona tenuta e una bella recitazione. Manca della poesia del fraseggiatore di prima forza, la frase alata che faccia sognare, ma ha sopperito con la generosità e con il mestiere. Qualcosa è forse mancato anche ai pur buoni Saioa Hernandez e Claudio Sgura. Al soprano, reduce dal successo in «Attila» all’apertura della stagione scaligera, la levigatezza e l’opulenza in tutti i registri solo a tratti messi in evidenza; al baritono la pastosità e l’eloquenza che la parte di Gérard spesso richiede. Comunque i due cantanti hanno firmato prestazioni eccellenti. Omogeneo e ricco di voci giovani il resto del cast nelle numerose parti di fianco (segue fotogallery).

Molto bene il coro dell’Associazione Terre Verdiane ed il maestro Stefano Colò: in «Chénier» la parte corale è variegata e passa dai delicati lirismi delle pastorelle nel primo atto alle asprezze della scena del tribunale nel terzo. La regia di Nicola Berloffa ci restituisce una immagine della Rivoluzione francese non scevra da crudezze, volgarità e corruzioni, ma questo è anche quanto esattamente avviene nell’opera di Giordano. Molto belli i costumi di Edoardo Russo (non abbiamo però afferrato il senso di fare Maddalena rossa, quando essa sia didascalicamente bionda) e funzionali, con una incombente ghigliottina sempre in uso le scene di Justin Arienti, ben illuminate dalle luci di Valerio Tiberi.

Aldo Sisillo ha avuto il gran merito di tenere sempre in pugno un palcoscenico dove c’è di tutto, e raccolta nel suo gesto una partitura fra le più complesse del repertorio italiano, con quell’abbondanza di falso settecento che quasi d’improvviso si fa dramma e turbolenza di sentimenti. Ma suo merito ancora più grande, quale direttore artistico della Fondazione Teatro Comunale di Modena, l’aver assemblato un sì bello spettacolo. Ottima la prova dell’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna.

Vi saluto infine con l’incipit della poesia «Comme un dernier rayon» scritta da André Marie Chénier nella prigione di Saint-Lazare prima della fine e liberamente trasposta da Luigi Illica nell’estremo canto del poeta:

Comme un dernier rayon, comme un dernier zéphyre
Animent la fin d’un beau jour
Au pied de l’échafaud j’essaye encor ma lyre.
Peut-être est-ce bientôt mon tour.
Peut-être avant que l’heure en cercle promenée
Ait posé sur l’émail brillant,
Dans les soixante pas où sa route est bornée,
Son pied sonore et vigilant.
Le sommeil du tombeau pressera ma paupière.
Avant que de ses deux moitiés
Ce vers que je commence ait atteint la dernière (…)

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