1977 / 2017, quarant’anni senza Maria Callas. Dai trionfi al prematuro declino, fra amori infranti, ricordi e tanta solitudine

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

(seconda e ultima parte)

Furono dieci anni d’imprese memorabili, riesumazioni operistiche come “Armida” di Rossini, “Medea” di Cherubini, “La Vestale” di Spontini, “Anna Bolena” di Donizetti, e gli stessi “Macbeth”, “Vespri siciliani” di Verdi, inframmezzati dalle più comuni rappresentazioni di “Tosca”, de “La Traviata”, di “Andrea Chénier”, di “Fedora”. Ciò che sorprendeva di più era l’assoluta naturalezza con la quale Maria Callas sapeva muoversi nei meandri di repertori tanto disparati senza mai perdere lo stile, la proprietà di linguaggio. E quella voce, forse non “bella” in natura secondo canoni comuni, ma agile, “strana”, tanto sbilanciata verso il basso quanto slanciata verso l’acuto.“Un enorme soprano leggero” sembra proprio così la rivale di sempre, Renata Tebaldi, abbia definito lo straordinario ambito vocale della Callas. E non senza ammirazione.

E la facilità di apprendimento che talvolta diventava leggendaria. All’impresa di alternare “I Puritani” alla “Walkiria” Maria Callas fece seguire quella di studiare e debuttare “Andrea Chénier” di Giordano in una settimana, dal 28 dicembre 1954 al 5 gennaio 1954. Accadde alla Scala, dove era annunciato “Il Trovatore” con Mario del Monaco, protagonista, e lei, Maria Callas come Leonora. Del Monaco cambiò idea: “Il Trovatore” gli stava scomodo, meglio “Andrea Chénier”, un suo cavallo di battaglia. I capricci dei divi all’epoca erano tollerati e andò così: “Andrea Chénier”. Lei, Maria Callas, che mai aveva ancora cantato l’opera di Giordano poteva rifiutarsi ed essere sostituita. Macché, “Andrea Chénier” sia! E studiò l’opera in una sola settimana. Esito trionfale, documentato anche dal disco.

I suoi colleghi si chiamavano Lauri Volpi, che la adorava, Pippo Di Stefano, che aveva la voce di un dio greco, la voce del vento a Tindari, Mario del Monaco con il quale, avrete capito, Maria Callas aveva un rapporto aspro e competitivo, Richard Tucker, meraviglioso tenore americano, Mirto Picchi, fiorentino, elegante e fine, Gobbi, Protti, Christoff, Rossi Lemeni, Cesare Siepi. E dal 1954, quello straordinario cantante che fu Franco Corelli. Tra le donne, mezzosoprano o contralto che cantavano con lei nelle stesse produzioni che la vedevano protagonista, si deve ricordare l’intelligente Giulietta Simionato e quella scanzonata di Fedora Barbieri, ridanciana e scherzosa, splendida voce che alla Scala fece epoca in Sansone e Dalila, la più giovane Teresa Berganza e Fiorenza Cossotto, l’ultima sua Adalgisa nella “Norma”.

E i registi. Fra questi, uno con un posto speciale nel suo cuore, Luchino Visconti. Insieme fecero solo cinque produzioni, “Medea”, “La Vestale”, “Ifigenia in Tauride”, “La Sonnambula” e soprattutto “La Traviata” del 1955, lo spettacolo imperituro. Con Visconti, dietro i suoi consigli, Maria Callas attuò anche quel famoso cambiamento fisico che fece parlare il mondo. Qualcuno, parafrasando il cognome del marito e celiando sulle sue circonferenze, la chiamava la Menegona. Dal 1953 non fu più così e nel 1955, quando si presentò in quella famosa “Traviata”, bianca come le aulenti gardenie che Visconti le inviava, nella veste mortuaria di Violetta, il volto emaciato, le mani eburnee, abbandonate, inerti, un sorriso sperduto, la Menegona era scomparsa per sempre.callasonassis

Poi qualcosa cambiò. Maria fu vista sempre più frequentemente nel bel mondo, nelle grandi feste di società, incontrò Onassis (nella foto la Callas con Onassis sulla copertina del settimanale “Oggi”, 1959), si separò. Gossip a non finire e un ritmo di lavoro che non accennava a diminuire. Che stress, povera ragazza, questo nessuno lo dice. E anche la voce cominciò a vacillare. Nel 1960 e nel 1961, dopo che ebbe cantato ad Epidauro nel Teatro Antico di Erode Attico, la dettero per finita. Poi una storia tristissima e mai appurata di una gravidanza infelice. Forse Maria Callas morì quel giorno con il suo bambino. Canticchiò qualche altro anno, lasciò ancora qualche bel disco, ma la vera Callas, a quarant’anni non c’era più. E anche la storia di Onassis si spense per inabissarsi quando lui sposò Jacqueline Bouvier, vedova Kennedy.

Maria tentò di reagire, sfoderò splendidi sorrisi, e accettò l’invito che Pier Paolo Pasolini le rivolgeva per diventare attrice di cinema. Così nacque Medea un film che oggi si capisce più di ieri e una tenerissima storia d’amore, di sentimenti, fatta di poesia.

Il tempo di dare qualche magistrale lezione di canto in giro per il mondo e di fare ancora qualche non memorabile concerto, uno splendido libro che raccoglie la sua esperienza di docente alla Juilliard, poi morì Pier Paolo, morì Luchino, morì Ari. E prima di loro era morto suo padre.
Quel 16 settembre 1977 fu una giornata inquieta. Lei era debole, non riusciva ad alzarsi dal letto. Chissà se sognava L’Arena, il suo debutto, i suoi trionfi, se ascoltava la sua voce che non c’era più, se si rivedeva bambina e o se vedeva un bambino giocare. Non lo sapremo mai. Chiamarono un medico, ma fu troppo tardi. Le ceneri furono sparse nell’Egeo.

 

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