parisina

Ottant’anni fa moriva Gabriele D’Annunzio. Il Vate e la musica, la nascita di Parisina e le altre opere tradotte sul pentagramma. L’analisi di Fulvio Venturi (con fotogallery)

Concerti e Lirica

di FULVIO VENTURI

Gli ottant‘anni dalla morte di Gabriele d‘Annunzio (avvenuta il 1° marzo 1938, ndr) offrono l‘occasione di ripensare questo personaggio sotto diversi aspetti. Il primo, l‘ampiezza delle sue conoscenze e dei suoi interessi. Mitologia, classicismo, vocabolario, lingue morte, esoterismo. Fra questi interessi, meno dibattuto, ma molto importante, quello per la musica.dAnnunzio

Innanzitutto bisogna dire che uno dei primi incarichi retribuiti di D‘Annunzio fu quello di critico musicale per Il Mattino di Napoli e che in quelle vesti egli operò in sequenza la stroncatura di Cavalleria rusticana e de L‘Amico Fritz, aprendo con Mascagni uno iato poi colmato con l‘Iris napoletana del 1899. Ricomposizione che addusse alla nascita di Parisina, come vedremo in seguito. Quindi, da un lato esegetico, non si potrà sottacere l‘essenza musicale di alcuni fogli di Poema Paradisiaco, con i riferimenti ai Pezzi Lirici op. 43 per pianoforte di Grieg (Libro III n.5, Erotik), a Brahms, ai suoni domestici del cembalo suonato dalla madre in Consolazione, alle parole d’amore sorte da un’aria antica in Hortus Larvarum, oppure del Piacere, di Trionfo della Morte, di Forse che sì, forse che no. In campo dannunziano la citazione s‘impone e diremo che il verso eponimo di questo brano, Il mare accompagna la melodia della terra, è tratto da Alcyone, locato come fu dal suo autore nel “Novilunio” al pari di quegli “ossi delle seppie” che dettero alito a tanta poesia novecentesca, vedi Montale.

Potrebbe bastare, ma non è sufficiente.

Oltre ad alcuni componimenti che sono stati musicati – si enumera a caso iniziando da ‘A Vucchella, scritta celiando per Francesco Paolo Tosti che poi, magistralmente, dette suono alle Quattro canzoni d’Amaranta (la fulgida L’alba separa dalla luce l’ombra è là), da I Pastori istruiti da Pizzetti come Erotica (Ondeggiano i letti di rose, dall’Isottèo), alcuni fogli d’album di Respighi, ovvero Quattro liriche dal Poema Paradisiaco: 1 Sogno; 2 La naiade; 3 La sera; 4 Sopra un’aria antica. Fra i nostri contemporanei ricordo Angelo Inglese che ha musicato La pioggia nel pineto – il teatro di D’Annunzio è stato letteralmente saccheggiato dai musicisti del Primo Novecento non solo italiani. Iniziò nel 1906 Alberto Franchetti presentando alla Scala, il 29 marzo di quell’anno, la freschissima Figlia di Iorio, uscita dalla penna di D’Annunzio solo due anni prima. Non fu un successo, anzi fu proprio un fiasco, anche perché, diciamolo, l’opera di Franchetti bella non è. A questa prima prova seguirono tuttavia opere di grande interesse, capeggiate cronologicamente da Parisina di Mascagni (Teatro alla Scala, 14 dicembre 1913), cui nel giro di due mesi seguì Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai (Torino, Teatro Regio, 19 febbraio 1914) e di un anno poco più Fedra di Ildebrando Pizzetti (Scala, 20 marzo 1915) e per finire La Nave di Italo Montemezzi (Scala, fatidicamente 3 novembre 1918). A queste vanno aggiunte le musiche di scena per i due lavori teatrali che D’Annunzio scrisse in Francia nella lingua d’oltralpe per l’interpretazione di Ida Rubinstein, ovvero Le Martyre de Saint-Sébastien, composte da Debussy (Parigi, Châtelet, 1911) e La Pisanelle, da Ildebrando Pizzetti (Ibidem, 1913).

Ognuna di queste opere, insieme con il valore intrinseco del connubio testo-musica, fu accompagnata da altri distinti esiti artistici, come il manifesto per Parisina realizzato da Plinio Nomellini (nella foto sopra il titolo), o i décors di Léon Bakst per Le Martyre de Saint-Sébastien e per La Pisanelle, oppure la grafica di Marussig per La Nave. Inoltre è da notare l’avvincente segmento culturale derivante dai rapporti di D‘Annunzio e i musicisti (vedasi il carteggio con Debussy), ed il legame fra alcuni di quei titoli con la storia: caso volle che la première de La Nave di Montemezzi, 3 novembre 1918, coincidesse con l’ingresso di una nave da guerra italiana nel porto di Trieste marcando la fine delle ostilità.

Infine, per gli appassionati di teatro e musica, la storia esecutiva data da interpreti di livello altissimo. L‘elenco sarebbe lungo quanto un‘ondata alcionia, e da esso estrapoliamo, più per una spigolatura che per una messa in valore intrinseca, i nomi di Tina Poli Randacio, Magda Olivero, Raina Kabaivanska, Gianandrea Gavazzeni, Georges Prêtre, Leonard Bernstein. Né il discorso su D‘Annunzio e la musica si chiude qui. Avremmo ancora da scrivere della Figlia di Iorio musicata da Pizzetti nel 1954, che segna ben altri pregi rispetto alla pristina consorella franchettiana, ed un piccolo capolavoro, Sogno di un tramonto d‘autunno, serratissima partitura giovanile di Gianfrancesco Malipiero (1911), mai riconosciuta né autorizzata dal Vate stesso e perciò destinata a languire in uno scaffale senza luce di palcoscenico, così come accadde alla Ville Morte, La Città morta, tragedia che D’Annunzio scrisse nel 1898 per la Duse e messa in musica dalla giovanissima Nadia Boulanger con il suo mentore Raoul Pugno. Siamo alla fine. Tempo non abbiamo per la collaborazione mai nata di D‘Annunzio e Puccini. Rimane solo da immaginare il “divino” Gabriele nel chiuso del Vittoriale, fra una “frescobalda” ed un quartetto d‘archi, circondato dalle blandizie di una pianista, Luisa Bàccara e della devota servitrice dalle dolci labbra, Emilie Mazoyer, detta Aèlis.

(A seguire la fotogallery)

 

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