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Massimo Cavalletti è Rodrigo di Posa nel “Don Carlo” in scena al Maggio Musicale. L’intervista di Fulvio Venturi al baritono lucchese

Concerti e Lirica, Lucca

di FULVIO VENTURI

Il 5, 8, 11 e 14 maggio 2017 Massimo Cavalletti interpreterà il ruolo di Rodrigo di Posa in un allestimento di Giancarlo Del Monaco di Don Carlo di Giuseppe Verdi diretto da Zubin Mehta all’Opera di Firenze nell’ambito della programmazione del Maggio Musicale Fiorentino. Insieme a Cavalletti si esibiranno Roberto Aronica / Sergio Escobar nel ruolo del titolo, Julianna DiGiacomo (Elisabetta di Valois), Dmitry Beloselskiy (Filippo II), Ekaterina Gubanova (Eboli), Eric Halfvarson (Il Grande Inquisitore) e Oleg Tsybulko (un frate).

Una prova impegnativa per l’emergente baritono lucchese. “Sono felice di ritornare all’Opera di Firenze,” ha detto Massimo prima d’iniziare la produzione, “e in particolare al Festival del Maggio Musicale Fiorentino, in questa bellissima opera verdiana, ad interpretare questo personaggio che per eccellenza incarna il simbolo della libertà e dell’umanità libera di pensare” (Massimo Cavalletti fotografato da Brescia & Armisano durante una recita del “Don Carlo” alla Scala di Milano, le altre due foto sono state scattate da Dario Acosta).cavalletti2
“Il Maestro Mehta, come sempre, sa dipingere e plasmare la musica e l’emozione con il suo gesto e la sua grande esperienza. Ho debuttato in questo ruolo proprio con lui a Zurigo nel 2011 e adesso ho la possibilità di ripetermi aggiungendo la mia esperienza e la mia maturazione. Il maestoso allestimento di Giancarlo del Monaco, qui ripreso da Sarah Schinasi, con le imponenti scenografie di Carlo Centolavigna e i ricchi costumi di Jesus Ruiz, offre un magnifico ritratto della corte spagnola alla fine del sedicesimo secolo.”

Raggiunto da Fulvio Venturi per toscanaeventinews.it, Massimo Cavalletti ha poi rilasciato un’intervista che riportiamo di seguito:

Buongiorno Massimo, adesso sei ritenuto uno dei cantanti più interessanti della tua generazione, ma noi ti ricordiamo timidissimo debuttante in una Messa di Gloria di Mascagni a Livorno nella primavera 2003. Racconta come hai iniziato a cantare.

“Carissimi, intanto grazie per aver ricordato questo mio esordio, la mia prima volta assoluta con un’ orchestra, diretto per l’occasione dal carissimo Massimo de Bernart, che mi tenne per così dire a battesimo; era il 5 maggio del 2003, per l’appunto sarà il 5 maggio anche quest’anno a Firenze per la prima del mio Don Carlo qui con il Maestro Zubin Mehta. L’inizio del mio percorso come cantante è stato piuttosto in sordina: nel lontano 1998 è iniziato per volontà non mia, ma di un parroco del mio paese natale S. Anna a Lucca, che mi spinse alla musica lirica, e dopo un breve periodo di indecisione personale, finalmente incontrai l’amico e maestro Graziano Polidori con il quale iniziai il mio lavoro di cantante. Lo studio era duro, e i risultati non si vedevano ma sapevo che il lavoro e la tenacia nel seguire gli insegnamenti di Graziano e i tanti vocalizzi che facevamo avrebbero portato a qualcosa. La voce cominciava a rispondere e piano piano durante un periodo formativo di 4 anni sono finalmente arrivato a fare le prime esperienze e poi ho avuto la possibilità di allargare le mie conoscenze e fu proprio Polidori a presentarmi a Daniele Rubboli e di conseguenza a Roberto Negri attraverso il cui impegno riuscii a essere ammesso alla Accademia del Teatro alla Scala per cantanti lirici. Era il 2004”.

Il tuo esordio assoluto in teatro?

“L’esordio assoluto ufficiale lo considero il 1 ottobre 2004 a Bergamo nell’opera Parisina di Donizetti: ero giovane e molto emozionato, ma avevo studiato bene il mio ruolo e ero molto preparato e ben spalleggiato dal direttore d’orchestra che in quella occasione era il caro Tiziano Severini, che mi guidò a un successo personale importante. Sicuramente imparai moltissimo su me stesso e sulle mie capacità sia come uomo che come giovane artista. Posso ricordare però ancora prima di quella data molti altri tra concerti e occasioni di serate con orchestra in vari teatrini e sale da concerto in tutta Italia specie al centro nord, occasioni per fare esperienza e musica che quando io ero all’inizio erano promulgate da tanti gruppi amici della musica e associazioni musicali sparsi in tutta Italia, e sotto la guida del grande Daniele Rubboli, un vero e proprio talent scout che ha scoperto tantissimi giovani che oggi sono veri e propri nomi del panorama lirico nazionale e internazionale. Con l’aiuto di persone come lui è stata possibile la crescita e lo sviluppo di tanta arte e almeno due generazioni di cantanti se non tre devono ringraziarlo per questo e anche io”.

Baritono lirico, baritono drammatico, baritono belcantista, baritono grand-seigneur, baryton-vilain, tu li hai interpretati quasi tutti. In quale tipologia ti riconosci di più?

“Io mi sento baritono lirico, non faccio molte distinzioni e cerco di cantare i ruoli che scelgo di affrontare tenendo ben presente la tecnica italiana di canto morbido e sul fiato ben appoggiato, cerco di stendere bene la mia voce al servizio della vocalità e rimango il più possibile sul genere di ruoli che mi permettano di non dover spingere o forzare e comunque è un’arte del cantante lirico competente anche saper controllare qualora si dovesse spingere in certe occasioni. Cerco di affrontare ruoli che si rifacciano al mio modo di essere e che mi siano congeniali anche per l’età che ho adesso: in fin dei conti sono ancora sotto ai 40 anni. Voglio dire che per mia conoscenza personale un cantante dovrebbe sempre affrontare un repertorio belcantista prima di avventurarsi nel repertorio più drammatico, perché questo aiuta a raggiungere un maggiore controllo del proprio organo vocale, ma posso anche dire che per abituarsi al repertorio più drammatico bisogna affrontarlo non troppo tardi nell’età perché per quello servono muscoli freschi e giovani che abituino il corpo e quindi anche la voce a sforzi e lavoro molto diversi rispetto a repertori più “leggeri”. Sempre mantenendo presente che il tutto lavora su un fiato morbido e ben appoggiato”.cavalletti3

Qual è l’opera che vorresti cantare sempre?

“Spero che il tempo non mi faccia mai abbandonare di cantare Rodrigo, perché il ruolo è di una bellezza quasi unica, è un ruolo di grande eleganza e allo stesso tempo particolarmente drammatico, un vero e proprio unicum nel mondo verdiano. Vista la longevità che alcuni miei illustri colleghi del passato hanno avuto con questo ruolo, spero che anche io avrò la fortuna di cantarlo fin dopo i 60 perché non posso ancora immaginare come sarà bello e completo cantarlo con la crescita e la maturità umana che avrò raggiunto dopo così tanti anni di carriera”.

Qual è il debutto che ti ha impegnato di più?

“Ogni debutto è impegnativo e non si può dire uno più di un altro; forse potrei dire proprio il primo debutto perché era il primo e non sapevo assolutamente a cosa andavo incontro. Oggi affronto i debutti con più sicurezza nelle mie doti e nella mia tecnica vocale; certamente dedico ai debutti una attenzione particolare perché ogni ruolo ha bisogno di tempo per vivere all’interno della gola di un artista, e spesso per quanto si arrivi pronti a un debutto ci vorranno comunque alcune recite per sentirlo un po’ comodo, e poi ci vorranno due o tre produzioni per sentirlo nelle proprie corde. Questo vale per tutti i ruoli”.

Il tuo rapporto con i direttori d’orchestra. Ti ritieni un “semplice” esecutore, o cerchi con il dialogo, magari proponendo soluzioni che potrebbero esserti congeniali.

“Il rapporto con il direttore d’orchestra varia da persona a persona, è un rapporto umano e come tutti i rapporti umani varia dai protagonisti di questo rapporto. Io cerco di arrivare davanti a un direttore con la migliore preparazione possibile e il più possibile aperto a nuove idee, poi a seconda del modo di lavorare provo a fissare dentro di me i consigli o le necessità del direttore con cui lavoro, oppure se conosco bene il Maestro allora provo a dare delle mie idee, ma posso assicurare che in molti casi come per esempio adesso qui a Firenze con il Maestro Mehta, provo sempre io a mettermi al servizio della sua bacchetta perché ne riconosco sempre la grandezza e la bravura, e perché è di una sicurezza incredibile e mi sento sempre giusto e sicuro. Ci sono molti momenti durante la lettura e il lavoro di costruzione di uno spettacolo in cui si può trovare un punto di congiunzione con un maestro direttore d’orchestra. Spesso alla prima prova assoluta musicale al pianoforte io cerco sempre di vendere le mie idee, idee che potrebbero facilitare l’esecuzione per entrambi o comunque il mio modo di vedere, ma poi dipende sempre da noi due capire cosa vogliamo fare, è un tandem si pedala in due e uno dei due oltre che pedalare guida anche. Quindi ci vuole collaborazione!”

Ugualmente il tuo rapporto con i registi. Un nervo scoperto: le regie “moderne”.

“Non è un nervo scoperto per me, io adoro lavorare con entrambe le scuole di pensiero “moderni” e non, lavorare in un progetto moderno come per esempio quando lavoro con Damiano Michieletto o con Alex Ollè è davvero interessante come quando lavoro con Robert Carsen o quando ho interpretato le colossali edizioni di Franco Zeffirelli o come in questo caso il duo Del Monaco/Schinasi con le scene di Centolavigna e i costumi di Jesus Ruiz. Sono modi diversi di vedere l’opera ma sono tutti magnifici allo stesso modo. In alcuni casi al pubblico è richiesto un lavoro supplementare: oltre che vedere e ascoltare serve anche capire e guardare davvero, troppo spesso le cose si vedono ma non si guardano, si sentono ma non si ascoltano e non si comprendono. Forse perché siamo diventati un po’ pigri, ma se la produzione ha in sé del genio, se si utilizzano delle tecniche recitative, si smuove l’anima delle persone. Se si riesce a commuovere magari ambientando in epoche diverse, e quelle ambientazioni hanno realismo e concettualità allora non ci trovo niente di sbagliato. E io come attore e artista sono contento di poterne fare parte. Quello che non accetto è la banalità e l’estremizzazione gratuita mossa a creare imbarazzo o scandalo solo per il raggiungimento di un interesse dei mezzi di comunicazione di massa per un piccolo momento di fama o di vana gloria. Questo non fa altro che uccidere il senso stesso di teatro e non mi voglio affiancare a questo genere di teatro. Ma fino a adesso nella mia esperienza ho sempre partecipato per mia fortuna a delle rappresentazioni ben strutturate e argomentate, che hanno forse a volte creato una risposta negativa dal pubblico, ma che hanno anche smosso gli animi più attenti e sensibili”.

Il tuo rapporto con i colleghi cantanti.

“Sui miei colleghi, che posso dire? Posso imparare sempre qualcosa, e ringrazio Dio di avere la possibilità di cantare sempre con ottimi colleghi che spingono anche me a fare sempre meglio. Amo andare a sentire gli altri colleghi cantare in teatro quando ne ho la possibilità, se non per “rubare” qualcosa almeno per confrontarmi; mi piace quando è possibile passare tempo con alcuni di loro con i quali si genera un certo feeling anche fuori dal teatro, magari per cene o pranzi o feste nelle case specie durante le produzioni lunghe. È bellissimo incontrarli in giro per il mondo specie quando capita di vedersi al Metropolitan a New York o in Giappone dove abbiamo sempre tanto tempo da dover passare lontani dalle nostre famiglie”.

Parlaci di questo Don Carlo fiorentino.

“Ho già anticipato qualcosa durante questa intervista di questo mio Don Carlo: sarà la versione in italiano in 4 atti, e sarò affiancato da un cast eccezionale: Roberto Aronica il mio Don Carlo, e stranamente ho cantato una sola volta prima di adesso con lui, nel 2005 al Teatro alla Scala nella produzione di Bohème dove io debuttavo nel ruolo di Schaunard e adesso dopo 12 anni ci ritroviamo in questo super allestimento firmato Del Monaco/Schinasi e come detto sulle colossali scene di Carlo Centolavigna e costumi magnifici cinquecenteschi di Jesus Ruiz. Dimitri Beloseszky sarà Filippo II, una voce imponente e una pronuncia perfetta, un canto bellissimo il suo e davvero un colosso. La bravissima Ekaterina Gubanova sarà la contessa di Eboli: con lei ho gia cantato Don Carlo alla Scala nell’anno verdiano 2013 sotto la bacchetta di Fabio Luisi; ci sarà poi Julianna Di Giacomo debuttante nel ruolo di Elisabetta, soprattutto il grande Zubin Mehta che mi ha visto proprio debuttare con lui il Marchese di Posa nel 2011 a Zurigo. Allora è per me un bel ritorno qui a Firenze dopo I Puritani della stagione 2014-2015 e spero che questo mio sodalizio con Firenze sia solo all’inizio e che vengano presto altri ruoli e altre occasioni per lavorare insieme”.

Dei cantanti del passato, uomini e donne, quale avresti voluto conoscere e con quale avere voluto cantare?

“Ho molto rispetto per tutti gli artisti del passato sia dei più antichi che dei più moderni, sono stati grandi e la storia lo attesta. Oggi li ricordiamo per quello che hanno fatto in un’intera vita e tutte le grandi emozioni che hanno regalato ai tanti amanti della lirica mondiale durante tanti anni di lavoro e canto.
Io ho avuto la fortuna di lavorare con tante colonne e icone della lirica che hanno fatto la storia della lirica e in certi casi continuano a farla, Leo Nucci, Edita Guberova, Placido Domingo, Neil Schicoff, Ruggero Raimondi, Ferruccio Furlanetto, e tantissimi altri; non vi nascondo che rimpiango la morte così prematura del grande Luciano Pavarotti, avrei tanto voluto conoscerlo e cantare con lui, come anche avrei voluto lavorare con Mirella Freni o con Renato Bruson. Dei grandissimi del passato meno recente, avrei voluto sentire cantare Ettore Bastianini, e avrei anche voluto veder recitare Tito Gobbi, e invidio quelli che hanno cantato sotto la bacchetta di Herbert von Karajan. Comunque sono curioso di arrivare a vedere quando sarò vecchio come verranno ricordati i cantanti di oggi… sono sicuro – lasciando da parte me stesso – che molti dei cantanti con cui lavoro oggi continuamente saranno ricordati tra i grandi del passato perché davvero ci sono anche adesso tanti grandi artisti in giro…”

Dopo questo Don Carlo fiorentino, Massimo Cavalletti apparirà al Festival di Edimburgo nel ruolo di Marcello ne “La bohème”, al Festival di Savonlinna nel ruolo di Riccardo ne “I Puritani”, alla Dutch National Opera per il debutto come protagonista di “Gianni Schicchi”, debutterà all’Opéra di Parigi nelle vesti del protagonista de “Il barbiere di Siviglia” e ritornerà al Metropolitan Opera nel ruolo di Enrico in “Lucia di Lammermoor”. In bocca al lupo…

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